Recensione: THE WOMAN WHO LEFT, un film di Lav Diaz. Finalmente in (qualche) sala il Leone d’oro 2016

27346-ang_babaeng_humayo_-_courtesy_hazel_orencio_127344-ang_babaeng_humayo_-_courtesy_hazel_orencio_2The Woman Who Left – La donna che se n’è andata (Ang Babaeng Humayo) di Lav Diaz. Con Miss Charo Santos Concio, John Lloyd Cruz, Michael De Mesa, Shamaine Centenera-Buencamino. Filippine. Durata 226 minuti. Distribuzione Fil Rouge Media.
La prima parte viene programmata al cinema Beltrade di Milano martedì 24 aprile alle 0re 15,40. La seconda sarà proiettata al Beltrade il 10 maggio (controllare comunqe sul sito del Beltrade). Per altre proiezioni in altre città contattare Fil Rouge Media.

27354-ang_babeng_humayo_-_courtesy_hazel_orencio_3Miracolo al Lido. Il più austero cineasta in circolazione, il maestro filippino della lunga durata (di solito i suoi film durano sulle otto ore), stavolta realizza un film di ‘sole’ quattro ore, raccontandoci finalmente una storia. E che storia. Un melodramma che sembra Il Conte di Montecristo con dentro Eugène Sue e Victor Hugo. E Tolstoj, cui Lav Diaz dice di essersi ispirato. Una donna condannata ingiustamante esce dal carcere dopo trent’anni. Cerca la vendetta, ma cercandola si trasformerà in una specie di Santa dei derelitti. Grandissimi applausi. E non state ad ascoltare i molti antipatizzanti: The Woman Who Left non è per niente noioso. Voto 8

Lav Diaz

Lav Diaz

Questa recensione è stata scritta dopo la proiezione del film al festival di Venezia 2016. The Woman Who Left avrebbe di lì a qualche giorno vinto tra molte polemiche il Leone d’oro, accusato anche da illustri critici di media ilustrissimi di essere un film snobisti camente elitario riservato solo ai soliti cinefili e non al pubblico. Esce adesso con quasi due anni di ritardo dopo lunghe vicissitudini distributive grazie a Fil Rouge Media. Resta uno dei migliori film del troppo spesso autocompiaciuto piccolo o grande maestro filippino Lav Diaz.

