Cannes 2018. Recensione. EVERYBODY KNOWS, un film di Asghar Farhadi. Brutta apertura di concorso (e del festival)

Everybody Knows (Todos Lo Saben – Tutti lo sanno), un film scritto e diretto da Asghar Farhadi. Con Penelope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darin, Barbara Lennie, Carla Campra, Elvira Minguez. Compétition.
Finora l’iraniano Asghar Farhadi (Una separazione, Il cliente) non aveva sbagliato un film. Sbaglia adesso con questo Lo sanno tutti girato in Spagna con la coppia regina Penelope Cruz-Javier Bardem. Solito intrigo di famiglia, con rivelazioni di peccati e abiezioni tenuti  accuratamente nascosti per anni. E stavolta a innescare la macchina farhadiana è un rapimento. Ma la Spagna messa in scena è gonfia di cliché, i tempi dilatatissimi (per più di mezz’ora non succede niente), gli accenti incongruamente melodrammatici. E neanche Cruz e Bardem sono al meglio. Partenza sbagliata di concorso. Voto 4 e mezzo
Allora: in questa mia primissima cronaca da Cannes 2018 meglio sgombrare subito il campo dalle bagattelle e quisquilie di cui si è anche fin troppo parlato nella vigilia e antivigilia. Nell’ordine: il divieto (sacrosanto) per chi entra al Grand Théâtre Lumière salendo la montée de marche di farsi il selfie per instagrammare e fingersi influenzer (con la zeta) e far sapere agli sfigati a casa che ‘noi siamo qui’; il #metooismo debordante per cui le giurie maggiori, Compétition e Un certain regard, sono stato accortamente – così si disinnesca in anticipo ogni polemica e accusa di maschilismo patriarcalista – costruite a maggioranza femminile, e sorvolo sul cartoncino messo in tutti i bag degli accreditati press con l’headline “Comportement Correct Exigé” e numero d’emergenza 0492998009 da chiamare nel caso si fosse vittime di molestie e altre violenze sessiste, o si venisse a sapere di qualche sporcaccionata (varrà anche se le vittime son maschi?); la molto discussa, almeno tra la casta giornalistica presente, decisione da parte delle autorità cannensi di abolire le anticipate stampa per impedire leaks sui social, soprattutto quelli con giudizi stroncatori, prima della proiezione ufficiale a Palazzo con cast e autori. E insomma, ci è stato spiegato, mica si poteva far salire sul tapis rouge divi e dive con la morte nel cuore dopo aver appreso fra twitter e instagram di essere stati fischiati e buizzati ore prima in corso di press sreening. Sicché, per impedire l’oltraggio, adesso le proiezioni stampa così sono state acconciate: in contemporanea alle 19 con la proiezione ufficiale al GTL (Grand Théâtre Lumière), alle 20,30 della mattina successiva per i film proiettati ufficialmente alle 22. Che, diciamolo, è una perdita secca di status per i giornalisti. Oltre che un problema per i cartacei visto che i quotidiani o quel che ne resta chiudono mediamente alle dieci di sera. Poche le differenze invece per la critica web.
E passiamo al primo film: di apertura di festival e del concorso. Presentato alla stampa alle 19,15 di martedì 8 maggio in contemporanea con la presentazione in pompa magna a Palazzo, solo che pure noi accreditati press ci siamo dovuto sorbire quasi 70 minuti di cerimonia di inaugurazione. Molto, molto autocelebrativa, inutilmente lunga e rallentata e non così interessante, salvo l’apparizione alla fine di Martin Scorsese, chiamato a tagliare simbolicamente il nastro di partenza insieme alla presidente di giuria Cate Blanchett. Che poi Scorsese è venuto a Cannes non su invito del festival, ma della Quinzaine che gli ha conferito la Carrosse d’or alla carriera e lo ospita per un molto atteso masterclass. Come dire che il festival se lo è fatto prestare, o lo ha scippato, a una rassegna collaterale come la Quinzaine, e questo francamente non depone a favore della Grande Istituzione presieduta da Pierre Lescure e diretta artisticamente da Thierry Frémeaux. Quando finalmente son partite le immagini di Todos Lo Saben, tutti eravamo sicuri che si sarebbe trattato di buono, anzi ottimo cinema. Il suo regista, l’iraniano Asghar Farhadi – basta Una separazione come garanzia? -, non aveva mai nel corso della sua carriera sbagliato un film (ne ho visti almeno sette, compresi alcuni girati prima del trionfo di Una Separazione). Anche quando si era trasferito a Parigi per Le Passé aveva mantenuto alta la media, forse perché il protagonista era un iraniano tornato in Francia per divorziare dalla moglie. Sicché, quando si è letto che Farhadi era andato in Spagna a lavorare con la coppia regina del cinema che parla spagnolo Penelope Cruz-Javier Bardem non ci si è mica allarmati dell’apparente bizzarria, confidando nella sua inossidabile professionalità e nella capacità, già dimostrato in Il passato, di restare se stesso pure in terra straniera. Invece questo Lo sanno tutti è risultato mediocrissimo, al limite del fallimento netto. A mia memoria il primo vero film brutto e sbagliato di quella macchina da guerra e da premi che è sempre stato il signor Farhadi.
