Cannes 2018. Ineccepibile Palma d’oro a Shoplifters, ma gli altri premi?

Kore-eda Hirozaku con la Palma d’oro per il suo Shoplifters/Un affare di famiglia. Con lui Cate Blanchett, presidente di giuria. Foto Alberto Pizzoli/AFP dal sito ufficiale del festival di Cannes.

Arrivo in ritardo nel dire la mia, ma eccomi qua, sul film Palma d’oro e gli altri premiati del Cannes 71 conclusosi lo scorso sabato 19 maggio. Chi è stato là ed è appena tornato a casa sta ancora smaltendo le tossine lasciategli nel corpo e nella mente da quelle quasi-due settimane di magnifico inferno che è il festivàl di tutti i festivàl. Che quando ci sei dentro ti tritura senza pietà vessandoti con file di ore sotto sole a picco o pioggia scrosciante (quest’anno entrambi), divieti incomprensibili (no! è la risposta più frequente a qualunque richiesta di qualunque tipo facciate), controlli estenuanti (per entrare nella sala maggiore ne devi superare cinque), e però quando non ci sei ti senti in crisi di astinenza e vorresti tornarci. Perché Cannes è Cannes e resta il godimento massimo, anche soffrendo parecchio, e godimento anche in quanto sofferenza, per chiunque creda ancora al cinema come a una delle belle arti. Del resto Sade e von Masoch, lo sappiamo da un pezzo, abitano al Palais.
Ha vinto un gran bel film, Shoplifters, titolo francese Un affaire de famille (da noi potrebbe essere Un affare di famiglia), l’ennesima cronaca familiare del giapponese Kore-eda Hirozaku e tra tutte la sua migliore per delicatezza, pudore, giusta distanza di rispetto dell’autore con i suoi personaggi, limpidezza e onestà di sguardo su un clan di madre-padre-figli-nonna scostato dalla medietà. Con attenzione speciale per i bambini, coinvolti dagli adulti in faccende come il taccheggio nei supermarket e altre illegalità. Palma d’oro che ha messo d’accordo quasi tutti, andando a premiare uno dei film migliori in competizione, anche se non il migliore. Che è stato, e la sua totale esclusione dalla lista-premi grida vendetta, Il pero selvatico (The Wild Pear Tree) del turco Nuri Bilge Ceylan – smettiamola per favore di chiamarlo l’Antonioni anatolico come smettiamola con il cliché altrettanto fastidioso di Kore-eda nuovo Ozu -, cui hanno nuociuto la dismisura – tre ore e 8 minuti -, i fitti dialoghi in turco che né i sottotitoli in francese né quelli in inglese potevano pienamente restituire, e soprattutto l’essere stato proiettato per ultimo, ventunesimo su ventuno del concorso, e alla stampa solo la sera prima della cerimonia di premiazione. Temo che i giurati non abbiano avuto il tempo e la necessaria concentrazione per assorbirne la complessità e valutarlo degnamente. Qualcuno magari avrà pure pensato che, avendo il gran turco Ceylan già vinto la Palma nel 2014 con The Winter Sleep (Il regno d’inverno), non fosse il caso di affannarsi troppo per dargliene un’altra a così poca distanza di tempo. Però, sant’Iddio, come si fa a non premiarlo almeno per la sceneggiatura, un arabesco sublime di dialoghi di inaudita sottigliezza intorno a questioni private ma anche collettive (l’Islam per esempio)? Come si fa a ignorare la migliore interpretazione maschile di tutto Cannes 71, quella di Murat Cemcir quale padre irresponsabile ma di irresistibile sfrontatezza e charme? Ma almeno, e per fortuna, un palmarès non ideologicamente connotato come invece si temeva nell’anno dei metooismi e delle correttezze politiche imposte come dogma e ortodossia – guai ai dissidenti!, guai agli eretici! -, e