Cannes 2018. Recensione: THE WILD PEAR TREE (Il pero selvatico) di Nuri Bilge Ceylan. E alla fine arriva il film migliore del festival

Ahlat Agaci (The Wild Pear Tree – Il pero selvatico), un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Aydin Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Erguclu. Compétition,
Quando i gochi sembravano fatti è arrivato Nuri Bilge Ceylan con il film più bello del concorso. Molto difficile gli diano la Palma, visto che l’ha già vinta nel 2014. Ma questo Il pero selvatico si presenta come opera suprema e summa di tutto il cinema del gran turco. Tre ore e dieci minuti di piani sequenza, di walking-and-talking, di un arabesco visivo e verbale magistralmente fabbricato. Cronaca familiare in un villaggio vicino alla costa egea, un figlio che detesta il padre, la voglia di scappare e cambiare vita. Cechoviano, come il precedente Il regno d’inverno. Film enorme. Voto tra l’8 e il 9
Amo Nuri Bilge Ceylan, il suo cinema. Eppure non mi aspettavo che questo suo Il pero selvatico – inserito in ritardo nel programma – si rivelasse così bello e importante, la summa di tutti i suoi film precedenti, il ceylanismo in purezza, distillato. Fanno bene al cuore del cinefilo certe sorprese. Anche perché Il pero selvatico è arrivato ultimo, ventunesimo su ventuno, in ordine di proiezione tra i film del concorso, quando ormai si era tutti in disarmo, stanchi, convinti che la competizione non avesse più niente da dire e offrire. E invece ecco questo film venuto di notte: proiezione stampa cominciata ieri sera alle 20 e finita alle 23,10 (durata-mammuth di 3 ore e più). Una corvée spossante imposta alla platea stampa dai programmatori quando ormai molti già pregustavano la libertà e la fuga dalla Croisette. Che poi, programmando un film a ridosso della premiazione si rischia di escluderlo da ogni possibilità di palma: presumo che la giuria Il però selvatico lo avrà visionato a discussioni sul palmarès già in fase avanzata e a giochi quasi fatti. Spero non sia così, anche se obiettivamente le chance di NBC di agguantare la vittoria sono scarsissime, soprattutto perché la palma l’ha già vinta nel 2014 con Il regno d’inverno – The Winter Sleep (fu, se ricordo bene, la presidentessa di giuria Jane Campion a consegnargliela). Certo che ogni altro film, pur bello, pur importante, di questo Cannes 71-Compétition, stinge di fronte alla perfezione di Il pero selvatico, al magistero del suo autore. A sorprendere è come il gran turco, pieno di allori com’è, continui a cercare, a esplorare, a inventare cinema, a sperimentare, a andare oltre, a cambiare pur in coerenza con se stesso e il proprio passato. Una lezione per tutti, anche quelli molto più giovani di lui e molto meno premiati, che già al secondo o terzo film si concedono vezzi, manierismi e compiaciuti autocitazionismi. Colpisce come il Ceylan degli inizi, autore emintemente visuale (nato come fotografo difatti, radici mai rinnegate), cineasta della lentezza ipnotica e della lunga durata che lavorava, oltre che sull’immagine, sul tempo e le sua percezione, sia diventato già con The Winter Sleep anche pienamente autore-drammaturgo. Colpisce che ai suoi magnificenti tableaux (nessuno come lui sa restituire l’intima drammaticità dei panorami, delle desolazioni anatoliche, sotto la neve) accompagni ormai una sceneggiatura solidissima, in un cinema di parola anzi di flussi di parole benissimo scritte, una partitura verbale che potrebbe vivere anche oltre lo schermo, su un palcoscenico. Mutazione stupefacente. In Il pero selvatico va perfino molto oltre quanto già fatto in The Winter Sleep mettendo a punto un testo, un intrico di dialoghi e conversazioni meraviglioso (se non gli date la palma premiatelo almeno per la sceneggiatura, per favore) e, come nel film precedente, cechoviano. Per l’attenzione ai fatti minimi della vita e delle persone, ai rovelli e ai tormenti apparentemente minimi eppure laceranti, esplosivi, di uomini e donne. Sogni, delusioni, sconfitte, inganni e autoinganni, stavolta in una famiglia qualunque dell’entroterra turco della costa egea, un padre, un figlio ventenne, una madre, una figlia. E il padre e la madre del padre, gli amici e i parenti e gli altri del villaggo. Con la macchina da presa di NBG ora fissa, immobile, inchiodata negli interni, oppure – ed è un altro dei rimarchevoli dati stilistici di questo enorme film – mobile e fluida, a riprendere e seguire interminabili conversazioni, in walking-and-talking degni del migliore Richard Linklater. Ceylan disegna e dipana il suo arabesco per oltre tre ore, tre ore parlatissime in turco dunque spossanti per chi deve seguire i sottotitoli in un francese e un inglese tavolta astrusi, ma alla fine si viene ampiamente ripagati. Certo, chi ama il cinema escapista, il cinema-intrattenimento, quelli che “soffro già nella vita, perché devo soffrire anche al cinema oltretutto pagando”, se ne stia alla larga e non rompa le scatole a chi (io mi metto nella categoria) al cinema cerca anche un pensiero e un brivido di conoscenza. E fa niente se bisogna faticare un po’.
Il poco più che ventenne Sinan dopo aver finito l’università e prima di affrontare il concorso per entrare nel corpo insegnanti dello stato (anzi Stato con maiuscola, perché i turchi il senso delle istituzioni ce l’hanno), torna a casa, nel villaggio poco lontano dal sito archeologico di Troia. Un tipo ispido e spigoloso Sinan, speciale e complicato. Pieno di rabbie e risentimenti. Vuole fare lo scrittore, anzi un libro l’ha già scritto, Il pero selvatico, raccontando storie minime della parte di Turchia in cui è vissuto. Non trova un editore, ci vogliono soldi e lui non ne ha. Non ne ha nessuno, in famiglia, visto che il padre, insegnante, tutto ha dissipato giocando d’azzardo. Sinan lo detesta, vede in lui il fallimento, l’uomo che non vuole essere, quello che ha reso precaria la vita della madre della sorella. Non capita spesso di vedere al centro di un film un personaggio così respingente. Insoddisfatto sempre, ringhioso, frustrato dall’impossibilità-incapacità di uscire dal detestato paesello (“se diventassi presidente, ordinerei subito di sganciarci sopra un’atomica”). La voglia di scappare, di cambiare vita, e il non riuscirci. Come nel precedente The Winter Sleep, come in Cechov, di nuovo modello di riferimento. Ma NBC non replica piattamente, lui il suo mondo lo ricrea con mezzi propri, con proprie idee. Si resta ammirati dalla leggerezza e insieme densità di certi complessi e interminabili dialoghi, dai personaggi che di volta in volta entrano ed escono dalla traiettoria di Sinan. Con lui, e attraverso di lui, incontriamo caratteri maggiori e minori. L’amore liceale di Sinan, ora rassegnata (si è messa pure il velo, e sono anche questi dettagli appena accennati a dirci l’abilità di narratore di Ceylan) a un matrimonio ricco. E la nonna e il nonno, indomabile ex imam del villaggio che ancora, se lo chiamano, va alla moschea a chiamare alla preghiera. E l’ex fidanzato della ragazza ora andata in sposa al ricco gioielliere. E il sindaco, che garbatamente ma fermamente rifiuta di dare un aiuto finanziario a Sinan per pubblicare il suo libro. Con almeno due momenti strepitosi, da archivio del cinema. La lunga passeggiata di Sinan con uno scrittore affermato, ripresa in un virtuosistico piano sequenza mentre lui, Sinan, manifesta i suoi rancori e furori giovanili contro il sistema editorial-letterario e chi, scrivendo, ce l’ha fatto, ed è un incontro-scontro quasi fisico tra i due. Il secondo, l’incontro con l’imam arrampicato su un melo e seguente illuminante, preziosa conversazione con lui e un suo collega (i due imam son giovani, moderni, gente di mondo, niente a che fare con certi cliché) sul Corano. Con l’imam più tosto a sostenere, secondo la scuola letteralista, come le risposte a tutte le domande stiano già nel sacro testo, mentre il più giovane invoca una maggiore flessibilità interpretativa. E anche qui Ceylan, senza darlo troppo a vedere (non è uomo da cinema didascalico e sentenziante), ci porta dentro a un tema oggi centrale per l’Islam e non solo. Ma il nerbo del film sta nel confronto che oppone il figlio al padre. Sinan lo detesta, non vede l’ora di allontanarsi da lui, ma oscuramente percepisce che non sarà mai come lui, non avrà mai lo charme, il fascino di quel genitore irresponsabile ma a modo suo irresistibile (“se tornassi indietro, e pur sapendo tutti i problemi che m’ha fatto vivere, lo risposerei”, confessa la madre all’attonito figliolo). Padre interpretato da un attore, Murat Cemcir, da premiare subito. Scorre il film, le ore si accumulano, e noi restiampo inchiodati a questa cronaca familiare, a questo microcosmo turco che molti altri risssume e rappresenta esemplarmente, fino a una chiusura drammaturgicamente impeccabile, perfetta. Dove tutto torna, ma niente davvero va a posto. Un film pieno di meraviglie e dettagli apparentemente casuali e invece rivelatori, e dunque da rivedere con calma fuori dalle frenesie festivaliere per scoprirle tutte, le meraviglie nascoste e impercettibili al primo sguardo. Uscirà in Italia distribuito da Parthenos, come Il regno d’inverno e C’era una volta in Anatolia.

