Film stasera in tv: AMICHE DA MORIRE (merc. 25 aprile 2018, tv in chiaro)

Amiche da morire di Gorgia Farina, Rai1, ore 21,25. Mercoledì 25 aprile 2018.
2Amiche da morire, regia di Giorgia Farina. Soggetto e sceneggiatura di Fabio Bonifacci e Giorgia Farina. Con Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore, Vinicio Marchioni, Marina Confalone, Corrado Fortuna, Tommaso Ramenghi.3
Una Sicilia che sembra ferma a quella di Sedotta e abbandonata, tra processioni del santo patrono e pescatori in canotta. Tre donne costrette a coalizzarsi e diventare amiche dopo un fattaccio. Un film tutto al femminile con ambizioni di black comedy. Ma il risultato non è all’altezza, anche per l’uso e abuso di cliché siculi ormai impraticabili e certa sguaiataggine non controllata e temperata. Bravissima però Claudia Gerini. Voto 512Trattando questo film di tre amiche ex-nemiche, ed essendo la regista una signora, ecco che lo si fa uscire in occasione dell’8 marzo, e francamente non mi pare una gran furbata di marketing. Come se le donne andassero al cinema solo, o più volentieri, per la festa della donna, ma quando mai? Con il possibile effetto-boomerang che certa enfasi e retorica vetrerofemminista da-donna-a-donna faccia scappare dal film i già non molti maschi disposti a vederselo. Comunque, su un punto almeno si può concordare, ed è che Amiche da morire è indubitabilmente un chick flick, film di donne che alla parte femminile del mercato si rivolge. Un tentativo – mal riuscito purtroppo – di dare vita a una black e dark comedy anche abbastanza stralunata, con molte strizzate d’occhio all’Almodovar storico e già classico di Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Un genere in Italia pochissimo praticato, qui va più la commediaccia anche d’autore ma sempre fescennina e grossière, senza tirare in ballo morti, ammazzamenti, cadaveri, chè supersitiziosi, superstiziosissimi si è in questa parte di Mediterraneo. Invece Amiche da morire va controcorrente e fin dal titolo scherza col morto, e pure con i santi se è per questo, e almeno un certo coraggio glielo si deve riconoscere. Peccato che la confezione sia abbastanza sgangherata e non ce la faccia a dare una forma accettabile a una materia che di suo è alquanto greve, e che avrebbe bisogno di essere depurata e filtrata attraverso lo stile, un’idea di stile almeno. Siamo in una qualche parte della Sicilia, su una non precisata piccola isola, anche se poi nei credits appare la Apulia Film Commission, il che significa che si è girato e reinventato la Sicilia in Puglia, come peraltro era già successo in È stato il figlio di Daniele Ciprì. Vediamo processioni con statue di santi, ragazze neomaritate che fanno da madrine della santa cerimonia con tanto di coroncina, comari quasi tutte in nero e con fazzoletto in testa che si scambiano commenti in una lingua sicula così come la può intendere un cinematografaro romano, e pescatori machi invariabilmente in canottiera e il bicipite in vista come in La terra trema (e purtroppo come in Terraferma di Crialese). Non ricordo coppole, ma non escludo ci siano anche quelle.
Insomma, una Sicilia di cliché che sembra rimasta agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, anzi sospesa in una sorta di eterna, immobile arcaicità premoderna, un po’ commercial di Dolce & Gabbana e molto Sedotta e abbandonata di Germi. Sì, c’è una fabbrica di tonno in scatola con una catena di montaggio, ma è tra le poche intrusioni da società industriale in quest’arcadia popolare. Più qua e là qualche nota contemporanea e attualizzante, dalla prostituta del villaggio (Claudia Gerini, devo dire parecchio brava e capace di dare il tempo giusto alle colleghe, come nel calcio certi giocatori-allenatori in campo che regolano i movimenti della squadra) ansiosa di mettere su una spa, o le smanie salutiste-fitness che trapelano qua e là nei personaggi femminili, o i continui riferimenti all’immaginario televisivo. Ma la commistione non funziona, e il quadro prevalente e pure prevaricante resta quello fastidiosissimo e ormai improponibile di una Sicilia da stereotipo d’epoca che neanche Franchi e Ingrassia ai loro tempi belli (e brutti).
Gilda (Claudia Gerini) è la boccadirosa del paese, quella che pratica (a prezzi esosi da Sicilia, questa sì, ultramoderna) ai maschi del luogo un sesso che le consorti non concedono e non ammettono; Olivia è la sposa perfetta e pure madrina del santo patrono, innamorato persa del marito pescatore, immersa in una bolla rosa da biutiful; Crocetta è la quasi-zitella che nessuno vuole vista la fama di menagramo che si è fatta. Tre donne, tre vite che finiranno con l’incrociarsi allorchè una di loro, Olivia, farà fuori a colpi di pistola il marito dalla doppia vita, pescatore di giorno rapinatore di notte. Donne che mal si sopportano, anche rivali se non nemiche, costrette a coalizzarsi per salvarsi insieme dalla galera e, soprattutto, per tenersi un malloppo che il caso ha fatto cascare nelle loro mani. Il plot non è per niente malvagio, un nucleo abbastanza forte di narrazione c’è, si sente la mano di un abile e inventivo sceneggiatore come Fabio Bonifacci. Però i dialoghi  in un siculo che a me pare fintissimo e sforzato, o in un italiano sicilianizzato, sono approssimativi, le battute fulminanti latitano, e alcuni passaggi sono di un’inverosimiglianza non più ammissibile (vogliamo parlare della messinscena da parte delle ragazze dell’uccisione dei due rapinatori?). Soprattutto, il ritmo è allentato (un problema cronico del cinema italiano), mentre operazioni come queste – i grandi maestri della commedia cinica insegnano, da Lubitsch a Wilder – funzionano quando si tiene la velocità elevata e si ha a disposizione una macchina (narrativa) senza difetti, oliata e revisionata fino all’ultima vite.

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