(film in sala) Recensione: IL DUBBIO – UN CASO DI COSCIENZA di Vahid Jalilvand. Il film iraniano premiato due volte a Venezia Orizzonti

35554-Bedoune_Tarikh__bedoune_emza__No_date__no_signature___2_35544-Bedoune_Tarikh__bedoune_emza__No_date__no_signature___4_Il dubbio – Un caso di coscienza (No Date, No Signature), un film di Vahid Jalilvand.  Con Navid Mohammadzadeh, Amir Agha’ee, Hediyeh Tehrani, Zakiyeh Behbahani. Presentato a Venezia 2017 nella sezione Orizzonti, dove ha vinto due volte: con il premio a Navid Mohammadzadeh come miglior attore e quello a Vahid Jalilvand per la regia.
35548-Bedoune_Tarikh__bedoune_emza__No_date__no_signature___3_35552-Bedoune_Tarikh__bedoune_emza__No_date__no_signature___5_Iran, oggi. Un anatomopatologo mentre corre al lavoro investe un motociclista. Un bambino è sbalzato a terra, senza conseguenze apparenti. Ma nei giorni seguenti tutto si complicherà maledettamente, mentre il medico precipita nel senso di colpa. Come in Asghar Farhadi, un fatto apparentemente minimo innesca una catena devastante di eventi sconvolgendo vite e destini. No Date, No Signature, questo il titolo internazionale, è anche cinema morale, del dubbio, della responsabilità, com’è ormai raro vedere. Voto 7 e mezzo

Vahid Jalilblad, premiato a Veneziia Orizzonti per la migliore sceneggiatura. Photo © Biennale Cinema/ASAC

Vahid Jalilvand, premiato a Venezia Orizzonti per la migliore sceneggiatura. Photo © Biennale Cinema/ASAC

Mohammadzadeh, premiato come migliore attore a Venezia rizzonti. Foto © Biennale Cinema/ASAC

Navid Mohammadzadeh, premiato come migliore attore a Venezia Orizzonti. Photo © Biennale Cinema/ASAC

Allo scorso Venezia Orizzonti 2017 la giuria presieduta da Gianni Amelio lo ha premiato due volte, questo film iraniano, per l’interpretazione di Navid Mohammadzadeh e la regia di Vahid Jalilvand: autore di cui già a Venezia 2015 s’era visto il buon Un mercoledì di maggio e che però qui compie un balzo in avanti. L’impressione, vedendo Il dubbio – Un caso di coscienza, è che la lezione dell’Asghar Farhadi di Una separazione (e Il cliente, Il passato) continui a influenzare molto del cinema iraniano che per convenzione linguistica diciamo d’autore, che i suoi film abbiano preso il posto come modelli di riferimento per una generazione di autori di quelli di Abbas Kiarostami. Da Farhadi – però che delusione il suo Everybody Knows appena visto a Cannes –  Jalilvand prende la cura della sceneggiatura, lavorata al bulino nei dettagli e insieme robustamente costruita nelle sue strutture portanti, molto dialogata tanto che la si potrebbe portare a teatro, lasciando meno spazio rispetto a Kiarostami all’invenzione registica: ridotta ad ancella dello script, posta al servizio della storia. Spiacerà ai fanatici dello specifico filmico questo cinema di scrittura e parola(non a me, che purista non sono), ma la sua efficacia nel restituire il reale è fuori discussione. Il reale dell’Iran di oggi, di un mondo che continua a essere nelle sue linee di composizione-strutturazione in gran parte celato e poco conosciuto. Di Farhadi qui si riprende anche l’architettura drammaturgica che, secondo un effetto moltiplicatore da teoria delle catastrofi – innesca a partire da un microevento una catena di imprevedibili e devastanti eventi. A conferma che l’apparentemente banale quotidiano, purché lo si racconti adeguatamente, può sprigionare tensione e spettacolo. Alla à la Farhadi è anche, in questo Il dubbio – Un caso di coscienza, lo scavo nelle pieghe e piaghe di una società che il regime degli imam non è riuscito a medicare, a partire dalle asimmetrie uomo-donna soprattutto nei ceti meno privilegiati, dalle divisioni di classe, da una diffusa e irrisolta povertà. Di suo Vahid Jalilvand aggiunge parecchio, un’impronta  fortemente etica, un senso della responsabilità personale e della colpa che in Farhadi è quasi del tutto assente (lì gli eventuali tormenti dei personaggi sono solo dispositivi narrativi, mattoni per la costruzione della sue complessissime e arabescate trame). Non c’è mai la minima caduta di tensione in questa storia che oppone due personaggi maschili, uno della classe medio-alta di Teheran l’altro della classe disagiata, e, in subordine, le loro mogli, in un incontro-scontro a doppia coppia che apre sempre nuove finestre sulla realtà, e su lacerazioni individuali e sovraindividualei. Anche, un thriller condotto con molta consapevolezza dal regista tra twist e rovesciamenti come progressiva ricerca di una verità nascosta, salvo poi, a verità sfiorata, rimescolare di nuovo le carte nel segno dell’ambiguità.
Nariman è un medico forense responsabile di un’unità di anatomopatologia, è un uomo affermato, con una moglie che fa il suo stesso mestiere, e nella stessa struttura ospedaliera. Come abbiamo visto tante volte al cinema (un esempio illustre è Un certo giorno di Ermanno Olmi) sarà un incidente di macchina a segnare una frattura, un cambiamento netto nella sua vita. Andando una notte al lavoro urta una motocicletta sulla quale viaggiano un uomo, una donna, un bambino. Bambino di otto anni che viene sbalzato a terra, apparentemente senza conseguenze, tant’è che il genitori, nonostante l’insistenza di Nariman, decidono di non portarlo all’ospedale. Ma quel bambino il giorno dopo morirà, e a provvedere all’autopsia sarà la moglie di Nariman. Si fa strada l’ipotesi che a causare il decesso sia stata un’intossicazione da botulino. Ma è davvero così? Oppure, come teme Nariman torturandosi, è stato l’incidente? Da questo cruciale punto si irradiano due traiettorie umane, e narrative, indipendenti ma contigue. Quella di Moosa, il padre del bambino, e quella di Nariman che si avvita nel senso di colpa. Emergeranno aspetti nascosti e assai loschi di una società apparentemente ipercontrollata come quella iraniana. Un film da cui non si riesce a distogliere lo sguardo, un esempio di cinema morale, che si interroga e ci interroga. E, come sempre di fronte a certi film iraniani, si resta sedotti dalla complessità di un mondo irriducibile a ogni schematismo. Una società teocratica, rigidamente inchiavardata intorno alla legge coranica, ma capace di esprimere un cinema per niente allineato. Il regista Vahid Jalilvand ci fornisce preziose informazioni ‘dal di dentro’ di quel che vuol dire vivere nell’Iran di oggi. Differenze sociali che sono anche di cultura, istruzione, opportunità, comportamenti divisi tra occidentalizazione e tradizione. Donne che lavorano, e fortemente assertive e per niente arrendevoli quand’anche non appartenenti alla classe agiata (come la madre del bambino), eppure costrette nel chador e comunque a responsabilità limitata e sottomesse per legge ai mariti. Son troppo contenutista? Sì, ma il cinema non è solo gioco di pure forme, è anche, come qui, strumento di conoscenza e indagine del reale.

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