(film in sala) Recensione: THEY di Anahita Ghazvinizadeh. Identità in transizione

OFF_They_01_Grade_All_ReelsThey, un film di Anahita Ghazvinizadeh. Con Rhys Fehrenbacher, Koohyar Hosseini, Nicole Coffineau. Distribuito da Lab 80.
OFF_They_02_Grade_All_ReelsRacconto su un transgender di 14 anni che si fa chiamare J e chiede gli si rivolga non con il lei o il lui, ma con il loro. Eppure questo film non è solo su J, se mai su gente oscillante tra mondi, culture, appartenenze diverse. Voto tra il 6 e il 7
OFF_They_04_Grade_All_ReelsDelicato fino all’elusività. Un film che mostra, lascia parlare i suoi personaggi e le cose che stan loro intorno, che naviga garbato e rispettoso, fors’anche reticente, sulla superficie di quanto racconta (racconta?). Pratica di pura osservazione, avalutativa, sempre più diffusa nel cinema autorial-indipendente di nuova generazion. Riflettendo la vocazione diffusa alla non-profondità, perché oggi scandagliare, andare giù negli abissi delle anime, non sta bene, non si fa. Suona indiscreto. E poi oggi i tormenti interiori non si usano più signora mia, non vengono più indagati né tantomeno spiegati, se mai suggeriti attraverso i segni, gli indizi esteriori. Mica per niente la psicanalisi è in crisi e l’inconscio sembra servire ormai solo da deposito di sogni e incubi, di materiale psichico per le narrazioni, quelle horror in primis.
They è pudico e insieme elusivo per come ci fa vedere i suoi personaggi senza dire troppo. Anzi molto tacendo e sottintendendo. Come quando per non sembrare impiccioni si preferisce non far domande troppo personali ai nostri interlocutori. Lo hanno presentato al Torino Film Festival 2017, e prima ancora a Cannes dov’era stato dato quale special screening, come un film su un ragazzino/ragazzina di anni 14 in transizione da un genere sessuale all’altro. E invece macché, come spesso capita la sinossi è fuorviante. They (J, il ragazzo/ragazza protagonista, si rifiuta di farsi dare del lei o del lui preferendo che gli si rivolgao con il they, loro, a marcare la sua indeterminatezza e il rifiuto del proprio sesso biologico) in realtà racconta di un microcosmo di cui il giovanissimo trasngender è solo una delle figure. C’è la sorella maggiore, attrice-performer, che non si capisce bene cosa faccia davvero, e dunque esemplare perfetto di questa era del post-lavoro, o del lavoro fuffesco. C’è la madre lontana, a curare la sorella affetta da Alzheimer. C’è il ragazzo della sorella, un iraniano emigré negli Stati Uniti (il film di svolge tra Chicago e dintorni), fotografo non privo di talento, ancora indeciso se trasferirsi definitivamente in America o tenere aperta la porta a un ritorno in patria. E la gran parte di They è occupata dalla sua visita – lo accompagnano la fidanzata e il fratellino transgender -, ai parenti, anche loro emigrati da Teheran. Film di gente in transito. Tra i sessi, come nel caso dell’adolescente J. Ma anche, soprattutto?, tra identità e appartenenze culturali. Difatti a filmarlo è una regista iraniana della diaspora, che ha lasciato Teheran per vivere e lavorare in Nord America, e che in They immette probabilmente qualcosa di autobiografico, la sua sospensione tra mondo di partenza e di arrivo. Il ragazzo/ragazza in transizione (sembrerebbe, dall’aspetto di tomboy, che il viaggio in atto sia dal femminile al maschile) assume, sotto controllo medico con l’approvazione dei genitori, farmaci inibitori della pubertà. Che insomma bloccano o ritardano la maturazione dei caratteri sessuali, di quel sesso dato dalla biologia ma non percepito come proprio e da cui si vorrebbe scappare. Non è la prima volta che se ne parla in un film, stava già tutto anni fa nel documentario Becoming Chaz sulla figlia di Cher diventata uomo, per la precisione nella sequenza pre-finale in cui Chastity/Chaz faceva visita a un centro per bambini transgender. E però non ce la si fa a scacciare un dubbio molesto: come si fa a dodici anni ad assumere farmaci che impediscono la maturazione sessuale? Sì, lo so, il diritto alla scelta dell’identità sessuale. Sì, lo so, viviamo ai tempi della gender culture trionfante secondo la quale il genere è un’opzione, e un dato culturale, non un’imposizione biologica. Sì, so tutto, sono informato dei fatti. E però lo trovo lo stesso discutibile. Lo scottantissimo tema è affrontato con meno elusività di They, più frontalmente e drammaticamente, nel nuovissimo Girl del belga Lukas Dhont appena visto a Cannes 2018 a Un certain regard, uno dei successi non annunciatii del festival. Vincitore della Caméra d’or come migliore opera prima e della Quee Palm, premio al suo/alla sua protaginista per la miliore interpretazione a Un certain regard. Di sicuro qualcuno lo distribuirà in Italia.

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