Cannes 2018. Recensione: CAPHARNAÜM, un film di Nadine Labaki, molto probabile Palma d’oro. Nella città (mediorientale) l’inferno

Capharnaüm, un film di Nadine Labaki. Con Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Treasure Bankolé, Nadine Labaki, Compétition.
In una città astratta che molto somiglia a Beirut e nei suoi slums riassume tutte le disgrazie mediorientali, il dodicenne Zain è costretto ad arrangiarsi e vivere per strada. Colpa della povertà, ma anche di una coppia di genitori-mostro. Attraverso il suo girovagare, Labaki ci restituisce una metropoli infernale, portandoci nei peggio gironi: clandestini in gabbia, spose bambine, droghe varie. Qua c’è una schiera di critici che parla e scrive di pornografia del dolore. Non sono d’accordo. Film strapiaciuto agli americani e ai francesi, e dato come il più probabile vincitore di Palma. Domani vedremo. Voto 7

Secondo i media francesi e americani, che certe cose le afferrano al volo, il superfavorito alla Palma d’oro. Quindici minuti di appplausi ieri sera alla proiezione ufficiale al Grand Théâtre Lumière, non altrettanti ma comunque buonissima accoglienza da parte della malmostosa platea giornalistica alla Salle Debussy. Capharnaüm, insomma Cafarnao, non sta per la città sul lago di Tiberiade dell’evangelica pesca miracolosa (grazie a AM per avermelo ricordato) ma, nel francese colloquiale, per posto confuso, dove si ammassano in disordine cose e persone, una babele, una baraonda, un bazar, un, detto in milanese, rebelòt. E tale – confusione e caos e pericoli dappertutto – è l’astratta città mediorientale che tutte le riassume, e però molto somigliante a Beirut o meglio ai suoi slums, dove il film ambienta la triste storia di bambini lasciati soli e adulti, genitori compresi, che son dei mostri. Una cacofonia, un formicaio, un ginepraio dove tutto si mescola, umani, animali, voci, stridori, urla, gente perbene  e gente permale, dove si battaglia ogni giorno, ogni minuto, per la sopravvivenza. Letteralmente. Scritto e diretto da una regista-attrice libanese che già ci aveva dato due film belli e importanti, entrambi ritratti intelligenti del suo paese e relative tensioni e (insanabili?) contraddizioni, prima Caramel poi E ora dove andiamo? (presentato se ricordo bene a Cannes a Un certain regard 2011 e poi premiato dal pubblico a Toronto). Certo che questo Capharnaüm è un bel balzo in avanti per Labaki, tanto da portarla assai vicina alla consacrazione (domani sera sapremo). Oltretutto, inutile far finta di niente, questo è l’anno delle donne, e se vince una donna son contenti tutti, uomini compresi. E tra i film delle tre registe in compétition – le altre sono Eva Husson e Alice Rohrwacher – Capharnaüm è il migliore, il più compatto, il più convincente, nonostante dieci minuti finali di troppo buoni sentimenti e di soli dell’avvenire che spuntano di colpo e illuminano anche le vite fino ad allora disgraziatissime. Ma il resto è racconto di massima solidità e tenuta, di perfetta costruzione drammaturgica (cosa che non si può dire di Lazzaro felice di Alice Rihrwacher), con un punto di vista e uno sguardo che stavolta davvero si possono definire femminili senza cadere nell’ideologia della differenza (e del suprematismo delle donne). Referto tosto ma assai empatico di esistenze disagiate nella caotica metropoli araba di cui sopra, è, soprattutto, un film sui bambini e dalla loro parte, lontano ma non illegittimo discendente del Vittorio De Sica di I bambini ci guardano e Sciuscià. Qui davvero la lezione neorealista la si sente ancora, rinnovata e rinfrescata alla luce del cinema dei Dardenne (che di bambini disagiati hanno trattato, ad esempio in La promessa e L’enfant). Sì, certo di infanti di strada ne abbiamo visti al cinema tanti, brasiliani, filippini, americani. Eppure Nadine Labaki riesce su un soggetto tanto trattato e scivoloso e a rischio di retorica a colpirci. Rivelando i lati oscuri non così conosciuti di certo Medio Oriente, dalla tratta dei rifugiati-schiavi ( e delle donne di servizio tenute in ostaggio dalle padrone che trattengono loro il passaporto) alle bambine mandate in sposa. Un inferno, e non si esagera. Perfettamente restituito da Nadine Labaki che sembra mimare e riprodurre con la macchina da presa le convulsioni di una città dannata. Il centro