Cannes 2018. Recensione: BURNING, un film di Lee Chang-Dong. La bella, il bellimbusto e lo scrittore

Burning, un film di Lee Chang-dong. Con Yoo Ah-in, Jun Jong-seo, Yeun Steven. Compétition.
Sembra Jules e Jim a Seul. Con la ragazza Haemi che si divide (forse) tra l’aspirante scrittore Jongso e l’odioso riccastro Ben. Forse. Perché questo film del maestro del cinema asiatico Lee Chang-dong gioca, anche molto pesantemente, sui labili confini tra realtà e apparenza. Due ore e mezzo di cinema delle lentezza orientale, con momenti incantati e di massimo fulgore visivo, altri meno. E si sente troppo la derivazione letteraria (da un racconto di Murakami). Un film destinato a crescere nella memoria e nel tempo. Forse. Voto tra il 6 e il 7
Film a combustione lenta, lentissima, quasi impercettibile, che ti colpisce a distanza. Ho fatto bene – felix culpa! – a non scriverne a visione appena finita, non perché non lo volessi, ma semplicemente perché non ne ho avuto il tempo, tutto qui. E meno male, perché a distanza di qualche giorno Burning mi è cresciuto nella memoria. Diventano sempre più vivide le sue parti migliori, si annebbiano quelle meno riuscite o fastidiose (che sono tante, quelle che più risentono delle origini letterarie della storia). Due ore e mezzo, e francamente troppe da metabolizzare la sera dopo una giornata di file e corse tra Palais e Quinzaine, anche se firmate dal maestro sud coreano di Oasis e Peppermint Candy. Burning è tratto purtroppo da una short story del molto amato e venerato giapponese Haruki Murakami (uno degli eterni candidati al Nobel). Dico purtroppo, perché azzardo che le cose meno riuscite – i dialoghi alti e arty e ridicoli quando in contesti incongrui – vengano proprio da lì. Non ce l’ho con Murakami, solo che certe cose funzionano sulla pagina, e sulla misura breve, ma se messe in cinema stridono, non si adattano al nuovo mezzo, impiombano. Circola lungo tutto il film un che di smaccatamente autoriale e alto, da cinema superiore di quando ancora si disdegnavano i generi e si marcava il territorio e il confine rispetto al cinema popolari. Tempi narrativi dilatatissimi, uso di metafore alquanto smodato. Intorno a un interrogativo che è un classico arty: cosa sono la realtà e la finzione? E la realtà esiste o siamo noi a sognarla e immaginarla? La ragazza che sta al centro del triangolo di cui Burning racconta costruzione e distruzione, studia mimo, e per épater il ragazzo che le sta di fronte e vuole conquistare, Jongsu, sbuccia un mandarino immaginario, che non c’è. È un avvertimento, una dichiarazione teorica, perché poi tutto il resto non sarà altro che la riproduzione di quella scena, un teorema sull’apparenza, sull’essere e il nulla condotto con la massima, inflessibile coerenza da Lee Chang-dong.
La ragazza Hamei reincontra il giovane uomo Jongso che, quando abitavano nello stesso quartiere, non la degnava di uno sguardo. Vuole la rivincita (“una volta mi hai detto che ero brutta, e adesso?”), supera ogni sua resistenza e diffidenza, se lo porta nel suo appartamento, condiviso con un gatto. E lui, figlio di un padre contadino, aspirante scrittore, non ci mette molto a cadere innamorato. Hamei parte per un viaggio in Africa da molto tempo sognato, quando torna eccola rispresentarsi a Jongso all’aeroporto con un bellimbusto conosciuto a Nairobi (“ eravano i due soli coreani”). Uno di quei tipi odiosi, troppo belli, troppo sicuri di sé, troppo ricchi, troppo perfetti, pure con la Porsche Carrera. Sarà una specie di triangolo alla Jules e Jim o forse no, perché in questo film sospeso tra reale e non reale non sappiamo nemmeno se ci siano amore e sesso tra Hamei e l’odioso riccastro. Tutto è suppposto o forse immaginato. I tre procedono in questo mai dichiarato ménage à trois, con Hamei sempre più enigmatica. I misteri via via si moltiplicheranno , la rivalità tra Jongso e il bellimbusto Ben pure. Chiaro che noi si parteggi per il ragazzo di campagna onesto e generoso benché un po’ orso e ispido a fronte dell’ambiguo cittadino in Porsche. Incominciano a manifestarsi strane ossessioni incendiarie, e il fuoco avrà una gran parte in corso di narrazione, anche come metafora, benché si stenti a capire di cosa. Alla fine verrebbe da dire che Murakami nuoce al cinema, ma, non avendo letto il racconto da cui Burning deriva, non lo dico. Lee Chang-dong quando smette di fidarsi troppo della letteratura e ritorna l’autore di cinema che è, ci dà cose meravigliose. Paesaggi sospesi e metafisici. La disperazione implosa di Jongso, personaggio magnificamente costruito e risolto. Momenti ipnotici, silenzi densi di sottotesti e allusioni, di minacce incombenti. Come quei rumori di fondo, lontani, che si sentono nella casa di campagna, e sono gli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Ma tutti i giochi sul gatto che c’è e forse no erano sopportabili in film anni Sesanta come Blow-up, oggi suonano pretenziosi. In tanta evaporazione della realtà c’è però una traccia noir, quella di un possibile delitto consumato. Se solo Lee Chang-dong ci avesse creduto di più.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Cannes 2018. Recensione: BURNING, un film di Lee Chang-Dong. La bella, il bellimbusto e lo scrittore

  1. Pingback: Cannes 2018. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: Cannes 2018. Ineccepibile Palma d’oro a Shoplifters, ma gli altri premi? Parliamone | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi