Cannes 2018. Recensione: DOGMAN, un film di Matteo Garrone. Mezz’ora di cinema grandissimo bastano a fare un capolavoro?

Dogman, un film di Mateo Garrone. Con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Alida Baldari Calabria, Nunzia Schiano, Francesco Acquaroli. Compétion.
Garrone torna al suo cinema più personale e ispirato, a L’imbalsamatore e a Gomorra, raccontando una truce storia in una desolata parte di Campania tirrenica, in una location di rovine moderne che da sola vale la visione. Dentro, la contora relazione carnefice-vittima tra il piccolo boss Simone e il toelettatore di cani Marcello. Solo vagamente ispirato a un lontano caso di cronaca nera romana. La prima mezz’ora è magnifica, anche visivamente, e inquietante al punto giusto. Poi il film abbandona le molte suggestioni iniziali, inciampando in un finale ansimante. Voto 6 e mezzo
Finalmente è arrivato, finalmente lo abbiamo visto (io ieri mattina in press screening al Grand Théâtre Lumière, ore 8.30) il capolavoro annunciato di Matteo Garrone. Annunciato in quanto preceduto dai commenti sussurrati di quei pochi che lo avevano già visto a Milano e Roma prima del festival. E che ne dicevano mirabilie. Ora, non è per fare il dissidente a tutti i costi, ma Dogman a mio parere non mantiene tutto quello che sulla carta prometteva, pur essendo a tratti, ribadisco e sottolineo a tratti, qualcosa di magnifico. Dopo due film non riusciti, prima Reality poi Il racconto dei racconti, Dogman si presentava – stando al trailer e ai brusii e ai boatos – come il ritorno a casa di Matteo Garrone, intendo, ritorno a se stesso, al proprio cinema più sentito e migliore, quello che lo ha fatto grande e lo ha consacrato, L’imbalsamotore e Gomorra. Di nuovo come allora una storia di periferie degradate e corpi e anime dannate, tra corruzione, violenze, criminalità diffuse a inquinare ogni possibile vivere. Cieli di tenebra su un mare sporco e malsano, e un insediamento umano uscito da un incubo. Palazzi corrosi, slabbrati, cadenti, di una modernità già preistorica e ridotta a rovina. Interni laidi. Misere insegne al neon che non ce la fanno a scacciare le ombre. Si resta ammirati quando il film si apre su questo panorama devastato che non crederesti possibile oggi, in questa Italia, e invece sì (è un ex quartiere per militari della base Nato a Castelvolturno). Dogman, sta scritto sopra il negozio-antro di Marcello, piccolo uomo qualunque che si arrabatta per mantenere nel decoro l’adorata figlia toelettando e rendendo belli i cani della zona. Gabbie dappertutto, muri scrostati, arnesi rugginosi. Per venti minuti, forse mezz’ora, Garrone ci serve grandissimo cinema. Quei cani enormi ora urlanti e ringhianti, ora placati dalle abili manipolazioni e carezze del canaro (e alle conache criminali anni Ottanta del Canaro si ispira, assai alla lontana, il film), in una relazione uomo-animale di volta in volta di opposizione, di conflitto, di controllo, di dominio, di sottomissione, in un’osmosi dove l’umano sconfina nel bestiale e viceversa. Come a evocare certe mutazioni e ibridazioni dei film di Jacques Tourneur. Mezz’ora di cinema della crudeltà e della minaccia, cinema etologico più che antropologico, dove a surriscaldare la temperatura emotiva e il grado di abiezione arriva Simoncino detto Simone, corpo e faccia pestata da pugile che non ce l’ha fatta, e adesso svoltato in piccolo criminale di zona, in sistematico sopraffatore dei deboli, in ottusa macchina produttrice seriale di violenze e soprusi. E la sua vittima preferità è il mite ma non innocente dogman Marcello, che gli procura la coca di cui è dipendente senza peraltro essere da lui pagato. Rapporto asimmetrico che è anche confronto-sontro di due virilità opposte, quella