delle quote rosa in giuria (ma non tra i film della compétition). Inutile girarci intorno, si dava per probabile una palma al femminile, e così non è stato. Poteva andare peggio, dico io, con qualche signora premiata per il fatto di essere signora e non per i suoi meriti filmici (tanto per non fare nomi: la Eva Husson del tremendo Les filles du soleil). Poteva andare peggio pure con la palma a Spike Lee, autore di un film corrivo e fastidiosamente a tesi incorporata, Blackkklansman, dove si traccia rozzamente, e senza troppi scrupoli, una continuità tra il suprematismo bianco e il razzismo anni Sessanta-Settanta del Ku Klux Klan con il trumpismo di oggi. Mister Lee, un po’ più di finezza d’analisi per favore. Film anche di rara sguiataggine che alterna schizofrenicamente toni farseschi e engagement politico. Grazie a Dio non l’hanno ricoperto di Palma d’oro, e però – dev’esserci stata battaglia all’ultimo sangue in giuria, lascio a voi intuire chi potesse essergli a favore e chi contro, io qualche idea comunque ce l’avrei – gli han dato il Grand Prix, il secondo riconoscimento per importanza e peso. Troppa grazia, se proprio era il caso di omaggiarlo – per il suo glorioso passato, per il suo ritorno a Cannes dopo tanto tempo e, last but not least, per riallacciare il filo e il feeling tra il festival e l’industria americana del cinema – che allora gli si desse il premio per la migliore regia, brillantissima come suo solito e con ottime invenzioni qua e là, come la rievocazione della blackploitation e dei suoi modi sgargianti e tamarri. ‘Poteva andare peggio’ è anche il commento al palmarès di LesInrocks, con riferimento allo scampato pericolo della Palma alla libanese Nadine Labaki e al suo Capharnaüm, bambini di strada in una Beirut infernale dove ogni sopruso è la regola, specie verso gli innocenti infanti. ‘Portrait tire-larmes’, Ritratto strappalacrime, lo definisce LesInrocks, condividendo le riserve espresse da molti critici europei. Non sono così d’accordo; anche se qualche sospetto di sfruttamento del dolore a fini di spettacolo lo induce, Capharnaüm resta un film rispettabile (le parti migliori sono le più convulse, quelle in cui la macchina da presa insegue il dodicenne bambino umiliato e offeso per i peggio gironi della città). Ma qual è poi la linea di confine tra exploitation e meritoria denuncia? Come distinguerle? E Sciuscià di Zavattini e De Sica che fu tra i primi film sui bambini di strada (allora si era a Roma nel dopoguerra) dove lo collochiamo, di qua o di là della linea? Questione squisitamente teorica e morale che lascio volentieri per il momento ad altri più portati di me all’indignazione. Nadine Labaki mostra di sapere cosa sia la macchina cinema fabbricando con pochi mezzi un film a suo modo irresistibile (Sony lo ha acquistato per il mercato americano). Non è tra i miei preferiti di Cannes, ma non trovo scandaloso abbia ottenuto il premio della giuria, il terzo nel ranking. Certo, restando in tema di infanzia disagiata e sofferente, tra Capharnaüm e la palma d’oro Shoplifters di Kore-eda che tratta lo stesso tema non c’è gara, meglio il secondo per limpidezza di sguardo e astensione da ogni parvenza di lenocinio melodrammatico. Premio per la regia invece al polacco (da tempo britannizzato) Pawel Pawlikowski – nome complicato, ma basti dire che si tratta dell’autore di Ida per intenderci subito – per Cold War, storia d’amore ai tempi della cortina di ferro, tra Polonia sovietizzata e Francia, tutto in un’ora