Stasera in tv 3 film dei fratelli Taviani: 1) Cesare non deve morire; 2) Padre padrone; 3) I sovversivi – sabato 21 aprile 2018

Per ricordare Vittoro Taviani, morto a 88 anni lo scorso 15 aprile, Rai Movie manda in onda stasera, sabato 21, tre film girati con il fratello Paolo.

1) Cesare non deve morire, Rai Movie, ore 21,10. Orso d’oro alla Berlinale 2012.
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Recensione scritta nel febbraio 2012 dopo la presentazione del film al festival di Berlino.
Signori, qui a Berlino la notizia del giorno (insieme all’arrivo di Angelina Jolie, ovvio) è che i gloriosi fratelli Taviani – Palme d’oro e altri premi alle spalle – sono tornati, e sono tornati con un gran film, bello e semplice, di quelli che filano via dritti senza un inciampo e che con la stessa sicurezza vanno dritti a cuore e viscere di chi guarda. Non ce l’aspettavamo, non se l’aspettava nessuno, diciamolo, la diffidenza era alta, tutti al cinema alle 9 di mattina un po’ sbuffanti e scocciati. Figuriamoci, si diceva, i Taviani, nomi-simbolo di un cinema italiano piuttosto vetusto che oggi si fa fatica ad amare, così smaccatamente e anche sfacciatamente autoriale, con tanto di etichetta d’arte incorporata. Invece no, questo Cesare deve morire, che pure è un film loro, incofondiblmente loro per la sicurezza, l’eleganza, il rigore geometrico della messinscena e della regia, non distanzia come spesso è capitato al Taviani-cinema ma incredibilmente avvicina. Grandissimi applausi alla fine, i più lunghi finora di questo festival, e vi assicuro che è vero, mica è la solita finta cronaca addomesticata di certi giornalisti italiani che magnificano ogni film nazionale a prescindere fantasticando di chissà quali trionfi anche quando sono fischi o sbadigli (vedi Terraferma a Venezia). Tutti in sala a scrutare le facce di alcuni giurati seduti in platea, Mike Leigh e François Ozon in testa, per capire se e quanto fosse piaciuto loro questo Cesare deve morire. Storia semplice, si diceva. Eccola. A Rebibbia, sezione speciale, il regista Fabio Cavalli come ogni anno mette in scena un testo teatrale con i detenuti. Stavolta è il Giulio Cesare di Shakespare. Il format narrativo ci si rende conto essere simile a quello di X Factor (non è mica un insulto, a me X Factor piace molto): il casting (assai divertente, una delle cose migliori), le prove come capita capita, prima un po’ squinternate poi sempre più focalizzate, il backstage, con l’ovvia differenza che qui si tratta di detenuti con alle spalle e davanti molti anni di carcere, e pure qualche fine pena mai (leggiamo in sovrimpressione i reati: traffico di stupefacenti, pluriomocidio, cose di camorra). Man mano la tragedia prende corpo sotto i nostri occhi e quelli degli altri detenuti, che sono un po’ pubblico e un po’ coro, avvolge e coinvolge i carcerati-attori e tutti noi spettatori. Ognuno recita nel suo dialetto, siciliano, calabrese, campano, o nella sua lingua transnazionale, e l’effetto è di massima efficacia e naturalezza, alcune battute shakespeariane prendono una forza barbara abbastanza sorprendente (ma non c’è da stupirsi, Shakespeare ha visto e ha retto di tutto, come Verdi del resto, e resiste a tutto, magari guadagnandoci). Si arriva al climax, l’uccisione di Cesare, e la scena è da applausi veri e forti. Il carcere intero diventa con immediatezza, senza forzature ideologico-registiche e di messaggio, lo sfondo naturale di quello che va in scena, ogni tanto ma senza esagerare emergono parallelismi tra il personaggio e la vita di chi lo interpreta. Grazie a Dio i Taviani vanno al sodo, restano attaccati a Shakespeare, senza buttarla troppo sulla retorica dell’arte come riscatto e redenzione dalle brutture carcerarie e dalla vita sregolata. Stanno parchi anche sull’altro rischio buonista e politicamente corretto, quello del teatro in carcere come terapia individuale e collettiva. Solo la scena finale incappa in un filo di retorica, ed è un peccato. Ma per il resto i Taviani lasciano campo libero a Shakespeare e al corpo a corpo che i detenuti ingaggiano con il testo, apropriandosene, cambiandolo, se necessario stravolgendo qualcosa. Le facce e i corpi e le voci dei carcerati si prestano a meraviglia a questa tragedia tutta maschile del potere, dell’ambizione, del tradimento, della virilità offesa o orgogliosamente esibita. Su tutti stravince il Bruto di Sasà-Salvatore Striano, per quanto ci riguarda il Bruto definitivo, dentro e fuori Rebibbia.

