Cannes 2018. Recensione: DONBASS di Sergei Loznitsa. Un grande, potente film sulla guerra ucraina

Donbass, un film di Sergei Loznitsa. Con Valeriu Andriuta, Boris Kamorzin, Sergei Kolesov, Georgi Deliev, Konstantin Itunin. Un Certain Regard.
A oggi, uno dei film più belli e importanti che si siano visti a questo Cannes 71. Il regista di Austerlitz stavolta racconta, tra fictionalizzazione e cinema del reale, la guerra tra l’Ucraina e le repubbliche secessioniste filorusse di Donetsk e Lugansk. Corruzione, terrore, abusi. Un potere nelle mani di un’oligarchia criminale. Un nazionalismo feroce, fanatico, barbaro. Un film di inaudita potenza, anche espressiva. Premiatelo, per favore (l’appello, per quanto può valere, è rivolto alla giuria di Un Certain Regard presieduta da Benicio Del Toro). Voto 8+
È dai tempi di V Tumane (Nella nebbia), visto qui a Cannes in concorso nel 2012 e non attenzionato allora da nessuno, né dalla giuria che non gli diede neanche un premiucolo né dalla critica cartaceo-digitale che semplicemente lo ignorò o liquidò con qualche riga, che mi ostino a dire come l’ucraino Sergei Loznitsa sia un grandissimo. Un regista come non ce n’è più in giro e non se ne fabbricano più. Poderoso, denso, affascinato dalla complessità, pronto a misurarsi con i temi più ostici, pure mosso da un afflato etico che oggi non solo è scomparso dal cinema e dal discorso collettivo ma che quando faticosamente riaffiora viene subito liquidato dal nichilismo-cinismo dominante come cheap, patetico, premoderno, ingenuo. Invece Loznitsa, ucraino nato suppongo a impero sovietico ancora trionfante, è tra i pochi che ancora si ostinano a fabbricare un cinema desueto che si indigna e fa indignare, non è neutrale, non si chiama fuori, anzi intende smuovere per quanto può le coscienze senza peraltro ergersi a cinema pedagogico e normativo. Così profondamente slavo, Loznitsa, attratto dall’umano anche nei suoi abissi, nei suoi gorghi, e spinto da un’ansia di conoscerli, di penetrarli, descriverli, metterli in cinema che si potrebb dire dostojevskiana. Un cinema pesante, dal peso specifico sempre molto alto, situato al polo opposto rispetto a quello della leggerezza, della futilità, dell’evasione programmatica. Loznitsa da quache anno è assai produttivo, specie sul fronte del documentario. In Austerlitz, visto a Venezia un due-tre anni fa fuori concorso e poi miracolosamente uscito pure in qualche sala italiana, ci mostrava il fenomeno del turismo dei campi di sterminio nazista con sguardo solo apparentemente impassibile e, come dice il mio amico Luca P., constatativo e in realtà implacabile e giudicante. Mentre alla Berlinale dello scorso febbraio si è visto a Forum, la sezione edgy del festival, un altro suo formidabile docu, Il giorno della vittoria, anche in questa caso registrazione apparentemente fattuale e neutra di un evento e di una folla colta nel suo fluire, nel suo muoversi e agitarsi come in un termitaio. Oggetto, la celebrazione, nella ex Berlino Est del complesso monumentale costruito ai tempi della Ddr in celebrazione della vittoria sovietica sui nazisti e della conquista russa e rossa della capitale del Reich. Impressionava (era il maggio 2017) la quantità di russe e russi – ma quanti ce ne stanno a Berlino? – ancora commossi e festanti per quella lontana benché epocale vittoria, ancora legati ai miti sovietici e nazionalisti, pronti a scatenarsi in balli e canti nostalgici per la scomparsa Unione Sovietica e a rivendicare con slogan urlati i territori perduti dell’ex impero. “L’Ucraina e i paesi baltici sono nostri e a noi devono tornare!”, gridava e cantava la folla. Da brividi, a vedere quell’ipernazionalismo violentemente risorgente, anzi mai morto. Sicché quando ieri qui a Cannes si è visto in apertura di Un Certain Regard questo titanico Donbass ci si è resi conto di come le connessioni con Il giorno della vittoria fossero tante e saldissime. Perché pure Donbass affronta il tema assai sensibil e naturalmente rimosso dall’Occidente, soprattutto dall’Europa eternamente addormentata di fronte ai problemi del mondo, della guerra nelle province lontane, estremo-orientali dell’Ucraina. Dove si sono autoproclamate autonome dal potere centrale di Kiev le due repubbliche del Donetsk e di