e 25, record di concisione del concorso. Buonissimo film, ovviamente in b/n come il precedente, che lascia solo un po’ dubbiosi per l’alto-autorialità esibita – ogni fotogramma dichiara ‘questo è un film d’arte’ – e per la direzione impeccabile anzi eccellente ma congelata in un certo accademismo. Sarà un successo arthouse e le sciure riflessive di ogni parte del mondo ne andranno pazze, ma non è proprio il cinema che mi accenda di entusiasmo, e a occupare lo slot “migliore regia” avrei preferito altri autori. La lista va dal sublime Nuri Bilge Ceylan al, perché no, ragazzaccio americano David Robert Mitchell da tutti stroncatissimo, ma che in Under the Silver Lake si dimostra giovin regista visionario e sanamente deragliato oltre ogni piatto realismo descrittivo. Lo si poteva anche dare non scandalosamente ad Alice Rohrwacher il cui imperfetto, sempre in precario disequilibrio Lazzaro felice denota comunque una personale, marcata impronta, benché già a rischio di manierismo. Invece l’hanno premiata (ex aequo con il più meritevole iraniano Jafar Panahi di 3 Faces, grande assente per i ben noti motivi), incongruamente per la sceneggiatura, che è la parte più debole e discutibile del suo film, dove a latitare è una drammaturgia forte e ad abbondare sono invece sottotrame e deviazioni e piste imboccate e mai percorse davvero (come la strana amicizia tra il contadino Lazzaro e il marchesino Tancredi). Ma questi sono i palmarès, dove magari i nomi son quelli giusti però collocati nelle caselle sbagliate. Restano da commentare migliore attrice e migliore attore. Che è (anche) cosa nostra, essendo il premio per l’interpretazione maschile andato all’italiano Marcello Fonte, il perfetto Dogman di Matteo Garrone, il mite (ma non innocente) soccombente che si ribella al sopraffatore. Avrei preferito il meraviglioso Murat Cemcir, il padre di Il pero selvatico di Nuri Bilge Ceylan (vedi sopra), ma non sarò io a lamentarmi: 1) perché, già non entusiasta del film di Garrone, mi ritroverei ancora più isolato in in un oceano di elogi critici ed encomi per il film e il suo attore, e non ne ho nessuna voglia; b) perché Fonte resta il lato migliore di un film non così risolto. Migliore attrice la kazakha Samal Yeslyamova protagonista di Ayka, dov’è una kirghiza clandestina a Mosca costretta ad abbandonare il figlio appena nato. Un simil-Dardenne non granché apprezzato dalla stampa, ma che deve aver invece convinto la giuria: come tutte le giurie festivaliere, portata a valutare un film più per il suo grado di impegno e denuncia, per le famose e famigerate tematiche, per il commitment, che per la forma cinema (certo, ci fossero più specialisti e critici tra chi sceglie e giudica forse le cose cambierebbero). Piuttosto, c’è da chiedersi se Fonte e Yeslyamova ce la faranno a trasformare questo premio in piattaforma di lancio per una solida carriera o resteranno ingabbiati nei ruoli che li hanno portati tanto in alto in questo Cannes 71. Penso a gente premiata per la migliore interpretazione a certi festival passati e poi desaparecida. Solo per restare agli ultimi anni: una ragazzina afro-canadese alla Berlinale 2012 e, a un paio di Berlinali dopo, un signore bosniaco che interpretava di fatto se stesso in un cupo dramma neo-neorealista di Danis Tanovic. O, per restare a Cannes, l’attrice del filippino Ma’ Rosa di Brillante Mendoza, di cui più nulla si è saputo dopo quel momento di gloria, e che venne incredibilmente preferita alla Isabelle Huppert di Elle.
