Recensione: 1945, un film di Ferenc Török. Nell’Ungheria del dopo Olocausto

1945, un film di Ferenc Török. Con Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki, Ági Szirtes, Jozsef Szarvas. Ungheria. Distribuzione Mariposa e Barz and Hippo. Al cinema da giovedì 3 maggio 2018 (a Milano al Beltrade).
La guerra è appena finita. In un villaggio ungherese arrivano due misteriosi ebrei. Sono venuti a vendicarsi di chi ha denunciato e venduto ai nazisti le famiglie ebraiche del paese? Un film necessario che riapre la questione dei “volonterosi carnefici di Hitler”, dei tanti che collaborarono all’ignominia. E sull’antisemitismo profondo che ancora oggi infetta l’Ungheria. Voto 7 e mezzo
Raccontare il dopo Olocausto. Perché i segni lasciati sui corpi e nelle anime di chi dai campi è tornato, e di chi ha collaborato a mandarceli, o per ignavia non ha fatto niente per impedirlo, non si cancellano. Questo imperdibile, anche se imperfetto, film ungherese, di un regista sui 40 anni dal capello molto folto e molto fonato (siamo rimasti tutti sorpresi dalla sua alterità fisiognomica rispetto al cliché dell’autore impegnato e tormentato quando lo abbiamo visto introdurre il suo 1945 alla Berlinale 2016, sezione Panorama), girato naturalmente in bianco e nero, assomiglia poco a quanto finora s’è visto sulla Shoah. Riesce a scavare dove ancora non si è troppo indagato e, se ci sono analogie con il polacco Ida, diversi sono il tono e il registro adottato, e il segno è più sporco, rude, la stilizzazione volutamente più bassa. Con un’immediatezza e un ferocia che ricordano il cinema rumeno più picaresco e meno levigato, penso a Radu Jude.
Siamo nel 1945, la guerre est finie. In un villaggio polveroso in un qualche punto della sterminata e pure desolata puszta (quella resa cinematograficamente immortale prima da Miklos Jancso poi da Bela Tarr) –  i russi liberatori-occupanti ne presidiano le strade e si preparano a inghiottire l’Ungheria tutta – arrivano due ebrei nerovestiti tra il severo e lo ieratico. Uno giovane, uno meno. Scaricano dal treno delle misteriose casse. Affittano un carretto e si avviano verso il villaggio. Non parlano, non fanno domande. Chi sono? Cosa vogliono? Perché gli ebrei sono tornati?, si chiedono tutti. E dopo di loro ne torneranno altri? Nella piccola comunità le domande si accavallano, e mentre quei due signori severi come angeli del giudizio, silenziosi come vendicatori avanzano implacabili, riemerge tutto quello che è stato sepolto, nascosto, anche se tutti sapevano e sanno. I misfatti, le vergogne dei buoni cittadini che hanno denunciato ai tedeschi le famiglie ebraiche, hanno assistito impassibili alla loro cattura e deportazione, hanno arraffato le loro case, i loro negozi, i loro beni. Per questo i due uomini tornati dai lager o da chissà dove fanno loro paura. Son tornati per conto dei Pollak, dei Weisz, degli altri ebrei del villaggio derubati dai cari vicini cristiani? Rivendicheranno ciò che è stato sottratto? Vorranno essere risarciti in qualche modo crudele, come lo Shylock shakespeariano? Nel nucleo allargato dei colpevoli e dei loro complici le reazioni si sfrangiano, si diversificano. C’è chi, oppresso dal senso di colpa, vorrebbe liberarsi da quel peso, c’è chi è deciso a tenersi tutto quanto ha arraffato, senza restituire niente. Con un finale inaspettato.
La Shoah vista dalla parte di chi ha denunciato, tradito, rubato. Un taglio poco praticato finora al cinema, e tocca a un altro giovane regista ungherese, dopo il Laszlo Nemes di Il figlio di Saul, riprendere e riscrivere in parte il paradigma della rappresentazione della Shoah. Anche se qui non siamo al livello di Nemes. Nella sua prima parte 1945 stenta parecchio, è confuso e indeciso sulla pista narrativa da imboccare, affolla disordinatamente troppi personaggi, oltretutto con un montaggio non impeccabile. Ma è un film perturbante, vivaddio, che osa e sbanda, e però ti lascia un segno addosso. E quella campagna ungherese percorsa dall’avidità, dalla rapacità, dalle miserie umane ricorda non solo il più livido e sconsolato Bela Tarr ma anche, soprattutto, altri film del passato sull’Olocausto e sull’antisemitismo nell’Europa centrale, film girati nello stesso cupo bianco e nero, negli stessi paesaggi e ambienti polverosi e soffocati: il cecoslovacco Il negozio al corso (allora c’era la Cecoslovacchia) e Il processo di Georg Wilhelm Pabst. E quando vedi – rivedi – i bravi contadini del villaggio raggiungere minacciosi con i forconi i due misteriosi ebrei pensi ai pogrom, a quell’orrendo rito sacrificale che per secoli ha infettato quei paesi, e che forse ancora continua. E come i fa a non pensare all’Ungheria di oggi, di adesso, con i suoi nazionalismi risorti e le chiusure identitarie e gli aroccamenti, con i suoi rigurgiti antisemiti? Si pensi solo agli attacchi continui a George Soros, di radici ebraico-magiare.

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Una risposta a Recensione: 1945, un film di Ferenc Török. Nell’Ungheria del dopo Olocausto

  1. ugo scrive:

    Film bellissimo e necessario!
    Un bianco e nero limpido ed elegante che contrasta con il fumo nero inquietante del treno che ricorda da subito i forni crematori. Ogni immagine, apparentemente semplice, è studiata per far dramma e sviluppare una tragedia del “ritorno” che credo abbia investito più di una nazione e coscienza. Si rimane stupiti della cinematografia ungherese che giunge a noi sempre alla spicciolata o in ritardo ma che regala dei film da ricordare….Nemes ( Il figlio di Saul, premio Oscar) e prima ancora i B/N di Bela Tarr.

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