Recensione: AVENGERS: INFINITY WAR è di gran lunga il migliore capitolo della saga

©Marvel Studios 2018

Avengers: Infinity War, di Anthony Russo e John Russo. Con Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Karen Gillan, Pom Klementieff, Chris Pratt, Tom Holland, Benedict Cumberbatch, Scarlett Johansson, Zoe Saldana, Brie Larson, Dave Bautista, Cobie Smulders, Vin Diesel, Sebastian Stan, Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Bradley Cooper, Chadwick Boseman, Paul Rudd, Jeremy Renner, Paul Bettany, Mark Ruffalo, Benicio Del Toro, Sean Gunn, Benedict Wong, Anthony Mackie, Terry Notary.

©Marvel Studios 2018

Arrivata al capitolo terzo, la saga Marvel-Disney si fa più oscura e complessa. Virando verso l’epica dell’ambizione e del potere alla Trono di spade, facendosi dramma cosmico con un übermalvagio diviso tra crudeltà e affetti privati. Con un finale che non ci si aspetta e che potrebbe perfino riscrivere il pantheon Marvel. Voto 8

©Marvel Studios 2018

Di fronte agli strabordanti incassi di questo capitolo numero 3 della saga Avengers (e del di poco precedente Marvel-Disney movie Black Panther) cosa volete mai che conti un’opinione, un’opinione qualsiasi? Che poi, è sempre difficile esercitare l’arma della critica e del giudizio o pregiudizio di fronte a prodotti che a un primo, e anche secondo, sguardo sembrano uguali, anonimi, fungibili, sostituibili, repliche di infinite altre repliche. Giocattoli hi-tech per ogni generazione, specie per le più fresche, glacialmente programmati dai signori del marketing ed eseguiti da diabolici team di creativi in grado di manipolare e riesumare e ricombinare certi eterni archetipi narrativi di proppiana memoria. Eppure, stavolta, la sensazione è di trovarsi di fronte a una svolta, a una differenza, a una discontinuità nella produzione seriale dei blockbuster, per via dell’immissione in Avengers 3 di un senso del tragico finora ignoto al genere. Ma prima di procedere con altri rilievi critici sul film, qualche considerazione facile facile, anche da osservatore ingenuo, sull’immane fenomeno del cinema supereroistico e immediati suoi dintorni. 1) Quanta nostalgia davanti a questo Avengers (e ai suoi livelli inauditi di perfezione tecnologica) di certe truccherie elementari delle antiche fabbriche dei sogni hollywoodiane, o inventate con poche lire e molto ingegno da Mario Bava a Cinecittà. 2) Ci si domanda come mai il cinema popolare si sia ridotto oggi al genere intermedio tra sci-fi e fantastico, e a una manciata di altri (l’action, peraltro sempre più sconnesso da ogni verosimiglianza, come Fast & Furious, gli young adult-movies, l’animazione), e se non sia questo il segno definitivo della crisi del cinema come l’abbiamo conosciuto, con il crollo vertiginoso al suo interno produttivo della biodiversità, la concentrazione su un pugno di blockbuster che da soli tengono in piedi e giustificano la cineindustria, l’espulsione dal mercato e il loro confinamento in un futuro già presente sulle piattaforme digitali (o al circuito dei festival) di quei film di una qualche ambizione autoriale e non mainstream. Se questo Avengers numero 3 nei suoi primi giorni nelle sale italiane ha confiscato da solo il 60-70 per cento dell’incasso totale, qualcosa vorrà dire, e non mi pare una bella cosa. No, non si tratta della solita geremiade sulla fine del cinema, è una pura constatazione di come l’offerta si vada sempre più restringendo e concentrando, in conseguenza certo anche delle scelte del pubblico. 3) Un altro dato su cui vale la pena spendere non dico una qualche riflessione ma almeno un qualche pensiero è cosa stia a significare e rivelare del nostro adesso, del nostro mondo e di chi lo abita, la prevalenza schiacciante del genere super eroistico/sci fi/fantastico. Questo proliferare di superpoteri, anche malati, anche mal usati e abusati, queste fantasmagoriche e colossali saghe narrativamente fondate su opposizioni basiche, su dualismi primari e primitivi – il bene contro il male, la luce contro le tenebre, l’eroe contro il malvagio – attestano un diffuso rifiuto della realtà, un escapismo di massa e globale in dimensioni allucinatorie, in mondi paralleli però sempre più percepiti come veri o verosimili. In un autoinganno dove i confini tra ciò che è e ciò che sembra o lo rappresenta si fanno impercettibili. Coerentemente, del resto, con la diffusione di massa delle sostanze psicotrope che alterano coscienza e percezione, o dei videogiochi in cui l’Io esce da se stesso per travestirsi e re-inverarsi nel soggetto di lussuriose avventure. Viviamo tutti in una realtà doppia che comprende, come in Ready Player One, questa realtà e quella virtuale e relative intossicazioni e dipendenze e Io divisi e moltiplicati. 4) I blockbuster attuali sono anche la raccolta e la costruzione di nuove mitologie soddisfacenti il bisogno massiccio di sogni, incubi e fabule che vadano oltre la Storia e affondino negli inconsci individuali e collettivi, fors’anche colmando il vuoto lasciato dalla crisi evidente, almeno in Occcidente, delle narrazioni religiose.