Dimenticavo la Palma d’oro speciale a Jean-Luc Godard quale “artista che ha fatto avanzare il cinema”, secondo la motivazione letta dalla presidente di giuria Cate Blanchett (gran classe, assai autorevole). Che suona molto palma alla carriera riparativa per quelle che gli avrebbero dovuto dare in passato e non gli hanno mai dato. Mentre Venezia un Leone vero gliel’ha dato per Prénom: Carmen (fortemente caldeggiato dal presidente di giuria Bernardo Bertolucci). Quanto al film del nostro sempre adorato JLG, Le livre d’image, bisogna onestamente riconoscere come, pur confermando il genio godardiano, non risulti particolamente esplosivo né innovativo, avendone il Genio già realizzati parecchi con la stessa tecnica del cut-up e del mash-up, più popolarmente detta blob. Vedi Histoire(s) du Cinéma. Anche stavolta gran lavoro di taglio e montaggio, di libere associazioni e parallelismi e accostamenti anche capricciosi e idiosincratici, con un’ultima parte dove si affronta l’eterna questione mediorientale (e araba) cortocircuitando materiali disparati con citazioni dallo scrittore franco-egiziano Pierrre Cosséry. Un palmarès, in breve, di cui la scelta più azzeccata resta il massimo premio, che va a consacrare un regista pudico, senza esibizionismi e muscolarità autoriali, come Kore-eda Hirozaku. Il resto si divide tra premi convenzionali (Palikowski), ingiustificati se non alla luce della geopolitica festivaliera (Grand Prix a Spike Lee), mediamente accettabili (tutti gli altri). I penalizzati, i grandi esclusi sono, oltre al succitato Nuri Bilge Ceylan, il sudcoreano Lee Chang-dong, il cui Burning ha ottenuto il voto più alto dal panel dei critici internazionali di Screen Daily. Ma che io non sono riuscito ad amare, pur riconoscendone la bellezza in molti passaggi. E peccato non siano entrati nella griglia dei premiati En guerre di Stéphane Brizé e Plaire, aimer et courir di Christophe Honoré, due grandi film malcompresi dalla stampa la cui esclusione segna anche la sconfitta del cinema francese, uscito da questo Cannes 71 senza premi, e chissà cosa ne penseranno i potentissimi produttori e distributori nazionali.
Veloce commento sul palmarès di Un certain regard, la sezione seconda, stilato da una giuria presieduta da Benicio Del Toro. Che se non ha assegnato niente alla vera rivelazione, Long Day’s Journey into Night del nuovo talento cinese Bi Gan, ha però avuto il coraggio di dare il massimo riconoscimento a un film per niente medio e ‘da festival’ come Border/Gräns (di un regista venuto dall’Iran, Ali Abbas), horror-con-idee che si fa metafora della differenze esistenzial-sociali. E tra i premi, anche quello della messinscena all’ucraino Sergei Loznitsa per il suo bello e importante Donbass, impresa filmica tra docu e fiction sulla guerra dimenticata nll’Est Ucraina con le repubbliche indipendentiste-secessionisti di Donetsk e Lugansk. Che io ricordi, è la prima volta che il poderoso e intransigente Loznitsa, in my opnion uno dei maggiori oggi in circolazione, uno che attinge come Tarkowski alle profondità abissali dell’anima slava, viene premiato a un festival. Quanto alla Caméra d’or, assegnata ogni anno alla migliore opera prima tra tutte quelle delle varie sezioni del festival e delle rassegne parallele, ma del tutto indipendenti, Quinzaine de la Critique e Semaine de la Critique, è andata a uno dei film che più hanno scosso Cannes 71, uno dei sicuri successi dei mesi a venire, il belga (girato in fiammingo e francese) Girl di Lukas Dhont. Protagonista: un ragazzo/a di nome Lara in transizione dal genere maschile a quello femminile che aspira a diventare ballerina classica, ma costretto/a a misurarsi con un corpo ancora in gran parte maschile. Non la solita mielosità gender, ma un film che va a indagare, turbandoci parecchio, il buio, i lati meno sondati della questione dell’identità sessuale. Anche vincitore della Queer Palm come migliore opera “a tematica lbgt”. A sancirne il trionfo, il premio per la miglior interpretazione di Un certain regard al suo/la sua protagonista Victor Polster (vedendolo sul palco in abiti maschili, mentre nel film il suo look è totalmente femminile, ci si chiede se anche Polster sia in transizione di generecome il suo personaggio, e se lo sia F to M o, al contrario, M to F). Girl è stato acquistato insieme a Lazzaro felice da Netflix per il mercato Usa e latinoamericano. Non certo per la Francia, dove le barricate erette contro l’invasore Netflix dal sistema cinema nazionale restano invalicabii.

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2 risposte a Cannes 2018. Ineccepibile Palma d’oro a Shoplifters, ma gli altri premi?

  1. Angelo scrive:

    Ottimo articolo. Un solo appunto: il Leone d’oro Godard lo vinse per il dimenticatissimo Prenom Carmen, non per Je vous salue Marie.

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