di Capharnaüm, il perno intorno a cui ruota tutto, è il ragazzino Zain, forse dodici anni (forse, perché i suoi clandestini e sciagurati genitori non lo hanno mai registrato all’anagrafe, dunque un bambino fantasma, ufficialmente inesistente), costretto ad arrangiarsi, a tirare la giornata lavorando gratis – le corvéé andranno ad alleggerire l’affitto – per l’ignobile padrone di casa chiamato Assad. Padre e madre sono troppo miserabili e anche stronzi di loro, al di là della miseria, per occuparsi di lui. Zain assai legato alla sorella Sahar, sicché quando i genitori-mostro decidono di venderla, a soli 11 anni, come sposa bambina al trucido Assad – lui si ribella, cerca di salvare la sorella, e viene buttato sulla strada. Andrà in un’altra degradata periferia, incontrerà un’etiope clandestina con figlio di un anno a carico, abiterà con loro in una baracca diventando il badante del piccolo (un minuscolo e strepitoso attore che si prende la scena ogni volta che compare). Molto altro succederà, con la macchina da presa-occhio di Nadine Labaki mobilissima e indagatrice come vuole l’attuale cinema tra documentario e fictionalizzazione, a restituirci l’avventura di Zain e del piccolo Yonas, e attravero di loro un Libano dove ogni pietà l’è morta, se mai sia esistita (a impressionare è il dominante disinteresse, cinismo, la mancanza di aiuto, indifferenza da parte degli adulti per i disgraziatissimi infanti). Con loro ci addentriamo in tutti i gironi dell’inferno, prostituzione minorile, tossicodipendenze, interni carcerari spaventosi per lerciume e promiscuità, ragazzini mendicanti, gabbie per clandestini (in Libano ci sono due milioni di siriani), vendite di neonati. Di ogni. Che a un certo punto si vorrebbe dire: basta, non si starà mica esagerando con il catalogo delle sfighe e degli orrori? E però una Beirut, un Medio Oriene così non lo abbiamo mai visto, diverso sia da quello delle eterne cronache di guerre sia dagli orientalismi di maniera. Grande idea di sceneggiatura: aprire il film con il processo intentato da Zain contro i suoi genitori. Che quando il giudice gli chiede di spiegare di cosa li accusi lui risponde: di avermi messo al mondo (scena diventata subito celebre e commentata). Processo che fa da introduzione all’odissea in flashback di Zain, e da finale. Qui è dalla proiezione di ieri sera che si discute parecchio sulla moralità o immoralità di Capharnaüm, se sia disonesto sfruttamento a scopo di lacrime e spettacolo, se non sia pornografia della sofferenza, cinema cinico del dolore e dei mali del mondo. A me francamente lo sguardo di Nadine Labaki è parso assai rispettoso e trasparente. Se mai non mi sento di dire che Capharnaüm sia un grande film, bello, importante, destinato a sicuro successo dappertutto (per l’America lo ha già comprato la Sony), ma grande non saprei. E proprio in questo momento mi viene in mente Nadine Labaki che premia qualche anno fa a Venezia, in quanto giurata della sezione Orizzonti, un docu del cinese Wang Bing su tre piccole sorelle lasciate sole. Coincidenza significativa.

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5 risposte a Cannes 2018. Recensione: CAPHARNAÜM, un film di Nadine Labaki, molto probabile Palma d’oro. Nella città (mediorientale) l’inferno

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  2. Ugo Malasoma scrive:

    Ho letto un bell’articolo di Alberto Mattioli sulla Stampa …a proposito dei film strappa lacrime che hanno “deliziato” il concorso di questa edizione di Cannes. L’Autore rivendica la voglia di “ridere” ….ma le chiedo: questa Labaki non è troppo ricattatoria come scrivono i poco “illuminati” altri suoi colleghi? Il cinema vero che più vero non si può ( questo della Labaki ad esempio, ma ci metterei anche Dvortsevoy, Husson, Brizé, Shawkry…) ha anche un pregio artistico o ha solo una valenza politica “necessaria” e che tranquillizza le coscienze…..bastasse così poco….
    La leggo sempre con piacere….anche e soprattutto perché è sempre controcorrente

    • Luigi Locatelli scrive:

      Sì, il rischio del ricatto emotivo c’è. Ma nel caso Labaki direi che il suo film è piuttosto onesto. Del resto, son dilemmi che letteratura e cinema ci hanno sempre posto, da Dickens a De Sica. Questione complessa

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