Se vince Lav Diaz mi metto a urlare, mi butto in laguna, do l’assalto al palazzo (del cinema): questo più o meno scrivevo ieri. Bene, mi dichiaro pentito. Ho cambiato idea dopo aver visto ieri sera il suo The Woman Who Left. Non che mi sia convertito di colpo al culto lavdiziano, semplicemente e onestamente riconosco che si tratta di un gran film, e che se togliesse il Leone d’oro al Larrain di Jackie mi spiacerebbe molto, ma non sarebbe uno scandalo. È che con Lav Diaz ho, come dicono le signore psicologhe e anche i signori, un rapporto conflittuale. Sdilinquimento assoluto e perfino irrazionale – una folgorazione – allorché vidi per la prima volta un suo film (era a Venezia nel 2011, e in Sala Pasinetti eravamo quattro gatti, anzi dieci in tutto per essere precisi), poi con il tempo l’innamoramento è scemato, è subentrata la routine, la noia, anche l’insofferenza. Mi era molto piaciuto Norte dato a Cannes a Un certain regard del 2012 (e anche lì molti vuoti in sala), poi il film di Lav Diaz vincitore a Locarno 2014 lungo sette ore e più, e quello presentato lo scorso febbraio alla Berlinale di otto ore e mezzo, mi hanno stremato. Mai mancato però di rispetto a Diaz, non ho mai smesso, anche nei momenti di disamore, di riconoscergli un’enorme capacità di fare cinema, di avere e creare visioni, di possedere una cifra stilistica unica e riconoscibile. Come ammirevole è sempre stato il suo rigore, la fedeltà a se stesso, l’ostinazione a perseverare in un cinema di molte soddisfazioni festivaliere ma di scarsi anzi nulli riscontri presso il pubblico. Però, anche, che fastidio la devozione acritica che man mano gli si è creata intorno, con ministri e officianti del culto spesso convertiti dell’ultima ora, e che spesso neanche si vedono fino in fondo i suoi film, solo un assaggio per dire l’ho visto, io c’ero, e poi via dalla sala. Lav! Lav! Lav! Dai siti e dalle pagine social dei jeune critique sale incessante l’invocazione al Maestro, la preghiera, tutto un pigolare di groupies pronte all’encomio. Eh no, non si fa, che poi per non essere confuso con gli adulatori e i neoconvertiti a uno vien voglia di passare al fronte dell’opposizione. Scusate la digressione, ma è per spiegare come mai ieri sera, alla proiezione stampa in Sala Darsena, sono passato dallo sbuffare, dal non-se-ne-può-più del signor Diaz all’applauso sincero. The Woman Who Left, La donna che partì, è davvero un film grande, non spenderei al momento la parola capolavoro, e sarebbe abietto non riconoscerlo solo per giocare al gioco del contrarian. Anche un film furbo, perché il maestro o maestrino venuto da Manila stavolta rinuncia a certi suoi marchi di fabbrica, in primis i famosi piani sequenza di almeno un quarto d’ora, a lente carrellate oppure a camera fissa, e ricordo ancora come un incubo nel film vincitore a Locarno quei venti minuti di una processione che scendeva senza fine da una collina, ripresa a camera fissa anzi inchiodata. Come se il regista nel frattempo se ne fosse andato a fare altro. O come in una ripresa ipnotica e anonima di una webcam. E vogliamo parlare delle infinite inquadrature su foglie e rami di palma neanche mossi dal vento, preferibilmente all’interno di fittissime foreste tropicali? Invenzioni all’origine, audacie di stile, poi diventati vizi, manierismi, vezzi, dunque insopportabili. Ma stavolta Lav Diaz sembra aver capito che per uscire dal pur doratissimo ghetto in cui si è confinato e dal cerchio magico dei suoi fanatici ammiratori doveva abbandonare certi eccessi. A partire dalla lunghissima durata. The Woman Who Left dura 226 minuti, tradotto: 3 ore e 46 minuti, mica niente, ma poco a confronto di quel che s’è visto a Berlino e dei suoi primi film. Soprattutto, Diaz lascia perdere gli interminabili long take, finalmente usa il montaggio in modo quasi umano, insomma si avvicina prudentemente a un fare cinema più mainstream, mantenendo peraltro molto di quel che lo distingue, senza snaturarsi. Lo smagliante bianco e nero è quello di sempre. Ed è puro Lav Diaz quello sguardo su uomini e cose e ambienti in grado di riscattare il degradato, lo sporco, il marcio in pura bellezza, e non è la solita estetica degli stracci, è la profonda consonanza con quel che sta davanti alla macchina da presa a permettere a Diaz di trasfigurarlo. E gli interni. Bisognerebbe scrivere qualcosa, anzi parecchio, delle case dei film di Lav Diaz. Meravigliosamente sfatte, corrose, marce, squallide, strapiene di chincaglieria kitsch eppure di inaudita suggestione, in grado di evocare da sole un mondo, una condizione, un’antropologia (vedi le case nella foresta del film visto a Berlino). Ma se The Woman Who Left segna uno spartiacque nella filmografia di LD è anche perché finalmente si decide a raccontarci una storia, e che storia, un intreccio denso di personaggi accuratamente delineati, di passioni, fatti, fattacci, miserie e nobiltà che lui dice di aver tratto con molta libertà da un racconto di Tolstoj, Dio vede quasi tutto, ma aspetta. Ma dentro c’è anche molto altro Ottocento, l’Ottocento dei feuilleton. La signora Horacia detenuta innocente per trent’anni e finalmente liberata, e che una volta fuori decide di vendicarsi del perfido signorotto Rodrigo Trinidad, sembra un remake neanche tanto velato del Conte di Montecristo, oltre che il primo revenge movie di Lav Diaz, e chi mai l’avrebbe immaginato. E poi: ecco rimandi ai Misteri di Parigi, alla Corte dei miracoli, al Gobbo di Notre-Dame, in un melodramma gonfio e spudorato che neanche Carolina Invernizio. Lav Diaz si scatena, non si ferma stavolta davanti a niente, ci mostra trans epilettici che danzano ebbri e cantano brani da musical, gobbi venditori di uova con pulcino bollito dentro, padroni corrotti che vorrebbero pentirsi ma non ce la fanno perché son marci dentro, preti ansiosi di riportare sulla rella via le pecorelle smarrite. E figlie che ritrovano la madre, e figli spariti nei peggio meandri di Manila, e madri coraggio che tirano la carrretta con dietro un nugolo di figli. Di ogni. Con Horacia di giorno in abiti femminili e di notte vestita da maschio vendicatore. Menre le si raccolgono intorno gli ultimi degli ultimi, gli umiliati e offesi, con lei Santa soccorritrice, una specie di Madre Teresa calata tra i più infami antri di Mindanao. Oltretutto in quell’estate del 1997 che non solo, come ci dice una voce off, segnò il picco dei sequestri a scopo di riscatto nelle Filippine, ma vide la morte in rapida sequenza di Gianni Versace, Lady Diana e, per l’appunto, Madre Teresa. Scene irresistibili, come l’interrogatorio al posto di polizia del trans, o il suo numero musicale (applausi a scena aperta difatti). Solo che Lav Diaz non sbraca, non tradisce mai quello che è, gira con la consueta eleganza, fotografa la miseria come nessuno traducendola in immagini sfolgoranti. Certo, lui, signore della lunga durata e del tempo immobile, del tempo filmico sospeso, non può mica adottare le convulsioni e gli adrenalismi di un qualsiasi revenge movie. Dunque si procede perlopiù per tableaux vivants rigorosamente allineati (oddio, ogni tanto qualcuno nell’inquadratura si spazientisce e guarda in macchina, come nella scena inziale della lezione di Horacia in carcere), e dunque l’Arte e il Rigore sono salvi, e il Grande Cinema pure. Si finisce con una scena, peraltro meravigliosa, che sembra aprire un altro film. Non è che Lav Diaz stia già preparando un sequel, come da tradizione del feuilleton? Intanto registriamo la sua riuscita, l’aver realizzato il suo film più accessibile (insieme a Norte, che era pure a colori, e ispirato sempre a un grande-russo, il Dostojevsky di Delitto e castigo), un film che potrebbe perfino uscire in sala e convincere qualche spettatore a comprare il biglietto. Ipotesi che solo un paio di giorni fa sarebbe stata semplicemente folle. Ieri sera al press screening son rimasti tutti al loro posto per le quasi quattro ore, e già questo è un miracolo, e oggi tutti a dire che il Leone è già nelle mani di Lav Diaz. Io spero lo diano a Pablo Larrain invece. The Woman Who Left mi è piaciuto molto, moltissimo, ma prima di lasciarmi andare all’adorazione del Maestro mi ci vuole ancora un po’.

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