Lunga digressione per dire (anche) che questo Avengers: Infinity War andrebbe visto e commentato non solo per le sue qualità filmiche intrinseche, ma soprattutto per quelle extrafilmiche. Se un parametro di valutazione di un prodotto di genere è la sua capacità di produrre miti, allora bisogna dire che qui siamo ai vertici, quasi al livello della prima trilogia di Star Wars. E se questo Avengers è di gran lunga il migliore dei tre, quello che fa scattare la saga verso una dimensione superiore, di sicuro c’entra l’alta professionalità di chi – dalla produzione agli sceneggiatori ai due registi – riesce a far convivere quasi tutti i super eroi Marvel (io non ho visto Ant Man, benché Paul Rudd appaia nei credits), cui si aggiungono pure i Guardiani della galassia. Traffico ai limiti dell’ingorgo e della paralisi, ma sempre manovrato con sagacia in modo che ogni personaggio, in una sorta di manuale Cencelli di casa Marvel, abbia il suo momento di gloria, facendo magari scontrare qualche maschio alfa – Doctor Stranger versus Iron-Man per dire – per trasformare in drammaturgia la forzata coabitazione, accentuando rispetto ai precedenti la dimensione cosmico-aliena rispetto a quella terrestre in modo da ritagliare a Thor (e ai Guardiani) la loro bella fetta di protagonismo. Con qualche supereroe finora di seconda fascia – Wanda e Visione – che qui assurgono a un ruolo cruciale. Tutti costretti a coalizzarsi contro l’übermalvagio Thanos che vuole impossessarsi delle sei pietre – e incastonarle nel suo guanto di ferro – con cui potrà dominare tutte le galassie, i pianeti, i soli, le vie lattee e quant’altro. Con un disegno criminale in testa benché secondo lui a fin di bene: pulizie etniche massicce, anzi massacri del 50 per cento degli abitanti delle varie galassie, pianeti ecc. per evitare, viste le risorse limitate, il collasso ecologico e sistemico. (Che sia, come spero, uno sberleffo a tutti i fanatici ecologist, agli jihadisti ambientalisti che sognano di ridimensionare la presenza umana per salvare la Terra?) Un villain come Thanos, così assoluto, così totalitario nelle sue voglie di distruzioni di massa, non lo si vedeva da un pezzo, e il pensiero corre ai primi James Bond e ai loro pazzi pazzi pazzi Goldfinger. Avengers: Infinity War conferma anche come il baricentro della giocattoleria e imagerie Marvel si stia spostando a Sud, fuori dall’Occidente, riservando anche qui un gran spazio a Black Panther e alla sua Wakanda, teatro della rituale battagliona tra buoni e per niente buoni di fine film. Eppure, resta ancora da capire perché Avengers sia così avvincente e, semplicemente, così bello. Ha di sicuro pagato l’idea di rifondare la saga e complessificarla in direzione Games of Thrones, verso il Grande Racconto del Potere, verso l’epic dell’ambizione, dell’avidità, dell’hybris che tutto travolge e a cui tutto è sacrificato, con riferimenti, ebbene sì, alle tragedie classiche e a Shakespeare. Perfino il villain si erge stavolta a personaggio colossale e complesso, spaccato com’è tra la sua febbre di dominio e l’amore per la figlia adottiva Gamora (la qual cosa almeno giustifica l’irruzione nella saga dei Guardiani della galassia). Predomina, in ogni senso, la tonalità oscura, dove ogni possibilità e prospettiva di bene è ingoiata e dissolta. Fino al più inaspettato e, non si esagera, sconvolgente ultimo atto che mai si sia visto in un blockbuster, una chiusura che mostra coraggiosamente la fallibilità e finitezza dei supereroi. Qualcosa che potrebbe riscrivere lo stesso futuro della saga e di tutto il pantheon mitologico Marvel. Un ultimo atto da tragedia vera che smentisce parecchi cliché del cinema iperpopolare così come lo si è concepito nelle ultime decadi. Sì, certo, siamo nell’universo fantastico Marcel dove niente è ineluttabile e irrimediabile, ma questa finestra spalancata di colpo sull’abisso del nulla riesce lo stesso a impressionarci. E a fare di questo Infinity War un blockbuster-giocattolo con un’anima, non più solo meccanica azione compulsiva di caratteri a una sola dimensione.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi