Cannes 2018. Recensione: 3 FACES di Jafar Panahi. Quasi un Blow-up all’iraniana: quasi

3 Faces (So Rohk), un film di Jafar Panahi. Con Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei. Compétition.
Benché il regime gli abbia proibito di girare, l’iraniano Panahi continua a fare film. Piccoli, poverissimi, girati semiclandestinamente, eppure meravigliosi. Qui Panahi il perseguitato è anche attore nella parte di se stesso, mentre accompagna un’amica attrice in un remoto villaggio turcofono: si tratta di indagare su un misterioso video mandato alla star da una ragazza di lì. Finché il mistero resta aperto, 3 facce è magnifico, una specie di Blow-up all’iraniana. Poi perde quota pur restando massimamente godibile. Voto 7+
Onore all’iraniano Jafar Panahi che, nonostante sia stato condannato dal regime degli imam e ayatollah alla proscrizione dalla società civile, all’interdizione per ancora molti anni a girare film, i film continua a girarli, coraggiosamente, e pure bellissimi. Realizzati con pochissimi mezzi, quasi clandestinamente (dico quasi, perché mi pare impossibile che le autorità non ne siano al corrente, e su questa tolleranza repressiva mi piacerebbe sapere di più), regolarmente invitati ai festival maggiori ai quali lui non può presenziare perché dall’Iran non lo lasciano uscire. E e ce la facesse a uscire, di sicuro non potrebbe più rientrare. Sarà un’ovvietà dirlo, però è proprio vero che di tutti i vincoli cui è obbligato Panahi ha fatto genialmente un’opportunitò, la possibilità di un cinema poverissimo, tra il documentaristico (che la realtà a riprenderla costa meno dei set) e il fictionale e però grandiosamente risolto e riuscito grzie a sceneggiature di ferro dietro la loro apparente sempliclità e a molte idee. Con la povertà obbligata che si fa linguaggio e stile e trasparenza di sguardo. Mettendosi lui stesso al centro o lateralmente come attore, ma nel personaggio di se stesso, in una sorta di autofiction da lui inventata e praticata prima che dilagasse come modaiolismo letterario e cinematografico in Europe e America. In Taxi Teheran – Orso d’oro a Berlino e buonissimi incassi perfino in Italia – era lui il tassista, imbarcando come passeggerei prenti e amici. Stavolta Jafari Panahi è Jafar Panahi, se stesso o un proprio doppio, regista di Teheran, che accompagna un’amica attrice, star delle novelas serali, in un remoto villaggio di montagna del profondo Nord (e lui interloquisce con uno degli agropastori del posto in turco, anche se poi l’interlocutore lo redarguisce perché non lo parla benissimo: ‘non si dimentica la lingua materna!’, dal che si intuisce come Panahi sia di famiglia almeno parzialmenre turca o turcofona, ed è una preziosa informazione tra le tante che lascia cadere con la massima nonchanache in corso di film. Ma il punto di partenza è un altro, un video spedito all’assai elegante e fine attrice telenovelistica su Telegram – social assai diffuso in paesi sotto regime e a libertà vigiliata perché miglior custode della privacy e anonimato dei suoi users. Autovideo dove una ragazza in una grotta umida proclama la sua disperazione per non essere mai riuscita a realizzare il suo sogno di attrice, per via delle bocciature ai corsi e soprattutto per gli soartcoliposti ala sua vocaziine dalla famiglia, psecie dal fratello, e dalla cultura ptariarcalista del villaggio secondo cui chi receita canta e balla è una disonosrata (succedeva anche in certi fim italiani anni Cinquanta). ‘Ti ho scritto e telefonato’, grida nell’autovideo alla sua star di riferimento, ‘chiedendoti di aiutarmi, ma tu niente, mai una risposta’. Ed ecco la decisione di suicidarsi, difatti la vediamo con cappio al collo, poi rumori come di una caduta del corpo, mentre il video si stoppa. Chiaro che quando la diva di Teheran si ritrova quelle immagini sul cellulare, spedite da un’amica della soccombente, resta sconvolta. E decide con l’amico Panahi di andare al villaggio per scoprire cosa sia davvero successo.
Naturalmente nessuno sembra sapere della ragazza, nessuno sembra conoscerla, figuriamoci poi del presunto suicidio. E l’attrice entra in una spirale depressiva e auticolpevolizzante, sempre più ansiosa di sapere se davvero la ragazza si è ammazzata. Le indagini, così chiamiamole, sono anche, soprattutto?, il pretesto per Panahi di descivere minuscoli ma assai interessanti e godibili angoli di quel mondo remoto tgliato fuori dalla modernità. Ora, 3 facce funziona magnificamente finché rimane in sospensione e il mistero irrisolto, configurandosi anche come una riflessione sul cinema, sull’immagine, sulla rappresentazione, sul vero e sul falso, sulla verià falsificabile e il falso verosimile, sull’ambiguità dei nuovi e vecchi mezzi di riproduzione e rappresentazione del reale. Una meraviglia, soprattutto pensando alla pochezza di mezzi a disposizione di Panahi e alla precarietà della sua condizione sociale (che lezione, per tutti coloro che vogliono fare cinema, e dimostrazione ennesima che se si hanno idee e talento si possono fare grandi cose anche senza soldi). E si pensa, con quel video misterioso di cui non si trova più traccia nel mondo fattuale e reale, anche all’antonioniano Blow-up. Poi, quando i lmistero viene svelato, 3 facce perde inesoirabilmente quota e strade più ovvie, rischiando il bozzettismo e la predica virtosa, benché onesta e necessaria, sulla condizione femninile in Iran e nel mondo patriarcal-musulmano. Ma resta un film da vedere, e fors’anche da premiare in qualche modo. Assente forzato Panahi, in conferenza stampa hanno parlatoo per lui le due attrici protagoniste.

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