La storia resta una delle sue, anche se qui più prevedibilmente meccanica del solito. Intrighi familiari che si aprono a cannocchiale, a matrioska, rivelando a ogni passaggio nuove oscurità, nuovi segreti, nuove piccole o grandi abiezioni nascoste dietro al bon ton medioborghese. Plot costruiti con una sapienza di sceneggiatore con pochi eguali al mondo, congegni narrativi perfetti che, una volta agganciato lo spettatore, lo tengono prigioniero fino all’ultima inquadratura. Anche quando non ha convinto del tutto e le sue complesse costruzione si sono rivelate fin troppo lambiccate, come nel penultimo e sopravvalutato Il cliente presentato e bi-premiato proprio qui a Cannes un paio di edizioni fa, Farhadi non ha mai fallito. Mai. Doveva finire in Spagna per mettere al mondo il suo film peggiore. Intendiamoci, il plot non è mica da buttare, benché meno stratificato e sottile del solito, a stridere se mai sono i toni insolitamente melodrammatici al limite della novela, e il contesto spagnolo che suono falsissimo, di maniera, gonfio di cliché, in tutta evidenza estraneo al mondo dell’autore. Credevo che lontano dalla sua Teheran soffocata dallo smog e da infinite dispute private, e lontano dal Mar Caspio plumbeo di About Elly, Farhadi ce la facesse a replicare se stesso e a sopravvivere come autore, e invece no. Todos Lo Saben dimostra che portato via dal suo habitat il suo cinema si appassisce e muore di asfissia. Ho letto da qualche parte che Farhadi ha diretto senza conoscere una parola di spagnolo, e difatti si vede, si sente. Benché i dialoghi siano suoi, appaiono ora sguaiati, ora troppo espliciti. troppo sentimentali, meno sobri, meno allusivi, meno corrosivi. Una partitura di suoni e voci mal governata, di cui si ha l’impressione si siano impossessati gli attori esautorando il regista, e si rimpiangono quelle in farsi, anche se non ci si capiva niente, dei suoi film iraniani. E poi, che tempi dilatati. Con una prima parte di presentazione di tanti, troppi personaggi con tanto di matrimonio che si porta via almeno quaranta minuti. Minuti in cui non succede niente e con cadute di gusto e goffaggini imperdonabili in un autore scafato, come l’amoreggiare dei due adolescenti sulla torre campanaria. Oltretutto in una Spagna interna e rurale di gente molto allegra che molto beve e molto canta e balla – mancano solo le nacchere ma il resto dello spagnolismo da cartolina c’è tutto – come la può vedere e immaginare un qualunque turista venuto dall’America o dal Nord Europa. O, per l’appunto, dall’Iran.
Laura (una Penelope Cruz al suo peggio) torna dall’Argentina nel natio paesello con la figlia sedicenne e il figlio bambino. La ragione: si sposa la sorella, e dunque via con la reunion del clan familiare. Solo Alejandro, il marito, è rimasto in Argentina. Per Laura è re-immersione nei sapori-odori-afrori di infanzia e giovinezza, mentre ritrova inevitabilmente anche Paco, l’amor de su vida, il grande amore chissà perché lasciato per l’argentino Alejandro. Anche Paco nel frattempo si è sposato con la bella e dura Bea, e ha fatto un po’ di soldi con una finca messa a vitigno (della finca si parla moltissimo nel film, quasi un’ossessione, quindi meglio non tradurla banalmente come pezzo di terra, tenuta). Fino a che succede, alla Farhadi, l’imprevisto, il fatto che fa crollare l’equilibrio e innesca la solita farhadiana reazione a catena di scoperchiamenti e disvelamenti di colpe singole e collettive, di peccati di ignavia e di omissione. E l’imprevisto è il rapimento di Irene, la figlia sedicenne di Laura per mano di un misterioso manipolo di malnati da cui arriva la richiesta di 300mila euro di riscatto. E la macchina narrativa di Farhadi parte, anche se stavolta girando troppo spesso a vuoto e inoltrandosi in territori che non sono propriamente i suoi. Con un’agnizione che neanche in Carolina Invernizio, e il povero Bardem costretto alla scena più penosa della sua vita, e una Penelope Cruz mater dolorosa struccata e con lo occhiaie già in modalità datemi-l’Oscar. Finale che è perfino al di sotto di quanto si poteva spremere dalla storia messa in moto (dico solo per non spoilerare: poteva essere vendetta di famiglia). Del cast si salva Ricardo Darin, il miglior attore di lingua spagnola su piazza, che riesce a conferire accenti di ambiguità e poi dignità alla figura del marito Alejandro. Il resto è da dimenticare in fretta, sperando di ritrovare al più presto Farhadi sotto i cieli grigi di smog di Teheran.

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