Cannes 2018. Recensione: ASAKO I & II, un film di Ryusuke Hamaguchi. L’uomo che visse due volte

Asako I & II (Netemo Sanetemo), un film di Ryusuke Hamaguchi. Con Masahiro Higashide, Erika Karata, Koji Seto, Rio Yamashita. Compétition.
Il secondo film giapponese del concorso, certo non al livello di Kore-eda. Asako si inamora di Baku e poi di un suo sosia. Sono la stessa persona? Per un po’ si spera in un ricalco dell’hitchcockiano Vertigo, poi il film svolta in un’abbastanza qualunque storia di tradimenti pentimenti perdoni. Voto tra il 5 e il 6
Che poi si dovrebbe intitolare più coerentemente Baku I e II, il ragazzo di cui la ragazza Asako si innamora due volte. Perdendo la testa per lui e poi accasandosi con il suo sosia Ryohei (ma se fosse Baku che si finge un altro? Se fosse un inquietante doppelgänger prodotto dalla mente di Asako?). Siamo in un Giappone di borghesia piccola piccola, a Osaka, dove la molto compita e molto caruccia Asako (qua l’attrice, Erika Karata, ha già i suoi devoti) cade in amore per il tenebroso Baku, un tipetto sul maudit. Invano la avvertono che lui è di quella razza maschile che illude e rende infelici le donne, dunque meglio scappare, ma lei macché, la Asako lo idolatra, forse spera di redimerlo, anche dopo mattane tipo ciao, vado a prendere le sigarette e poi sparizioni nel nulla per giorni e giorni. Quando Baku proprio scappa chissà dove e lei, dopo l’attesa di mesi, non resta che prendere atto, rassegnarsi, dunque eccola trasferirsi a Tokyo per dimenticare e, ovvio, rifarsi una vita. Ma a dimenticare mica ce la fa. Finché i giochi del caso, anche parecchio alla Hitchcock, le faranno incontrare un giovine assai perbene lavorante in una storica azienda produttrice di sakè (con alleanze stabilite con aziende di food italiane, forse per accompagnare, orrore!, il sakè agli agnolotti o all’ossobuco) che è uguale uguale al fuggitivo, solo con taglio di capelli più regolare e stile di vita più rispettabile. È lui o non è lui? È Baku che simula un’altra identità e un’altra vita per oscuri motivi o si tratta di un altro? Ovvio che quella brava ragazza di Asako che mai ha dimenticato il disgraziato si reinnamori di questa chiamaiamola sua reincarnazione. E fin qui lo spettatore si appassiona abbastanza, nonostante il tono imploso e assai nipponicamente controllato e educato, il basso volume emozionale imposti al film dal suo non ancora quarantenne regista (presente a Locarno qualche anno con Happy Hour, quattro amiche colte lungo un bel pezzo di vita: durava quasi cinque ore, una mazzata). Sarà che con Baku che vive due volte il pensiero corre subito al capolavorissimo di sir Alfred Vertigo, si spera per un po’ in uno psycho-thriller. Invece macché, la promettente pista hitchcockiana vien solo accennata per accattivarsi i favori dei cinefili e presto abbandonata. E il film diventa un piccolo melodramma abbastanza qualunque e non necessario su una donna che si innamora due volte e non sa decidersi tra il primo e il secondo uomo, rischiando di perdere tutti e due. E però, santo cielo, Asako I & II non va deciso nemmeno sul mélo. Traformandosi e assestandosi in una minuscola parabola sull’ambiguità dei rapporti amorosi, su quanto vi sia, sempre?, di fantasmatico e proiettivo, di residui inconsci, di rimozione della realtà, di fuga nel delirio. Un saggio signore a un certo punto ricorda all’incauta Asako come sia difficile per un uomo accettare l’idea che una donna ami o abbia amato altri. Non è questione di grado di civilizzazione, ma di un dato culturale che probabilmente riflette un dato biologico situato molto al di là della ragione e della ragionevolezza. Difficile commuoversi ai tormenti di Asako, un po’ troppo responsabile dei propri erroi per suscitare la solidarietà dello spettatore. Poi, certo, c’è la castita di tanto cinema giapponese, il suo rigore formale, il suo pudore, il tono sommesso e l’autocontrollo che sono patrimonio condiviso di un popolo. Un film che ha trovato molti estimatori. Io mi colloco invece nella categoria dei non entusiasti, degli educatamente perplessi.

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