Recensione: L’AMORE SECONDO ISABELLE, un film di Claire Denis. O è l’amore secondo Juliette?

L’amore secondo Isabelle (Un beau soleil intérieur), un film di Claire Denis. Sceneggiatura di Christine Angot. Con Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Nicolas Duvauchelle, Philippe Katerine, Joiane Balasko, Sandrine Dumas, Bruno Podalydès, Géard Depardieu, Valeria Bruni Tedeschi.
La Claire Denis di film tosti come White Material, Beau Travail e Les Salauds, stavolta ha girato imprevedibilmente un film sull’amore. Su una donna che l’amore non si stanca di cercarlo. Una commedia brillante, di ottimi dialoghi, che resta però nel suo fondo un film di Claire Denis, ovvero un ritratto realista. Juliette Binoche si immerge in Isabelle diventando lei (o è il contrario: è Isabelle che diventa Juliette?). Voto 8
Il film che non ci si aspettava da Claire Denis. Lei, una di quelle registe assai toste che sempre si sono tenute alla larga da ‘tematiche femminili’ e ancora di più da un cinema presunto femminile intriso di basso sentimentalismo. Eppure con questo bellissimo Un beau soleil intérieur (Un bel sole interiore: è il titolo originale, ed è una delle immaginifiche invenzioni linguistiche sciorinate da un Gérard Depardieu in formissima quale voyant con pendolino interpellato nel finale dalla protagonista) è andata a girare un film intorno a una donna di 50 anni eternamente insoddisfatta, eternamente in cerca, ebbene sì, di un uomo con cui spartire la vita. Che quando è stato annunciato in programma alla Quinzaine des Réalisateurs l’anno scorso a Cannes, e se n’è letta la sinossi, quasi non ci si credeva. Ma come, la Denis – una che ha in curriculum cose come Beau travail su un manipolo di tipacci della Legione straniera e un noir sporco e cattivo come Les Salauds – si mette a parlare d’amore? Annunciando oltretutto che l’idea di partenza, sua e della sceneggiatrice Christine Angot, era quella di mettere in cinema i mitologici Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes (poi in corso d’opera il progetto è cambiato), il Grande di Francia che sdoganò negli anni Settanta con quel libro la fenomenologia del cuore e batticuore fino ad allora ritenuta cosa da sartine e cameriere (“Solo le cameriere si innamorano” sentenziò l’avvocato Agnelli). Eppure, contro ogni incredulità mia e di chissà quanti altri, ne è uscito un film che è una miracolo di leggerezza e finezza, realizzato da una donna (due, contando la fondamentale sceneggiatrice) su una donna senza scadere né in autoindulgenze autocommiserative né in rivendicazionismi spiccioli né in lamentìi tardofemministi contro il patriarcato. Un film lieve, aereo, eppure solidissimo, in cui il tocco di Claire Denis e la sua visione di cinema intimamente realista restano assai evidenti. Mai un smanceria romanticistica, complicità sì con la protagonista Isabelle ma evitando di appiattirsi sui suoi sogni e bisogni e sulle sue paturnie. Perché, diciamolo, Isabelle è anche un filo rompiscatole, di quelle donne che molto hanno avuto dalla vita eppure infelici, di un’infelicità che si stenta a capire. Insoddisfatte anche quando affiancate da uomini fichissimi e per niente stupidi che molte e molti le invidierebbero. Claire Denis, con il suo sguardo fermo, con il suo cinema così trasparente, onesto e oggettivo, pur stando dalla parte di Isabelle non ne asseconda le fluttuazioni di pensiero e di umore, mantenendosi sempre su un piano di osservazione: partecipata, ma osservazione. Dei Frammenti (letti troppi anni fa per ricordarmeli bene) di Barthes c’è poco, niente, solo l’idea di partenza e la struttura narrativa volutamente non lineare ma rapsodica, che si costruisce e procede, quando procede, per momenti disaggregati, senza apparente continuità, isolati come monadi. Frammenti, appunto. Vediamo amori che si aprono senza che ne vediamo la fine, che intuiamo passati solo perché Isabelle è già con un altro uomo, assistiamo a effetti senza che ci sia stata mostrata la causa, e ampie ellissi, salti narrativi e temporali. Un’opzione narrativa che ci salva da troppe e inutili spieghe psicologistiche, più concentrata sulla fattualità che sull’analisi delle ragioni e di ‘quello che ci sta sotto’.
Juliette è una pittrice cinquantenne parigina con una separazione (di cui poco sappiamo e capiamo) alle spalle, una figlia di dieci anni, un amore insoddisfacente in corso con un tronfio signore della finanza globale. Il bello e anche lo strano è che Juliette resta, nonostante l’esperienza accumulata, una donna-ragazza in cerca dell’amore, che all’amore crede e agli uomini pure. O meglio: tra tanti uomini disastrosi lei è sicura di trovare quello giusto. Però sant’Iddio pure lei non si accontenta mai, basta un gesto, una parola fuori posto ed ecco che il candidato principe consorte o principe consorte temporaneamente, precariamente in carica venga da lei abbattuto. Torna l’ex marito, un tipo gentile, ma anche lì Juliette sbarra la strada a ogni possibile ricominciamento. Un attore giovane e bello la corteggia, poi si ritrae, poi riavanza, ma anche lui non supererà l’esame. Intanto penetriamo un po’ nel milieu dell’intellettualità artistico-parigina di cui Isabelle è parte, una gallerista, agenti, tutti raffinati quanto inariditi, mentre lei non si rassegna, resta indomabile e anche generosamente ingenua. Un caos ben riassunto dall’indovino con pendolino, un Gérard Depardieu da standing ovation, che le predice di ogni, tutto e il contrario di tutto, non tanto per ingannarla e truffarla ma perché, traducendola in parole e previsioni, quella è la sua vita, quella è Isabelle. Dialoghi brillantissimi, ottimo ritmo, si sorride e si ride. Anche se Claire Denis non mutua mai i modi della commedia sofisticata, che sia francese o americana. Denis resta Denis, tracciando con solido e anche rude realismo un ritratto di donna brillante e agro. E ha l’intelligenza e la sensibilità di lasciare ampia libertà a Juliette Binoche, la quale si cala nel suo personaggio in un processo identificativo-immersivo totale, o forse è Juliette Binoche a trascinare verso di sé il personaggio di Isabelle e a modellarlo su su se stessa. In molti momenti ogni barriera tra attore e personaggio sembra venire meno, il che, come sempre quando la vita extrafilmica irrompe e deflagra nella finzione, ci spiazza e disturba, sicché in certi momenti si vorrebbe una Binoche più distaccata, meno coinvolta. Più ci si pensa, e sempre più questo film appare complesso e sempre meno una semplice commedia programmata per divertire.

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2 risposte a Recensione: L’AMORE SECONDO ISABELLE, un film di Claire Denis. O è l’amore secondo Juliette?

  1. Anonimo scrive:

    ma è uno scherzo vero? un film così brutto non lo vedovo da anni…

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