Cannes 2018. Recensione: PÁJAROS DE VERANO (Birds of Passage), un film di Ciro Guerra e Cristina Gallego. Ottima apertura di Quinzaine

Pájaros de Verano (Birds of Passage – Uccelli di passaggio), un film di Ciro Guerra e Cristina Gallego, con Carmiña Martínez, Jhon Narváez, José Acosta, José Vicente Cotes, Juan Martínez, Natalia Reyes. Quinzaine des Réalisateurs.
Colombia, anni Sessanta. Ascesa di un piccolo boss della droga e successiva caduta. A raccontarla così, sembra l’ennesima narco-saga come se ne sono viste decine negli ultimi anni. Invece Ciro Guerra, il regista del meraviglioso El abrazo de la serpiente, con la coregista Cristina Gallego rifonda il modello del crime-con-droga, raccontando una storia alla Scarface nei modi del cinema etnografico, con attenzione ai riti comunitari, ai miti, al pensiero magico. Qualcosa di mai visto. Parecchio interessante. Limiti: qualche ingorgo narrativo e qualche eccesso veteroideologico (si butta la croce addosso agli americani, as usual). Voto 7 e mezzo
Lanciato proprio dalla Quinzaine tre anni fa – il suo film presentato allora, El Abriazo de la Serpiente, avrebbe poi fatto una gran carriera internazionale – il colombiano Ciro Guerra torna a Cannes come autore consacrato e riverito. Tant’è che sempre la Quinzaine lo ha scelto per inaugurare la nuova edizione con il suo Uccelli di passaggio, girato stavolta in collaborazione con Cristina Gallego. Altissime erano le aspettative, difatti stamattina già alle 8 e qualcosa c’era una fila sulla Croisette che non finiva più – e per una volta le aspettative non sono andate deluse. Se nell’Abrazo Guerra ricostruiva due folli risalite, in epoche diverse, del Rio delle Amazzoni irrorando l’avventura di abbondante pensiero magico e riti sciamanici e cosmogonie ‘selvagge’, questa volta sembra, almeno all’inizio, voler stare su narrazioni più convenzionali. Con una storia di narcos come se se son viste tante, troppe negli ultimi anni. Eppure questo crime movie si rivela man mano profondamente differente, ponendosi come un nuovo paradigma per raccontare miseria, ascesa resistibile e poi irresistibile, quindi caduta di un piccolo boss della droga colombiano. Guerra e Gallego rifondano letteralmente il genere, prendendo l’eterno modello costituito da Scarface di De Palma-Stone per distruggerlo dall’interno e ricrearlo come una ballata popolare, come un racconto orale, come una storia clanica di quelle trasmesse da una generazione all’altra. Siamo nella Colombia dei primi anni Sessanta, siamo nel terriorito dell’etnia Wayuu, che mi dicono essere una sorta di enclave antropologica abitata da una comunità oroginariamente di nomadi frantumata in varie famiglie, comunità chiusa e introflessa che si è sempre autoregolata con proprie leggi, un proprio canone e codice d’onore. Succede che i ragazzi americani dei kennediani Corpi della pace mandati a alfabetizzare il terzo mondo (allora lo si chiamava così) e mantenerlo – in un clamoroso esempio di soft power ante litteram – nell’orbita Usa senza farlo scivolare in quella russo-sovietico-comunista – lì in Colombia chiedano quell’erba speciale detta marijuana. Sicché uno sveglio giovanotto e il suo amico di forti ambizioni e scarsi scrupoli capiscono che si possono fare coin quei cretini strafumati un bel po’ di soldi, ed eccoli impiantare il loro traffico, approvvigionandosi in quantità prima modiche poi sempre più massice da una famiglia amica della zona. Ne verranno sconvolte l’economia e gli equilibri interclanici della stessa comunità. Scandito in vari atti, Uccelli di passaggio si struttura come una classica saga. Con i due astuti che si trasformano in boss per poi diventare nemici, la ricchezza con successiva hybris sanguinaria di chi si è ritrovato al vertice del (suo) mondo, la famiglia che, benché obtorto collo, si adatta alla nuova opulenza. Fino alla guerra con un’altra potente famiglia. Così esemplare, la parabola, da ricordare tutti i Padrini cinematografci e anche parecchi mafia-movie italiani. Solo che lo sguardo di Guerra-Gallego è tutt’altro, non eroicizza, non epicizza, non racconta la Grande Storia come una metafora del destino umano né vuole fare piattamente del cinema civile. E invece, la coppia registica, in perfetta continuità con il precedente El Abrazo de la Serpiente, si addentra in un’analisi, quasi in uno studio antropologico del legami familiari, delle regole che stabiliscono l’equilibrio tra i vari clan e che, se infrante, portano alla lacerazione e al conflitto. Con un’attenzione che non si è mai vista in un crime movie del genere Narcos alla cultura tribale, al pensiero magico, al complesso sistema di prevenzione del disordine e di riparazione dei comportamenti anomici, di ristabilimento degli equilibri dopo uno strappo. Ma il film è anche l’osservazione di un mondo arcaico che a stento sopravvive all’irruzione della modernità e delle leggi del mercato. Il risultato, straniante, è qualcosa di mai visto, un noir-crime raccontato e messo in scena nei modi del cinema etnografico. Con cose memorabili, come il ballo di seduzione all’inizio. Come la figura della zia matriarca, la vera anima del clan parentale, colei che, sciamanicamente, è in contatto con le forze ultraterrene a volte a loro obbediendo e a volte piegandole ai suoi fini assai umani. Un personaggio che da solo vale il film. Non tutto è a simili altitudini, e Uccelli di passaggio, con la sua fitta, complessa tessitura antropologica, ogni tanto perde di vista lo spettacolo. Ed è fastidioso l’antimamericanismo di maniera che, si ascolti la cantata popolare alla fine, sembra voler dare la colpa della distruzione del paradiso a quegli stupidi studenti vogliosi di erba. Fosse così semplice. Eppure, nonostante il suo carico veteroideologico, questo resta un film importante che rifonda, e scusate se è poco, la narrazione della narco-saghe. Anche se è improbabile che ne esca una serie televisiva.

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