Film stasera in tv: IL SALE DELLA TERRA di Wenders-Salgado. Prima tv (dom. 22 aprile 2018, tv in chiaro)

Il sale della terra, Rai 5, ore 21,15, domenica 22 aprile 2018. Prima tv.

Copyright Sebastião SALGADO / Amazonas images

Il sale della terra, un film di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado. Sceneggiatura di Juliano Ribeiro Salgado, Wim Wenders, David Rosier.

© Decia Films

© Decia Films

No, non m’è piaciuto questo film che ripercorre vita e opere del fotografo brasiliano Sebastião Salgado. Approccio troppo reverente. Quanto alle immagini di Salgado (da lui commentate): anche troppo belle ed estetizzanti. Ho sentito la parola capolavoro. Scusate: dissento. Comunque Il sale della terra è stato uno dei migliori successi degli ultimi anni del cinema cosiddetto d’essai (oltre due milioni di euro solo in Italia). Voto 4

Wenders e Salgado (© Donata Wenders)

Wenders e Salgado (© Donata Wenders)

Un documentario che arriva in prima tv carico di gloria e riconoscimenti accumulati nelle rassegne in cui è stato presentato. Premio speciale a Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard. Premio del pubblico al San Sebastian Festival. Recensioni plaudenti da parte di critici di mezzo mondo – Italia compresa, ovvio -, folgorati dall’insostenibile bellezza delle immagini. Wim Wenders incontra difatti uno dei fotografi più quotati, in ogni senso, del mondo, il brasiliano (che molto ha vissuto in Francia) Sebastião Salgado, oggetto di devozione e ammirazione globale per le sue immagini in bianco e nero sull’umanità più sofferente e derelitta, nonché sui più maestosi scenari naturali (con popolazioni animali rare) del pianeta. Wenders lo intervista, lo accompagna in angoli remoti a catturare con la camera sempre nuovi mondi, riattraversa con lui il lavoro di decenni mostrandoci decine e decine e decine di foto commentate dallo stesso Salgado. Ripercorrendo, anche, la sua vita, dall’infanzia nella farm paterna nella regione di Vitória, Brasile, agli studi di economia, e poi un calcio alla carriera che pure prometteva molto, e via con l’obiettivo in mano su e giù per l’America latina, l’Africa, l’Asia, per le plaghe più lontane e sperdute e tra la gente più disperata. Tra gli ultimi degli ultimi. Ne esce questo documentario firmato dal regista di Il cielo sopra Berlino e Paris, Texas insieme al figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, il quale ha realizzato mi è parso di capire alcune parti del film come quelle nella Russia settentrionale a caccia (fotografica, of course) di leoni marini. Ora, posso dire che dissento dal coro dei laudatores e plaudatores? Che non solo questo film non mi è garbato per niente, ma mi ha anche profondamente irritato (e volutamente uso un termine blando). Che mi è parso un contributo all’edificazione in vita di un monumento a Sebastião (che il padre chiamava Tião) Salgado. E di monumenti non si sente il bisogno, ce ne sono già fin troppi. Wenders si dichiara da subito, dai primi fotogrammi, un ammiratore di Salgado, un colpo di fulmine scoccato a una mostra davanti al ritratto di una donna (se ricordo bene tuareg) non vedente. Ritratto che poi avrebbe acquistato e che tuttora campeggia sopra la sua scrivania. L’ammirazione evidente e dichiarata si traduce nel corso di Il sale della terra in un approccio diciamo così assai friendly con l’oggetto del racconto. Non aspettiamoci da Wenders, che pure è un maestro conclamato del cinema, un trattamento spericolato, innovativo, ad alta invenzione del materiale, o chissà quale opera di decostruzione e rielaborazione. Macché, qui siamo nella più classica forma-documentario costruita intorno a una persona, a un protagonista. La sua vita, le sue opere, il tutto messo qui diligentemente in cinema