Cannes 2018. Recensione: YOMEDDINE, un film di A.B. Shawky. Storia di Beshay, ultimo tra gli ultimi

Yomeddine, un film di A.B. Shawky. Con Rady Gamal, Ahmed Abdelhafiz, Shoq Emara, Hany El-Tabei, Yasser El-Ayouti, Galal El Ashry, Mohamed Abdelazim. Compétition.
Egitto, oggi. Beshay lascia il bebbrosario (ebbene sì, esistono ancora la lebbra e i lebbrosari) in cui è stato paziente e ospite per quasi tutta la vita per intraprendere un viaggio alla ricerca dl padre. Con lui, su quel carro trainato da un asino, anche un orfano chiamato Obama. Sarà un viaggio attraverso il pregiudizio e la pietà, in un paese acaico e moderno, feroce e solidale. Il giovane regista ce la fa a realizzare un film bello e straziante senza sbracare nella retorica e nel ricattatorio, guardando a Bresson, De Sica, Olmi e perfino al Lynch di Una storia vera. Oltre che a Yussef Chahine, autore massimo del cinema d’Egitto. Altro che cinema ingenuo. Un film che girerà il mondo e che potrebbe vincere qualcosa. Voto tra il 6 e il 7
Una discrera sopresa, questo film che batte bandiera egiziana ed è opera di un giovane regista che, ho letto da qualche partee, dall’Egitto si è spostato da tempo in Austria. (difatti una dele scase bio rintracciabili sue lo definisce Egyptin-ustrian director). Cinema, come in molti altri casi, della diaspora, se non proprio dell’esilio. E però cinema che ritorna, quasi in una coazione a ripetere, alle proprie radici antropologiche. Primo lungometraggio di Shawky, è lo sviluppo di un corto da lui prevedentemente girato su un lebbrosario tuttora funzionante nel Basso Egitto (che poi sarebbe il Nord, la parte del paese del Cairo e del delta) e, più in particolare, su uno dei pazienti ospiti. Che stavolta, con il nome di Beshay, diventa il main character di un film ibrido che è insieme un road movie, la storia di una ribellione, di una fuga, di un ritorno, e un’esplorazione dell’Egitto oggi. Pur conducendo una vita miserabile nel lebbrosario – la malattia si è fermata, pur avendogli lasciato la sua faccia consumata e irriconoscibile e le mani ridotte a moncherini – Beshay si è scavata una sua nicchia, una tranquilla benché umiliante routine fatta di scambi congli altri pazienti e con il burocratizzata ma non malvagio staff medico che si occupa di lui. Ha una sua minuscola attività, andando con il suo carro trainato dal fedele asino Harbi in una montagna di immondizia per recuoerare qualcosa da rivendere. Non ha mai dimenticato il padre che lo portò lì ancora bambino con la faccua coperta da un sacco “perchè qui ti cureranno, ma stai tranquillo, un giorno tornerò a riprenderti”. Giorno che non è mai arrivato. Quando anche la moglie muore, Beshay si ritrova completamente solo. Ed è allora che decide di scappare col suo carretto dal lebrosario per raggiungere la famiglia a Qena, nel centro Egitto, e rivedere il vecchio padre. Sul carro si infila a sua insapauta, e diventerà il sio compagbo di viaggio, un ragazzeeto del’attiguo orfanotrofiodetto Obama per la pelle scura e qualche somiglianza “con quel tizio che si vede in televisione”. Leggendo la sinossi, ci si aspettava un film larmoyant nella scia del peggio e più retorico miserabilismo, quel cinema degli strracci che, mostrando la sofferenza degli ultimi, si fa strumento di ricatto verso i privilegiati d’Occidente e insieme il loro alibi autoassolutorio. Ci si aspettava anche uno di quei film dai paesi un tempo detti terzi e oggi chissà che i festival mettono in programma in quantità moderata e in osi omeopatiche onde riempire la casella “disgrazie dal mondo”. Ecco, tra tante insidie Yomeddine (che sta per il giorno del giudizio) si destreggia con grande abilità, pilotato con sagacia e polsso dal suo giovane regista. Che innnanzitutto sa imporci la figura davvero iresistibile del suo protagonista e a rendercela cara, al si là e nonostante le sue deturpazioni fisiche. Bashay non si nasconde né può farlo, e nella sua consapevolezza di differente ha maturato una saggezza che lo ha salvato dalal disoerazione e dall’odio per il mondo. Un personaggio che coincide con il suo meraviglioso attore, Rady Gamal, ilperno intorn a cui tutto si svolge e da cui tutto acquista un senso. Durante il viaggio non tutto andrà liscio. Scpriamo con Bashay e Obama l’Egitto profondissimo che il turismo non tocca, donne che portano via i loro figli quando vedono il lebbroso imergersi nelle acque del Nilo, ostracismi e rifiuti, ma anche un’imprevsta sodarietà da parte di una piccola comunità di freak, di diversi. E poi furti, piccole violenze. Lincontro con un gruppo di islamisti radicali. Un film sospeso tra un mondo arcaico e frammenti di modernità, con lunghe scene in tempo reale che ricordano il viaggio in tagliaerba del contadino di A True Story di David Lynch. Cinema tutt’altro che ingenuo, quello del giovane regista A.B. Shahwky, che sa mescolare certi modelli alti americani e europei (come si fa, di fronte all’asino Harbi, a non pensare a Au Hazard Balthasar di Bresson?) alla tradizione del grandissimo cinema popolare egiziano un tempo egemone in tutta l’area arabofona. E questo suo racconto tra i diseredati, i dannati della terra, ricorda la comunità di marginali che si raggruppava intorno ai binari di Cairo Station, il primo capolavoro di Yussef Chahine. Ma naturalmente non si può non pensare al norealismo italiano più umanista, quello di Vitorio De Sica, e anche a certo Olmi. Si alternano momenti di trattenuto melodramma  altri di avventura picaresca e di composta allegria, l’allegria di chi non avedo niente e anche meno di niente ha comunque deciso di giocarsi la sua partita per la sopravvivenza senza troppo piangere. Pur qua e là imbarbarito da una musica etnica fragorosissima e assordante, Yomeddine riesce nella quasi impossibile impresa di commuoverci senza essere biecamente ricattatorio, e senza scadere nella retorica del povero dall’anima pulita e custode dei valori sani e sacri del mondo. Il giovane Shawky vince la sua scommessa. E a chi accusa Yomeddine di essere il solito film miserabilista bisogna ricordare che in fondo anche il miglior De Sica lo era, e che comunque non è un reato far piangere lo spettatore quando ci sia di mezzo una buona causa. Molto bene accolto in proiezione stampa, potrebbe entrare nel palmarès.

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