Recensione: INTERRUPTION di Yorgos Zois. Uno dei film migliori degli ultimi tempi. Ostico, ma imperdibile

Interruption, un film di Yorgos Zois. Con Alexandros Vardaxoglou, Sofia Kokkali, Pavlos Iordanopoulos, Hristos Karteris, Romanna Lobats, Angeliki Margeti, Maria Kallimani, Alexia Kaltsiki, Maria Filini, Christos Stergioglou. Tycoon Distribution.
Certo non è Avengers. Qui siamo nel cinema più algido, cerebrale, costruito come un mind game. O come una disorientante stanza degli specchi. Primo lungo di un giovane regista greco, Interruption segue l’irruzione di un gruppo di nerovestiti in un teatro ateniese dove si recita l’Orestea. Dicono di essere il coro, prendono possesso del palco, danno inizio a una partita in cui reale e finzione non si distinguono più. E intanto spuntano le pistole. Film di sfolgorante visualità e perfezione formale, con poco da spartire con l’immediatismo del cinema giovane oggi dominante. Non perdetevelo. Voto 8 e mezzo
Se dovessi scegliere, e consigliare, un film, uno solo, tra i molti belli e bellissimi usciti in queste ultime settimane, direi: questo Interruption. Magari dopo un sofferto ballottaggio con L’isola dei cani di Wes Anderson. Arrivato nelle sale italiane a quasi tre anni dalla sua prima mondiale a Venezia 2015 (nella sezione Orizzonti, da cui ingiustamente uscì senza uno straccio di premio: presiedeva la giuria se ricordo bene Jonathan Demme), Interruption del greco Yorgos Zois si conferma adesso, a una nuova visione, qualcosa di importante, l’opera di un autore giovane ma già assai consapevole e dotato di una propria visione decisa e precisa di cinema, benché sia solo al primo lungometraggio (tra l’altro, un nuovo medio-corto di 32 minuti di Zois, Third Kind, è in programma tra pochi giorni a Cannes alla Semaine de la Critique, e bisognerà scapicollarsi per via delle solite diaboliche sovrapposizioni per riuscire a vederlo). Ricordo che a Venezia si rimase abbastanza sconcertati dalla sua radicale diversità, anche rispetto alla vague ellenica capitanata e codificata da Yorgos Lanthimos, cui lo apparenta la capacità di disturbare e perturbare, e i non cancellabili riferimenti al patrimonio della tragedia classica, ma certo non i modi della rappresentazione, non la lingua cinematografica. E un giorno si dovrà pur riflettere sull’apparente paradosso di come da un paese mediterraneo di molto sole e molte mare e dal glorioso passato sia venuto fuori il cinema più desolato e introflesso sulla faccia della terra insieme a quello degli austriaci Haneke e Seidl (mica da oggi, si pensi all’Anghelopoulos di La recita e Lo sguardo di Ulisse). Yorgos Zios riesuma, diversamente dai capifila della cosiddetta new wave ellenica ormai non più così new, un cinema costruito e lambiccato, teatralmente impostato, e non solo perché questo Interruption si svolge tutto all’interno di un teatro e racconta teatro nel suo farsi (e disfarsi). Cinema che denuncia immediatamente la propria ambizione al sublime e al farsi arte (è il lato, almeno alla prima visione, che meno convince e più respinge), la propria aristocratica pretesa di superiorità rispetto a ogni cinema sporco, basso, qualunque, di genere, compiacente. Cinema dove il livello di stilizzazione è elevatissimo e smaccatamente esibito, come ormai è raro vedere, soprattutto nei film giovani dominati dall’immediatismo, dal segno sporco, dalla decostruzione di ogni ordine e compiutezza formale, con ampi inserti di realismo documentarista nella fictionalizzazione e uso smodato della macchina a mano. Invece qui, signori, sembra di tornare al cinema très bien fait di una volta, a Ophüls, a Visconti, prima di ogni rivoluzione, ma, rispetto a quei modelli e quei maestri, con molto gelo e cerebralità e disincanto postmoderno in più. Camera perlopiù fissa e centrale, a stabilire inquadrature rigorosamente simmetriche. Altro che decadrage. Movimenti e caos ridotti al minimo, tenuti rigidamente sotto controllo da una regia che disegna lo spazio schermico con un nitore e una purezza da ingegnere dell’immagine, o da architetto ossessionato dal rigore. Con tutt’al più abbandoni al dionisiaco (si rappresenta l’Orestea, dopotutto) di corpi ebbri e scomposti, subito corretti e ridimensionati dal repentino ritorno all’apollineo, anche se il conflitto, la tensione, il disordine sottotraccia resteranno. Ogni passaggio è costruito, denunciando la propria voluta artificialità, in ottemperanza evidente a un progetto preesistente. Un cinema così inattuale nella sua glaciale perfezione da risultare, oggi, sovversivo. Con un impianto teatrale che suona perfino irridente verso tanto cinema anarchico, selvaggio e appiattito nella mimesi del reale di oggi. Facile infastidirsi, facile rigettare Interruption come pura operazione arty, eppure man mano ci si rende conto come sotto a