Lugansk con l’intento mica tanto nascosto di ritornare nel grembo dell’irrinunciabile madrepatria Russia. In una replica dell’operazione già riuscita con gran successo e nell’acquiescenza internazionale a Putin dell’annesione della Crimea. Difatti non è un mistero ed è più che un sospetto che a fornire armi e si suppone anche soldati ai secessionisti sia Mosca. Loznitsa va a raccontare quelle regioni remote, quella guerra che ha causato in pochi anni 10mila vittime, da una parte e dall’altra, senza mai raggiungere dalle nostre parti le prime pagine. Una guerra silenziata, di cui solo il cinema sembra ultimamente essersi accorto. L’anno scorso con l’enigmatico e iperautoriale Frost di Sharunas Bartas presentato qui alla Quinzaine, più recentemente con il tedesco L’ultimo viaggio, distribuito nelle sale italiane da Satine. E adesso Donbass. Costruito a blocchi autonomi, una serie di quadri in cui vengono ricostruiti fictionalmente ma in modi che sconfinano nel cinema del reale fatti e eventi se non veri, certo assai verosimili e probabilmente ispirati alla cronaca (purtroppo il sito del festival non pubblica il dossier de presse e non fornisce molte informazioni sulla gestazione del progetto). Diciamo, anche se l’accostamento a tanti sembrerà blasfemo, una struttura narrativa a episodi alla Paisà di Rossellini, lo stato di guerra e il vivere in guerra restituiti quasi nella loro imediatezza, nel loro succedere. Si mostrano le violenze grandi dei massacri, degli scontri armati, dei bombardamenti, degli scopoi di mine, e le violenze quotidiane su una popolazione già stremata dalle privazioni, e il fanatismo, il terrore diventato mezzo di governo, l’ipernazionalismo, l’odio per gli ucraini di Kiev sempre liquidati come fascisti e nazisti (sì, ci furono ucraini che si allearono ai tedeschi durante la WWII in spregio al potere sovietico, ma questo non giustifica l’insulto oggi usato strumentalmente dai separatisti e of course da Mosca per legittimare come lotta antifascista quella che è una secessione-annessione di fatto). Il registro adottato da Loznitsa varia tra il neo-neorealismo e il grottesco, per fortuna tenuta stavolta entro limiti accettabili, mica come in La mite che io regista ucraino portò qui a Cannes in concorso un anno fa dove esagerava in fellinismi e neoespressionismi affossando un film per altri versi mirabile. Si comincia stavolta con una troupe di attori incaricati di girare sotto il fuoco ucraino un film di propaganda, si continua con le gente costretta a cedere beni e soldi ai briganti di turno autoproclamatisi patrioti della Nuova Russia. O catturata e tenuta in ostaggio perché versi ai caporioni della rivolta un riscatto che non si sa se sarà devoluto alla causa o, più probabilmente, intascato dalla corrotta oligarchia che tutto pervade e controlla. Corruzione e abusi dappertutto. Vessazioni continue, ragazzi costretti ad arruolarsi a fgorza. Eppure il sentimento dominante in questa disgraziata Nuova Russia restano l’odio verso gli ucraini e la russofilia. Un territorio senza più legge, in balia di bande criminali. E una barbarie che ha contaminato ogni strato della popolazione. Come mostra l’episodio agghiacciante del cecchino esposto al pubblico ludibrio e linciato dalla folla. Dominano un senso di sfascio, di degrado, di corruzione, di ineluttabile prevalenza del Male, e una disperazione assai slava che tutto avvolge. La parte finale, quasi insostenibile, sigilla un film necessario e potente, che ha anche il coraggio politico di dichiararsi dalla parte dell’Ucraina di Kiev e contro il neoimperialismo putiniano. Del resto Loznitsa non è uno che si nasconde, ha sempre fatto capire da che parte stava fin da quando ricostruì in un documentario (dato a Venezia) il fallito golpe anti Eltsin. Temo che l’evidentissimo orientamento politico di Donbass – che comunque non ha niente del film di propaganda – nuocerà alla sua circolazione in un’Europa sempre più soggiogata dai superpoteri dello zar Putin. E temo che anche molta critica italiana che continua, pur senza dichiararlo, a pensare che gli ucraini un po’ fasci lo siano davvero, non apprezzerà. Giustificando magari con ardite e squisite analisi filmiche la bocciatura.

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