Cannes 2018. Recensione: LES FILLES DU SOLEIL (Le figlie del sole), un film di Eva Husson. Tra le guerriere curde

Les filles du soleil (Le figlie del sole), un film di Eva Husson. Con Golshifteh Farahani, Emmanuelle Bercot. Compétition.
Cannes 2018-press screeningsIl paradosso di un film brutto e iresistibile, da cui non ce la fai nonostante la sua rozzezza a distogliere gli occhi. È che Le figlie del sole va a raccontare la guerra delle combattenti urde contro i boia dell’Isis (mai esplicitamente nominato), che è qualcosa di assai interssante al di là dei modi con cui lo si rappresenta. Si inorridisce per il toni da bassa novela, eppure bisogna riconpscere riconoscerne la tenuta spettacolare. Si pitrà dirlo il guilty pleasure di Cannes 71? Voto 5
Mentre scorrevano i titoli di coda in Sallla Debussy s’è udito il grido ‘Vergogna! Fim immorale’. A urlare il solito giornalista spagnolo, con piccola cricca al seguito, che da anni colpisce ai vari festival. Tra i suoi precedenti ormai storici un ‘Pornografia!’ alla Berlinale all’indirizzo di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, che poi avrebbe vinto l’Orso, e a Venezia un ‘Basta! Film immondo!’ per non ricordo se l’uccisione o il maltratttamento di un cane in un film turco dal titolo Sivas. Al di là dei modi discutibili (ma bisogna essere indulgenti, la sua indignazione è ormai una tradizione festivaliera), mica ha tutti i torti stavolta. Le figlie del sole – si tratta di un battaglione di guerriere curde capitanate dalla tosta Bahar – un qualche corposo sospetto di exploitation, di basso sfrutamento emozionale, di lenocinio, lo induce eccome. Un film che mostra personaggi e passaggi di una pagina pesante di storia recente mediorientale, la guerra davvero eroica dei Curdi, lasciati pressoché soli, contro i macellai dell’Isis e il loro neo-califfato (Isis che peraltro in Le figlie del sole non viene mai nominato, nemmeno con l’altro acronimo Daesh, semplicemente i macellai jihadisti li si chiama barbuti e estremisti, e mi piacerebbe tanto sapere il perché). E lo fa con una grossolanità e uno sguardo greve e opaco che lasciano interdetti. Tra il peggio del concorso, e di tutto Cannes, diretto da una regista, Eva Husson, di cui non conosco i precedenti, che si cimenta in un film di guerra alla The Sniper, ma virando il genere al femminile, perché di donne combattenti ssi racconta e donna è la coprotagonista, una giornalista francese che segue Bahar e la sua squadra e ne condivide rischi e eroismi. Sarà anche ‘differenza femminile’, mi chiedo, pure l’attenzione al cosiddetto lato privato-personale, alle ‘emozioni’? Con flashback sui guai passati delluna e dell’altra. La curda Bahar ne ha viste e vissuti di ogni con i boia barbuti ed è anche per quello che ha preso le armi in mano, la francese Mathilde ha perso un marito in Libia, e l’occhio sinistro in Siria (e quel che rimane coperto da una benda che un tempo si sarebbe detto alla Moshe Dayan, ma chi volete se lo ricordi oggi?). Entrambe sono madri, la prima di un bambino ancora nelle mani dell’Isis, la seconda con una figlia per la quale quando è via sui vari fronti si strugge e si sente in colpa. Per carità, giusto parlarne e farne materia drammaturgica e corpo narrativo. Il guaio sono i dialoghi impossibili, il tono cinematografico sguaiato, ricattatorio e biecamente melodrammatico, da bassa soap.
Mathilde raggiunge i curdi in una sacca di resistenza contro i barbudos islamisti, ed è lì che conoscerà Bahar, la sua storia e quella delle sue compagne, le seguirà in una missione in cui tutti si giocano tutto, letteralmente la vita o la morte. I flshback, pur imporanti per quanto ci mostrano ma insostenibili per come lo fanno, sono una tale (cinica?) fabbrica di lacrime che non li si può guardare, facendo naufragare Goshifteh Farahani, bella com’è e pure brava in altri film (vedi Paterson di Jarmusch), nella peggio inetrretazione dela sua vita, tutto un fremere e piangere e prodursi in facce disperate da mater dolorosa. Tant’è che Emmanuelle Bercot, che è Mathilde, al confronto spicca per sobrietà e misura. Però, mica è colpa della Farahani, semmai di chi l’ha diretta e scaraventata in un simile disastro. Eppure. Eppure questo è uno di quei film orrendi, da cui pur cogliendone la bruttezza e l’intima volgarità non ce la fai a distogliere gli occhi. Non so se la categoria fin troppo abusata di guilty pleasure si attagli a Le figlie del sole, di sicuro la Husson incantena lo spettatore alla poltrona fino all’ultimo secondo infilando anche sequenze irresistibili benché rozze. Bisognerò pure riconoscerle il merito di avere riportato l’attenzione con il suo film, tratto peraltro dall’autentico reportage di un’inviata francese, la questione Isis e dei curdi che si son fatti carico del lavoro sporco andando a combattere e morire contro il peggio nemico possibile, pressoché abbandonati da Europa e America. E bisogna riconoscere alla regista il merito di raccontarci, anche se già li sapevamo, i misfatti dell’autoproclamato stato islamico soprattutto su donne e bambini ridotti in schiavitù, sessuale e non. E la lunga parte della fuga delle donne-serve dalla casa di un boss la si segue col cuore in gola. Lascio ai fini analisti e teorici delle questioni filmiche dire se una storia raccontata in modi tanto volgari possa riscattarsi attraverso i suoi contenuti, e attraverso la sua capacità di attirare e soddisfare il pubblico. Io dico solo che questo brutto film potrebbe rivelarsi uno dei successi di pubblico partoriti da Cannes 71 e fare il giro del mondo e portarsi a casa qualche premio di quelli grossi.

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