Recensione: MOLLY’S GAME, un film di Aaron Sorkin. Deludente esordio alla regia di un grande sceneggiatore

Molly’s Game, un film di Aaron Sorkin, dal libro di Molly Bloom. Con Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner, Michael Cera, Jeremy Strong.
Al di sotto delle aspettative il primo film da regista di Aaron Sorkin, autore degli script di The Social Network e Steve Jobs. Che si lascia troppo affascinare dalla sua protagonista e dalla sua storia (vera). Molly Bloom, già promessa dello sci, diventa prima a Los Angeles poi a New York la signora del poker clandestino di alta gamma attirando nelle sue bische il meglio dei bilionari. Sarà ascesa e caduta. Purtroppo la parabola di Molly non è così grandiosa, e l’approccio di Sorkin fin troppo simpatizzante. Voto 5 e mezzo
Ci si aspettava di più da questo film che segna il debutto registico di uno degli sceneggiatori più riveriti in circolazione, forse il più bravo di tutti, l’Aaron Sorkin di The Social Network, West Wing, L’arte di vincere, Steve Jobs. Invece parziale delusione (per i motivi che dirò). Oggetto, intendo Sorkin, di un vero culto da parte di devoti, tutti appartenenti alla fasce alte dell’intellettualità globale che si crede antropologicamente superiore, e si dovrà capire un giorno come mai uno sceneggiatore, per quanto bravo, sia potuto diventare un segno di distinzione da sfoggiare nei salotti e saloni. Certo, dialoghista che oggi non conosce rivali, abilissimo nel velocizzare anche le conversazioni più lunghe e ponderose con la tecnica della (parzale) sovrapposizione delle voci – oddio, già l’applicava Howard Hawks -, e se non inventore certo codificatore definitivo del walking-and-talking, l’arte di far parlare i personaggi mentre camminano onde ridurre staticità e consentire al regista di pedinarli in lunghe riprese senza stacchi, i mitici piani sequenza, che fanno tanto autorialità. Ecco, con simili credenziali ci si aspettava minimo il capolavorissimo dallo sbarco alla direzione di AS, invece macché, un film di quasi due ore e mezzo su un personaggio non così interessante, decisamente sovrastimato dal suo sceneggiatore-regista che ne fa o almeno tenta di farne un glorioso modello di autoaffermazione e autodeterminazione femminile in un mondo di maschi ostili e pericolosi. Due ore e mezzo che stentano a passare, dove il ritmo, quasi un marchio di fabbrica di Sorkin, è invece sonnolento e le riprese statiche. Trattasi di storia vera, quella di Molly Bloom (l’omonimia con la signora dell’Ulisse joyciano è del tutto casuale), sveglia giovane donna che tra anni Novanta e Duemila diventò, prima sulla West poi sulla East Coast, domina maxima del poker clandestino di alta gamma, quello organizzato in begli ambienti con tycoon, attori, sportivi, gente con milioni da lasciare sul tavolo, tutti contaminati dal virus dell’azzardo. Poker clandestino, anche se francamente non ho capito in corso di film il perché, visto che far giocare la gente non parrebbe reato a meno di non prendersi una percentuale, il che si configurerebbe come favoreggiamento. Ma lasciamo stare il confuso quadro legale di fondo e seguiamo piuttosto il tragitto della signora o signorina Molly Bloom. La quale nasce e cresce in Colorado da padre psicologo, di quei padri ossessi che dai figli pretendono l’eccellenza assoluta, o primi o niente. E la Molly prima sta per diventarlo, una campionessa di sci freestyle ormai prossima alla qualificazione olimpica. Che fallirà per uno stupido incidente che finirà anche col mozzarle la carriera. Figuriamoci la delusione di papà e il senso di inadeguatezza della figliola. La quale emigrerà a Los Angeles e si inserirà per caso nel giro del poker clandestino. Sveglia