2) Padre padrone, Rai Movie, ore 22,25. Palma d’oro al festival di Cannes 1977.

Il più celebre lavoro dei Taviani, Palma d’oro a Cannes 1977 asssegnatagli da una giuria presieduta da Roberto Rossellini. Il quale in questo drammaticissimo racconto di fomazione e di emancipazione in una Sardegna pre-moderna e nuragica probabilmente ravvisò una qualche eco del suo cinema della realtà. Anche se i fratelli Taviani andavano oltre il mero realismo ricostruendo un mondo pastorale oltre il tempo, affondato piuttosto nella dimensione parallela e altra del mito. Una storia così archetipica ed esemplare, quella di Padre padrone, che tutto il mondo riconobbe come propria, adottandola e decretandole un successo clamoroso. Tratto dal libro autobiografico di Gavino Ledda, un bestseller di quegli anni Settanta, si racconta dell’autore l’infanzia e l’adolescenza segnate dalla presenza incombente e onnipervasiva di un padre il cui volere era legge. Un padre che impedì a Ledda di frequentare la scuola condannandolo all’analfabetismo fino ai vent’anni, per imporgli di lavorare per lui come pastore. Il patriarcato nell’esercizio del suo potere assoluto. Gavino si emanciperà da quel despota riprendendosi in una esemplare ribellione filiale la sua vita a oltre vent’anni, leggendo, studiando, scrivendo. Fino a diventare un autore celebrato. Intorno, una Sardegna arcaica e immobile e fuori dalla storia come il fondale di una rappresentazione insieme sacra e pagana. Cronaca da un’Italia che non c’è più da un pezzo e che era peraltro già scomparsa in quegli anni, travolta dalla mutazione antropologica individuata da Pasolini. Con Saverio Marconi (Gavino) e Marcella Michelangeli, bella e severa come un idolo (la madre). Omero Anonutti è il padre padrone, in una parte che gli rimarrà incollata addosso per sempre.

3) I sovversivi, Rai Movie, ore 0,20.

Sovversivi-1967-Capponi-DallaDopo due film con Valentino Orsini, nel 1967 Paolo e Vittorio Taviani si mettono in proprio e girano questo I sovversivi, in un rigoroso bianco e nero assai alto-autoriale. Intorno al funerale del lider maximo del comunismo italiano, Palmiro Togliatti, si dipanano alcune storie di militanti approdati a Roma per l’evento. E son storie anche di disillusione. Ritratto di una base non così compatta e già presaga dei furori e degli sconvolgimenti sessantottardi. Con Lucio Dalla nella sua più incisiva perfomance cinematografica, Giulio Brogi (attore-feticcio dei Taviani), Ferruccio De Ceresa, Pier Paolo Capponi. Un film che prefigura molti successivi, compreso il C’eravamo tanto amati di Scola. Con ampio utilizzo di materiale documentario del funerale di Togliatti, il che è un motivo di interesse in più. Certo è un cinema oggi remoto, quasi archeologico, da vedere come sintomo di quella stagione e quella temperie politica.

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