Cannes 2018. Recensione: UN COUTEAU DANS LE COEUR (Un coltello nel cuore), un film di Yann Gonzalez. Hommage al cinema pornogay anni ’70 (e a De Palma e Dario Argento)

Un couteau dans le coeur (Un coltello nel cuore), un film di Yann Gonzalez. Con Vanessa Paradis, Nicolas Mauris, Kate Moran, Jonathan Genet, Félix Maritaud, Bertrand Mandico.
Sul set di un pornogay fine Settanta un serial killer colpisce. Yann Gonzalez fa il bad boy di Cannes portando in concorso questo suo secondo film assai campy e queer, con un filo di sesso esplicito (quanto basta a scandalizzare e far parlare di sé e a indignare qualche critico serioso). Assai divertente e acuto nel suo rifare De Palma, Dario Argento e lo sgarruppatissimo cinema pornogay di qualche decade fa. Sottotesti militanti e antiomofobici, ma in dosi sopportabili. Voto 7
Lanciato qualche anno fa dalla Semaine de la Critique, approda subito con il suo secondo lungometraggio al gran festival il suppergiù quarantenne Yann Gonzalez, ed è un bell’upgrading per lui, non c’è che dire. Gonzalez, nizzardo di nascita, è diventato subito icona del cinema queer più campy con quel suo primo film di cui molto si parlò e sparlò, Les rencontres d’après minuit (Gli incontri del dopo mezzanotte), catalogabile alla voce pornogay d’autore (falli in erezione lungo tutta la narrazione, compreso quello dell’ex campione di football Erc Cantona, e nudi e amplessi di ogni tipo, in una cerimonia dark con dentro molto Buñuel). Catapultato adesso in Compétition in quota cinema giovane, con possibile scandalo (che fa sempre bene alla promozione) per via delle scopate e qualche cosuccia di sesso esplicito, molte sodomie e molte carezze lesbiche. Un po’ meno spinto del precedente, ma abbastanza per indignare qualche critico istituzionale e far scappare qualche signora bon ton dalla sala. E invece, se lo si accetta per il gioco citazionista-cinefilo che è e quale omaggio affettuoso al pornocinema omosessual-artigianale tra anni Settanta e Ottanta, ci si diverte parecchio, apprezzando anche la sapienza di Gonzalez quale metteur en scène dotato di alto senso dello stile e capace di spremere autorialità dai materiali più poveri e bassi. Attraversando, com’è ormai d’obbligo per i cineasti di nuova o seminuova generazione, i generi, in questo caso l’horror.
1979, Francia. Siamo sul set di un pornogay realizzato dalla produttrice Anne Mazère (è Vanessa Paradis), in crisi per via che la sua donna – Loïs, la montatrice della casa – l’ha lasciata dopo dieci anni d’amore. Vediamo analità e oralità a due, a tre, a gruppi, a rifare con scrupolo filologico i filmacci di allora poveri di mezzi e perfino con qualche pretesa di artisticità e rivoluzioncina sessuale e rivendicazionismo omo. Ma un misterioso assassino dalla faccia nerodipinta incomincia a colpire, e la prima vittima è la star della casa di produzione Mazère, un ragazzo ucciso “a colpi di coltello nel retto”, come precisa il commissarrio di polizia. Coltello che spunta da un dildo impugnato dall’assassino. Ora capite che un simile incipit o ti induce a scappare dalla sala o a restarci. Io ci sono restato, e non me ne sono pentito. Succederanno intorno al set altre cosacce e delitti, sempre per mano dell’uomo (o donna?) dalla faccia catramata. Si mescolano realtà e incubo, realtà e cinema. È anche per esorcizzare la paura che l’équipe tutta, a partire dalla produttrice, realizza un film ispirato al misterioso assassino seriale. Titolo: Homocide. Sberleffi a tanto cinema che se la tira, e omaggi devoti invece a quello pornosgarruppato (ed è memorabile il personaggio collaterale, non si capisce se uomo o donna, chiamato Bouche de Dieu per via che quando un attore è in défaillance lui/lei interviene con la sua specialità orale a raddrizzare la situazione. E anche più memorabile il casting della produttrice in un cantiere). Naturalmente c’è un background, una storia precedente, un trauma giovanile che ha portato l’assassino ad assassinare gay. Qualche sottotesto gay-militante e di denuncia antiomofobica, ma non dà fastidio. Ci si diverte parecchio invece, basta non pensare “sono a Cannes e mi devono far vedere solo capolavori”. Che poi Un coltello dentro al cuore è molto più sottile e intelligente di quanto voglia sembrare, basta notarlo. Citazione esplicitissime del migliore Brian De Palma, quello tra Settanta e Ottanta di Vestito per uccidere e Omicidio a luci rosse. E naturalmente, come in tanto cinema di autori giovani e giovinastri, molto Dario Argento. E mentre i titoli di coda scorrono lesbobacio interminabile di Vanessa Paradis e Kate Moran, e orgetta gay-maschile tutto sommato molto educata. Nel cast anche Bertrand Mandico, regista-rivelazione alla scorsa Settimana della Critica di Venezia con Le garçons sauvages.

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