com’è, e sempre con quel rovello instillatole dal genitore ormai assente ma sempre incombente di vincere, capisce subito che mettendosi in proprio potrebbe realizzare il suo sogno americano del fare i soldi placando insieme i suoi fantasmi interni. Mette su una bisca meno buzzurra delle altre, con ragazze che non sono prostitute, un’atmosfera bon ton, e gli affari funzionano benissimo, grazie sopattutto a una star di Hollywood supervincente che tutti amano odiare, e sfidare (lo impersona meravigliosamente un luciferino Michael Cera, character di fantasia che riasumerebbe però, secondo certi siti gossippari, i veri divi frequentatori dei tavoli verdi della Molly). Finché la ragazza capisce che è meglio cambiare aria – succede un pasticciaccio che rovina la sua attività – e si trasferisce a New York. Dove riprenderà ancora più in grande e a livelli più alti l’attività, coinvolgendo quali clienti anche mafiosi russi. La storia la vediamo attraverso i flashback che si inanellano a partire dai colloqui tra Molly e il suo avvocato newyorkese Charlie Jaffey, che l’ha presa in carico dopo che è stata arrestata dal’Fbi e messa sotto accusa.
Ad aver sedotto Aaron Sorkin è stato il libro autobiografico di Molly Bloom (scritto anche per potersi pagare l’avvocato e i debiti). E si intuisce il perché, trattandosi come nel caso del Mark Zuckerberg di The Social Network e lo Steve Jobs del film da lui scritto, di un’esemplare parabola tra sogno e incubo americano alimentata dalla smania – che diventa hybris – di eccellere e vincere. Sospesa nella terra di mezzo tra legalità e illegalità, la storia di Molly Bloom si pone anche all’incrocio tra due modelli narrativi del grande cinema americano, il racconto dei tycoon posseduti dalla volontà di potenza (Citizen Kane, Il petroliere) e quello delle ascese criminali (Il padrino, Scarface), ma senza la forza e la consistenza drammaturgica né dell’uno né dell’altro. Quella di Molly resta una vicenda modesta, nonostante Sorkin ce la metta tutta, soprattutto in fase di scrittura, per nobilitarla e riscattarla.  Nei momenti migliori – la crisi che travolge Molly a Los Angeles, il ricominciamento a New York – il film sembra sfiorare quella dimensione epica, grandiosa, cui aspira, per poi riassestarsi su meno eclatanti livelli. L’errore di Aaron Sorkin è stato di avere preso troppo sul serio il libro autobiografico della sua protagonista sposandone il punto di vista, e di essersi professionalmente infatutato di Molly. Di Zuckerberg e Steve Jobs ci aveva dato ritratti amari e anche acidi, e l’approccio antipatizzante funzionava bene, qui la sua complicità e arrendevolezza verso Molly saccarinizza il tutto sfiorando, e da lui proprio non ce se l’aspettava, l’apologia. Dal Molly’s Game esce una figura nobilissima, pronta ad andare in galera pur di non tradire con rivelazioni che pure alleggerirebero la sua posizione i propri ex clienti (“Non voglio rovinare vite e matrimoni, non voglio che i figli sappiano chi siano davvero i loro padri!”). Ci tocca perfino l’orrenda spiega psicologistica dei traumi inferti alla povera Molly da quel padre padrone troppo esigente, con tanto di confronto finale tra i due. Che non son cose da Aaron Sorkin, suvvia. Regia diligente e assai professionale, ma ritmo lento e sfilacciato. Il David Fincher di The Social Network avrebbe fatto di meglio. Jessica Chastain inprigionata in un personaggio tra santa e peccatrice che non le è così congeniale. Parlare di miscasting è eccessivo, ma certo Chastain non appare a suo agio, specie quando deve trasformarsi nella ‘versione Cinemax’. Idris Elba di magnificente fisicità, è lui il nuovo Denzel Washington.

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