fragile di Marcello e quella prevaricatrice di Simoncino. Per una buona mezz’ora il film promette grandi cose, e già si immagina quanto di esplosivo uscirà da quella relazione tra incube e succube, tra carnefice e vittima (non priva di analogie con un’altra coppia maschile garroniana, quella del capolavorissimo L’imbalsamatore). Peccato che poi Dogman non dia corpo a tutte le suggestioni disseminate nella sua prima parte e si perda. Anziché concentrarsi su quel dannato interno e inferno, e su Marcello e Simone, il film esce dai confini dell’antro-negozio, inglobando piccoli personaggi collaterali non così necessari e significativi. Diventando un film ben strutturato, con immagini folgoranti, ma abbastanza qualunque. Voglio dire: un’altra storia di degradi metropolitani e violenze e prepotenze, tra Romanzo criminale, Gomorra la serie e altre suburre. Già visto. Con inserti che abbassano il ritmo e infiacchiscono la tensione, e introducono elementi non così importanti, come le divagazioni con la figliola, le vacanze, le immersioni in mare. Si avrebbe voglia invece di ritornare in quell’interno-inferno e di restarci a osservare ogni possibili sfumature e faccia di quel malsano rapporto carnefice-vittima. Si vorrebbe la messa in scena di un pezzo di psicopatologia, di abiezione, non un film che ripete, benché a livelli più alti e stilisticamente consapevoli e inventivi, lo stereotipo gomorroide (peraltro messo a punto dallo stesso Garrone). E pure la traccia intuita all’inizio dell’ibridazione e osmosi psichica e fisica tra uomo e animale viene lasciata cadere per un realismo più convenzionale. Perfino un film francese recente che certo non può competere per densità, visione e autorialità con Dogman, Petit Paysan, passato velocemente in qualche sala italiana, ha saputo suggerire di più e di meglio sulla fusione tra l’uomo e gli animali a lui più vicini. Ma a deludere è soprattutto la parte finale. Ci si aspettava in chiusura, almeno io mi aspettavo, la grande cerimonia del massacro, il rito sanguinolento e feroce che nel caso di cronaca impressionò. Invece Dogman evita l’orrore e le forme dell’horror, raccontando l’inevitabile resa dei conti tra Marcello e Simoncino senza scene troppo esplicite. Scelta encomiabile per molti versi, che però finisce con il depotenziare la carica fascinatoria del film, ulteriormente indebolita da un finale indeciso e ansimante. Qua e là qualche passaggio improbabile. Come la richiesta di Marcello a Simone di avere la sua parte di soldi: anche il più sprovveduto degli uomini, e Marcello è debole ma sprovveduto no, avrebbe capito che quei soldi non li avrebbe avuti mai. E qui mi taccio per non spoilerare. Applausi convinti ma non lunghissimi al preess screening. Che Simone l’abbrutito sia una citazione del Simone altrettanto violento e abbrutito di Rocco e i suoi fatelli? Sarebbe bello fosse così.

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3 risposte a Cannes 2018. Recensione: DOGMAN, un film di Matteo Garrone. Mezz’ora di cinema grandissimo bastano a fare un capolavoro?

  1. simeonericci scrive:

    veramente lo hanno applauidito per 10 minuti…

    • Luigi Locatelli scrive:

      Ma che c’entra la durata degli applausi? Comunque alle proiezioni ufficiali, non quelle per la stampa (e io a quella mi riferivo, a come lo hanno accolto i giornalisti: lei ha equivocato), gli applausi sono sempre fragorosi. Ci sono gli amici, i produttori, la claque e c’è il pubblico degli inviti che non vuole scontentare autori e attori presenti. E poi, diffidare dei trionfalismi della stampa italiana. E please, non venga a bacchettarmi e a dirmi cosa succede a Cannes a me che a Cannes ci sono

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