Cannes 2018. Recensione: UNDER THE SILVER LAKE, un film di David Robert Mitchell. Nei labirinti di Los Angeles

Under the Silver Lake, un film di David Robert Mitchell. Con Andrew Garfield, Topher Grace, Riley Keough. Compétition.
Il regista del cult-horror It Follows è arrivato in concorso con un film smisurato, barocco, confuso. Ma con dentro una tale profusione di talento che non si può che apprezzare. A Los Angeles un giovane uomo perde la testa per un vicina di casa. E quando lei scompare si mette a cercarla, come in un Chandler. Si ritroverà in un labirinto di vere e false piste. Film eccessivo, squinternato, ma di una bellezza sfolgorante e pieno di invenzioni visive. Con infiniti omaggi al cinema, alla pop e nerd culture. Voto 7
Il più deragliato di tutta la compétition, questo terzo lungometraggio del quarantenne born in Usa David Robert Mitchell che a Cannes alla Semaine de la Critique di tre anni fa diventò di colpo cult director ed entrò nei radar de critici con l’abbastanza clamoroso It Follows, teen horror con idee e ambizioni di metafora sull’eterna ossessione collettiva del contagio. Ambizioni realizzate. Questo Under the Silver Lake conferma adesso il suo talento, anzi ce lo rivela moltiplicato, in un racconto che abbandona i necessari, per basso budget, minimalismi del film precedente e si fa dilatato affresco di una Los Angeles sede di ogni passione, perversione e follia, ua città del sole piena di cunicoli e sotterranei, di misteri e segreti catacombali e tombali. Un film troppo carico, troppo espanso, troppo ricco di ingredienti e sapori, visivamente superiore anzi sbalorditivo, inventivo e survoltato, allucinato e pop, e però caotico, informe, senza un centro, e se è per questo neanche senza un principio e una fine. Smisurato, barocco nella sua concezione ed esecuzione, come di un maestro del cinema assai maturo e celebrato che, potendo ormai permettersi tutto, dia corpo alle sue ossessioni senza più tenerle sotto il controllo, o all’opposto come di un giovane regista che, ritrovandosi finalmente con mezzi adeguati a disposizione, butti fuori quanto non aveva mai potuto esprimere, e adesso esplode, erompe, erutta, dissemina dappertutto i suoi detriti inconsci. Pesando sul bilancino di precisione il film – piaciuto pochissimo e liquidato come una stupidata giovanottarda dai soliti critici malmostosi e salvato solo da qualche critico ragazzino -, trovo che le qualità siano comunque superiori ai suoi colossali ed evidenti difetti: confusione narrativa, trame e sottotrame imboccate e poi abbandonate senza un minimo di coerenza, personaggi che non si sa da dove arrivino né dove stiano andando. Diciamo un delirio alla David Lynch (anche se le affinità di stile tra i due sono quasi nulle; se mai è il giovanissimo cinese Bi Gan che dopo il suo Lungo viaggio verso la notte dato a Un Certain Regard si candida a erede, o massimo epigono, del signor Twin Peaks) di un ragazzo appassionato ma snodato e senza freni. Come un hoarder, quegli accumulatori compulsivi di robe e robacce raccolte per strada o mai buttate via ‘perché non si sa mai’, DRM raccoglie e affastelle infiniti materiali visivi e narrativi, dis-organizzandoli in un film che è un loop eternamente ritornante su se stesso, senza vie d’uscita, dove l’arrivo è il punto di partenza, senza che si siano sciolti i misteri. Raccontando di un giovane uomo di nome Sam, senza lavoro né voglia di trovarlo, che dalla sua camera in uno di quei building losangelini con piscina nel cortile osserva il mondo e spia le sue vicine sognandole e masturbandosi, usandolo come guida nei labirinti della città e come occhio per indagare ciò che non è indagabile e mai si svelerà, David Robert Mitchell mette in scena una film labirintico che non va da nessuna parte anche se tenta di andare dappertutto. E però di immense suggestioni. Sam perde la testa per una bionda dall’altro lato del cortile che adora Come trovare un milionario ed emerge dalla piscina con a gamba tesa sul bordo come in una delle ultime e più celebri foto di Marilyn. Ma il giorno dopo Sarah scompare, la sua casa sgomberata da gente misteriosa e sinistra. E lui parte alla sua ricerca. Sembra un attacco alla Raymond Chandler, e difatti lo è. Ma la gran baraonda delle citazione e dei rimandi è solo all’inizio. Interi repertori di immagini, immaginazioni e fantasie vengono ripresi, rielaborati, triturati e rimessi a frammenti e residui nel film dall’incontinente Mitchell. Pezzi di pop culture, la subcultura nerd con le sue passioni e possessioni digitali, le sue paranoie e teorie cospirative (“è uno schema!”). Ghost tracks, mappe cifrate, sciarade. E naturalmente cinema e ancora cinema, Hitchcock e Brian De Palma in testa. In certi momenti sembra di stare nel Philip Thomas Aderson di Inherent Vice, la stessa visualità sgargiante, da eterni anni Sessanta-Settanta sotto il sole della California. A stupire in questo David Robert Mitchell è la carica visionaria, la continua invenzione e reinvenzione della messinscena, la folgorante bellezza. Film che non ha la minima chance di prendersi un premio e molte invece di finire in fondo alle classifiche stilate dai vari critici istituzionali. Ma se si dovesse citare una rivelazione tra i film del concorso, io direi Under the Silver Lake (e Le couteau dans le coeur di Yann Gonzalez). Imperfetto,  confuso e delirante, ma con dentro una tale profusione di talento che ci si passa sopra, ai suoi infiniti difetti.

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