tanto controllo formale ci sia un nucleo drammaturgico esplosivo. Zois è temerario non solo per le sue scelte estetiche così controcorrente, ma anche per quanto attraverso quella forma racconta. Una recita che viene spaccata e travolta dall’irruzione sulla scena di un gruppo di misteriosi e sinistri nerovestiti che dichiarano essere il coro, mentre spuntano dalle loro mani pistole (vere?), mentre il loro leader, affilato e torvo come un Robespierre ritrovato, anzi un Saint Just, si rivolge al pubblico con parole che vorebbero essere educate e rassicuranti ma che suonano allarmanti: “Scusate l’interruzione, signori. Noi siamo il coro e da questo momento saremo la vostra guida nel corso della serata”. Yorgos Zois dichiara di essersi ispirato all’episodio del teatro Dubrovka di Mosca, quando – era l’aprile 2002 – un commando di terroristi ceceni entrò, lo occupò, tenne in ostaggio il pubblico, fino al massacro finale con l’intervento delle forze speciali russe (morirono 39 terroristi e ben 129 ostaggi): dicendosi colpito da come il pubblico non avesse realizzato cosa stesse accadendo, convinto che l’irruzione facesse parte dello spettacolo e fosse una delle tante trovate di una regia modernista. In questo film non sappiamo chi sia davvero il sedicente coro, chi siano i nerovestiti che prendono possesso  del palcoscenico, ma quelle pistole sono un segnale eloquente che qualcosa accadrà. Si sta recitando, nella solita messinscena modernizzante e contemporaneizzante (tutti in un cubo-gabbia di plastica trasparente, l’Orestea di Eschilo, tragedia di orrori familiari e vendette e rese dei conti, un elemento costitutivo dell’anima greca, dell’essere greci, mirabile esempio di equilibrio secondo Nietzsche tra dionisiaco e apollineo. Oreste ucciderà la madre Clitennestra per punirla di aver ucciso il marito, e padre di Oreste, Agamennone (il quale aveva sacrificato agli dei la figlia Ifigenia). Ma il gruppo di attori viene subito relegato sullo sfondo. Il leader dei misteriosi ragazzi (e ragazze) del coro invita gli spettatori a salire sul palco, a proporsi come attori della tragedia. Seguirà una specie di casting per conoscere gli aspiranti interpreti e assegnare le parti. Oreste deve uccidere Clitennestra? O si può e si deve riscrivere la tragedia? Gli attori improvvisati dicono la loro, il pubblico viene invitato a pronunciarsi, a votare. Al nuovo Oreste è consegnata una pistola, parte il colpo, la nuova Clitennestra cade a terra. È morte vera? O una simulazione treatrale? Interruption si interroga e ci interroga – e non è certo una novità – sui labili confini tra realtà e finzione, e lo fa richiamandosi a certi modelli pirandelliani. Ma stavolta l’irruzione del reale non è solo un’invenzione drammaturgica (la famiglia, per dire, dei Sei personaggi che arriva in scena), ma è il mondo là fuori che squarcia, con la violenza e il sangue, la bolla, il mondo a parte e protetto che è il teatro. E il teatro che, come in questo caso, si fa cinema. Yorgos Zois conduce il suo racconto come una partita a scacchi, affidando al leader del coro il ruolo del demiurgo, del regista di un gioco che si fa rappresentazione, ma tenendoci all’oscuro delle sue intenzioni. Cos’è? Una specie di stress-test, di esperimento psicologico, per saggiare le reazioni del pubblico in una situazione anomala? O il sedicente coro è davvero un commando nichilista che attraverso la tragedia di Eschilo vuole inscenare il massacro, la morte? Ma quale morte poi: la propria, quella degli attori o quella del pubblico preso in ostaggio? Il film procede per scarti, colpi di scena, capovolgimenti, in un jeu de massacre che è innanzitutto drammaturgico, di distruzione di ogni possibile trama e storia, dove tutto sembra vero e insieme simulato, come se ci fossimo inoltrati in una stanza degi specchi in cui risulti indistinguibile l’immagine duplicata e moltiplicata dalla fonte dell’immagine. E però quando sentiamo e vediamo un altro sparo, capiamo come la finzione possa essere risucchiata in un gorgo di realtà atroce e sanguinosa. Ho sempre adorato i mind games al cinema, certi giochi cerebrali di cui il massimo esempio resta L’anno scorso a Marienbad di Resnais-Robe Grillet. E anche stavolta ho capitolato di fronte a questo enigma algido e cerebrale condotto da un regista non privo di sadismo in cerca di vittime consenzienti. Zois non ci fornisce la soluzione, servendoci un’apparentemente incongrua scena finale in cui si celebra il primato della rappresentazione e della forma sul caos del mondo. Se come me siete tra coloro che amano le sfide-rompicapo e anche un po’ torturarsi e nobilmente soffrire, non perdetevi un film anomalo come Interruption. Tra gli attori ìsi rivede Christos Stergioglou, il padre-padrone di Dogtooth.

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