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4 risposte a Cannes 2018. Recensione: THE WILD PEAR TREE (Il pero selvatico) di Nuri Bilge Ceylan. E alla fine arriva il film migliore del festival

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  2. Ugo Malasoma scrive:

    Ma di un film molto parlato, con sottotitoli in francese o in inglese dalla traduzione un tantinello astrusa, si riescono a cogliere le valenze “filmiche”? Per le stesse ragioni per cui Lei esalta il film altri suoi Colleghi le utilizzano per dire che è estenuante e fin troppo “teatrale” con l’abuso del richiamo a Checov ( ancora ???). Ora, capisco bene che è questione di sensibilità estetica e di contenuti e di gusti personali, ma oltre 3 ore… perché? Nel “regno d’inverno” dopo paziente ed ammirata attesa mi sono ritrovato immerso in un finale un po’ appiccicato e assai criptico. Il mondo quotidiano non sempre dà spiegazioni chiare, certamente, ma una “morale” finale o sunto chiarificatore magari uno spettatore medio se li aspetta anche…
    La visione di questo ennesimo “gran turco” appagherà la pazienza riposta?
    So già che mi dirà di sì….anche perché le sue votazioni sono “sentenze” che non si possono ignorare ma qualche volta…beh….posso dire che mi sorprendono?
    Un grazie per la pazienza con cui interagisce con un polemico toscanaccio

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