secondo un andamento che è, nella gran parte, ordinatamente cronologico (sì, qualche scarto e rimescolamento c’è, ma senza mai turbare lo spettatore). Un passo indietro rispetto al precedente lavoro wendersiano, Pina, che pure nella sua devozione a Pina Bausch qualcosa di più, strutturalmente e linguisticamente, azzardava. Ma a lasciare davvero perplessi nell’operazione è, ed è un parere strettissimamente personale intendiamoci, lo stesso lavoro di Salgado. Opera che – per dirla tutta – non mi pare giustifichi il mito e l’elevatissimo status di cui gode l’autore. Trovo gran parte delle sue fotografie disturbanti, e non nel senso migliore, non per la loro intenzione o capacità di scuotere la nostra coscienza e smuoverci dalla nostra indfferenza. No, a disturbarmi è l’impressione di trovarmi di fronte a una colossale, benché non voluta, estetizzazione della sofferenza umana, una sofferenza che viene colta dall’obiettivo e poi mostrata secondo il filtro della bellezza. Salgado ha, tra le molte sue missioni sul campo, testimoniato la grande carestia in Etiopia della metà degli anni Ottanta (quella di Live Aid, ricordate?), con le massicce e disperate migrazioni verso il Sudan. E la carestia in tutto il Sahel. E le migrazioni di popoli interi in seguito a guerre etniche. E la dissoluzione della Jugoslavia nelle terribili guerra balcaniche degli anni Novanta. Ha viaggiato per anni nell’America latina pià sperduta a catturare comunità ai margini della cosiddetta civilizzazione e ostinatamente ancorate alla propria tradizione culturale. Da qualche anno è penetrato nei santuari naturali dell’Amazzonia e di altre zone poco solcate dall’uomo per riprendere flora e fauna e acque e terra. Però, non con lo sguardo del reporter da news, piuttosto con quello di un fotografo-artista. I ritratti della sofferenza che ci consegna, e che il film ci fa vedere, hanno una forza espressiva prepotente, una pregnanza scultorea, quasi tridimensionale, con squarci di luce, fumi e nebbie a creare una narrazione densa di pathos e senso drammatico. Con citazione della grande pittura (direi: Caravaggio e Goya). Bellissime immagini, spesso strazianti, che ci devastano e ci portano sulla soglia del pianto. E però, come dire, di una artisticità eccessiva e prevaricante rispetto alla realtà rappresentata. Ripeto: è la mia opinione. Mi hanno alquanto disturbato anche le visite di Salgado in nicchie etniche e tribali remote, incapsulate, senza contatti o quasi con il mondo esterno. La prima – in apertura di film – in una tribù di Papua Nuova Guinea insieme con lo stesso Wenders, la seconda in una comunità amazzonica rimasta sconosciuta fino agli anni Ottanta. Scusate, non è venuto a nessuno il dubbio che si potesse trattare di intrusioni indebite e a rischio (per le comunità visitate, ovvio)? Ma era il caso? Questa attenzione ai popoli più periferici non rischia di somigliare un po’ troppo alla voluttuosa curiosità (al voyeurismo?) del nostro Ottocento per tutto ciò che era considerata primitivo e selvaggio? Insomma, non è che si ripiomba nel solito vecchio, e per niente caro, esotismo? Scusate, ma io non ce l’ho proprio fatta a voler bene a questo film, faticando parecchio a starmene in sala fino alla fine. Fatico pure a capire che se ne parli in toni estatici come di un capolavoro assoluto. Non lo è. (Ecco, di Salgado trovo davvero meravigliose e davvero grandi, oltre che accettabili, le grandi immagini riprese da lontano, quelle panoramiche brulicanti di centinaia e centinaia di umani come in un Brueghel disperato, dico le immagini degli uomini nudi nel fango delle cave d’oro del Perù o quelle delle migliaia di uomini donne bambini nei campi di raccolta dopo la fuga dalla carestia.)

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