Cannes 2018. Recensione: AYKA, un film di Sergey Dvortsevoy. Un simil-Dardenne a Mosca

Ayka, un film di Sergey Dvortsevoy. Con Samal Yeslyamova. Compétition.
Ritratto molto da vicino di Ayka, clandestina kirghisa a Mosca, naturalmente nella stagione pià dura e fredda. Una disgrazia via di l’altra: Aika partorisce ma non può mantenere il figlio, perde il lavoro, rischia di finire slla strada. Si copia visibilmente il neo-neoralismo e il cinema degli ultimi dei fratelli Dardenne. Ma non tutti sono i Dardenne. Voto 5 e mezzo

Un sotto-Dardenne di regista e produzione made in Russia, ma con al suo centro una giovane donna venuta a Mosca dal Kirghizistan (ex repubblica asiatica dell’impero sovietico) in cerca di vita più degna e un po’ di soldi. E invece, disgrazie su disgrazie. Accolto tra molti sbadigli e eccheppalle, anche perché arrivato come penultimo in ordine di proiezione tra i 21 film del concorso, a pubblico e critici ormai stremati, con la mente annebbiata dai troppi debiti di sonno. Un film fragile, che non ci ha molto guadagnato dall’essere messo in concorso a Cannes, vetrina troppo grande e stressante. Sicché è parso mediocre mediocrissimo pur non essendolo del tutto, un déjà-vu ai giornalisti che di epigoni dei Dardenne ne vedono a decine ogni anno nei vari festival. In my opinion, Ayka si meritava qualcosa di più dell’accoglienza glaciale che ha avuto, anche se non brilla per originalità, anche se tropo simile ad altri film su umiliati e offesi di questo stesso Cannes.
La kirghisa Ayka è clandestina a Mosca, una Mosca naturalmente – per massimizzare il tasso di drammaticità della storia – nel suo periodo peggiore, l’inverno, neve, gelo, cieli plumbei. L’inferno bianco, come dicevano certi titoli sensazionalistici anni Cinquanta-Sessanta. Naturalmente il permesso di Ayka è scaduto, naturalmente deve dormire in orrida promiscuità con altri clandestini in un appartamento-spelonca di un sordido speculatore. Dickens colpisce ancora (e sempre colpirà). Non bastasse – questo film è un accumulo di sfighe – è incinta non si sa di chi: partorisce in ospedale poi scappa, abbandonando il bambino (nel dossier de presse il regista dice di aver pensato a questo film dopo aver saputo che ogni anno a Mosca 10mila bambini vengono abbandonati dalle madri kirghise). Perde il lavoro, mentre rischia di morire per via di un’emorragia post-parto. Non sto a dirvi altro. Non solo per via della stanchezza ma anche per la ripetitivtà ipnotica e anestetizzante dEL film, a un certo punto non si riesce più neppure a indignarsi. Camera a mano, anche se meno isterica della media del genere, rozze contrapposizioni tra ricchi arroganti e poveri maltrattati, greve didascalicismo (il parallelo tra Aika mamma lasciata sola e la cagnetta che allatta i suoi neonati assistita da padrona e veterinario). Un po’ più di lavoro sullo storytelling avrebbe giovato. E però, suvvia, non è mica così infame Ayka. Solo derivativo e ansioso di documentare e denunciare. Di buono c’è che film come questi ci aprone finestre su mondi sconosciuti. Alzi la mano che sapeva della vita dei kirghisi clandestini in Russia e della durezza dei russi nell’accoglierli e nell’espellerli. Ecco, adesso qualcosa sappiamo. Occhio, l’attrice potrebbe vincere.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, classifiche, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Cannes 2018. Recensione: AYKA, un film di Sergey Dvortsevoy. Un simil-Dardenne a Mosca

  1. Pingback: Cannes 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Cannes 2018. Ineccepibile Palma d’oro a Shoplifters, ma gli altri premi? Parliamone | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi