Cannes 2018. Recensione del film vincitore, SHOPLIFTERS (Un affare di famiglia) di Kore-eda Hirozaku

Shoplifters (titolo originale: Manbiki Kazoku, titolo francese: Un affaire de famille), un film di Kore-eda Hirozaku. Con Franky Lili, Matsuoka Mayu, Jyo Kairi. Vincitore della Palma d’oro 2018.
Cos’è una famiglia? Chi sono i veri genitori, quelli che procreano o quelli che i figli li allevano e li proteggono dal mondo là fuori? E quanto contano i legami di sangue? Questioni più che mai cruciali, già affrontate dal giapponese Kore-eda in Father and Son. E qui rimesse in scena in un film casto e pulito, dallo sguardo trasparante, dalla forma narrativa quasi geometrica. Il suo film assoluto, la summa di tutti i suoi precedenti. Voto 8
Recensione scritta il 15 maggio dopo il press screening del film

Dopo la molto interessante deviazione veneziana dello scorso settembre verso il legal thiller e il procedural con The Third Murder, Kore-eda torna con questo film – Shoplifters il titolo inglese, Un affaire de famille quello francese – alle cronache di famiglie sconnesse e sghembe (mai dire disfunzionali, una di quelle parolacce che andrebbero abolite per legge) che sono il suo marchio di riconoscimento. E però non tiriamo fuori per favore il cliché eternamente ripetuto nei troppo veloci resoconti dai festival di Kore-eda quale erede legittimo di Ozu, perché certi paragoni possono nuocere gravemente e le analogie – la predilezione di entrambi per i ritratti del Giappone in uno o più interni – sono fragili e tutte esteriori. Cronache e lessici familiari, allora. Anzi, questa è la summa di tutti i precedenti Kore-eda, come un film definitivo e assoluto sui suoi temi prediletti. E che Giappone diverso quello che vediamo stavolta, non certo quello cerimoniale, sublimato in forme austere e perfette chiamato da Roland Barthes L’impero dei segni, non il Giappone dell’eleganza diffusa come un dato antropologico comune e collettivo, e invece un paese che di quello sembra l’ombra, il sottosuolo, la parte disordinata e informe. Case che son miserabili, caotiche, cadenti, con brutti arredi di pessimo gusto, collocate in poveri e lerci suburbi metropolitani, abitate da un lumpenproletariat che esiste e persiste anche in uno dei paesi più affluenti e a più alto controllo sociale del mondo. È in uno squallido ma a modo suo accogliente tugurio, pochi metri quadri, che abitano affastellati gli Shibata, padre, madre, nonna, una figlia adolescente, un bambino, e una bambina della casa accanto vessata dalla madre e picchiata dal padre accolta dal clan come propria. Che gli Shibata non siano la media famiglia nipponica lo si vede subito, con i due maschi – l’adulto e il bambino – impegnati a rubare, complici, in supermercati e negozi con sperimentate tecniche (da qui il titolo inglese Shoplifters ). Ma sono tutti i membri del clan a essere quotidianamente impegnati in una lotta per la sopravvivenza tra legalità e molte ilegalità. Come la figlia maggiore, studentessa e prostituta a metà in un peep show. Perfino la nonna, la matriarca, arrotonda la sua pensione, cui peraltro tutti gli altri attingono, con altre entrate non propriamente nobili. Eppure gli Shibata una loro piccola felicità insieme l’hanno costruita e raggiunta, come quelle famiglie anche italiane perseguitate dall’assistentato sociale che le vorrebbe raddrizzare e però in miracoloso equilibrio tra devianza e coesione affettiva interna. Poi Kore-eda, con una svolta che ribalta il film e rivela quello che avevamo intuito ma cui non osavamo credere, che il clan Shibata non è costruito su legami chiamiamoli naturali ma fondati sull’interesse economico, sull’inganno, la manipolazione. Eppure, come disse una volta a proposito di altre questioni l’attuale pontefice (santificato da Wim Wenders nel suo Un uomo di parola presentato qualche giorno fa qui a Cannes fuori concorso), chi siamo noi per giudicare? Per giudicare, intendo, una famiglia che cresce sì come ladri i suoi virgulti però garantendo loro una protezione dagli orrori del mondo là fuori? Si resta avvinti a questo mirabile racconto che, con precisione geometrica e massima sobrietà e pulizia di stile, pone l’eterna ma sempre cruciale questione: chi sono i veri genitori, quelli che i figli li generano e producono o quelli che li crescono? E quanto contano i legami di sangue, quanto si può eludere il dato biologico? Kore-eda aveva già affrontato la questione in Like Father, Like Son lanciato qui a Cannes, ricevendo anche un premio dalla giuria presieduta da Steven Spielberg: neonati scambiati nella culla e allevati dunque nella famiglie sbagliate. Ma davvero sbagliate? Come allora, anche adesso il regista non offre risposte, pone solo domande. E le ultime scene, così pudicamente strazianti e nipponicamente misurate, non fanno che porci altre domande e altre ancora. Un film semplice e terso, che è puro Kore-eda e ne conferma la statura di maestro. Gli manca solo un premio importante, e stiamo a vedere se arriverà.

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