Cannes 2018. Recensione: THE HOUSE THAT JACK BUILT, un film di Lars von Trier. Al limite estremo del cinema

The House That Jack Built (La casa che Jack ha costruito), un film di Lars von Trier. Con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough. Fuori concorso.Un evento, questo ritorno di Lars von Trier al festival dopo la sua espulsione nel 2011: riammesso sì, ma nel limbo del fuori concorso. La casa che Jack ha costruito ha spaccato stampa e pubblico (anche se la fuga in massa di spettatori disgustati è in gran parte una fola). Referto impassibile del male al lavoro, seguendo un serial killer nelle sue efferatezze. Un killer che pratica il delitto come una delle belle arti, al fine di creare arte. Mai il cinema si è spinto tanto oltre rischiando di perdersi (qual è il limite alla rappresentazione del male?). Il Salò-Sade di Lars von Trier. Che, comunque lo si giudichi, si conferma autore immenso al di là del bene e del male. Voto 9L’Anticristo. L’uomo del Male, colui che piega la propria vita e quella altrui alla proprio vocazione di assassino seriale. Jack uccide e uccide ancora dopo aver annientato in sé ogni remora morale, dopo aver tacitato ogni voce di una qualche coscienza, dopo aver cancellato ogni traccia di umano. Uccidendo soprattutto (ma non solo) donne in una misoginia evidente quano oscura nelle sue origini, trasformando se stesso coscientemente in macchina per uccidere di ingegneristica precisione e implacabilità. Jack è il protagonista e il perno intorno a cui ruota il nuovo, estremo – e scagliato ogni oltre possibile confine di cinema – film del reprobo e peccatore Lars von Trier. Riammesso quest’anno a Cannes, ma nel purgatorio o nel limbo del fuori concorso, dopo esserne stato espulso e dichiarato persona non grata nel 2011 per via di quelle sciagurate esternazioni antisemite in conferenza stampa. Sintomo di un deragliamento nella coscienza e nella testa del nostro LvT, di colui che era e comunque resta uno dei grandissimi del cinema d’oggi. Status confermato pienamente da questo, inutile dire quanto atteso, ritorno al Palais. E non date rette alle news al limite del fake propalate da stampa e social sulla fuga in massa di spettatori sconvolti dalla crudeltà delle scene (che certo abbondano) e su attacchi di vomito e disgusto altrettanto di massa. Non ho visto scappare e star male nessuno, almeno al press screening al Grand Théâtre Lumière. Forse quei famosi cento saranno stati allo screening uficiale per il pubblico e gli invitati della sera prima, anche se una tale clamorosa disparità di disgusto e di resistenza gastrica tra giornalisti e non giornalisti lascia quantomeno perplessi. Propenderei dunque per la solita esagerazione di un qualche PR. Quella degli spettatori in fuga da immagini insostenibili e paurose è storia antica che accompagna il cinema quasi dalle sue origini (già i Lumière terrorizzarono le platee con l’arrivo di un treno), un classico della promozione, qui solo riaggiornato. Ma non è il caso di spendere altre parole per simili quisquilie, e andiamo piuttosto al film. Che sta a Thanatos come Nymphomaniac stava a Eros. Viaggio alla fine dell’umano, al suo limite estremo, nella mente e negli atti di un uomo dedicato all’omicidio seriale e, come tutti gli assassini multipli, di assoluta medietà e normalità nell’aspetto. Portato al male sugli altri, anzi intimamente vocato al male. Il film è raccontato dalla sua parte e dal suo punto di vista, adottato senza filtri e distacco alcuno – e qui sta l’ennesimo scandalo, l’ennesima provocazione e blasfemia da parte di Lars von Trier, benché non sia la prima né l’unica volta nella storia del cinema, e penso a Peeping Tom – L’occhio che uccide di Michael Powell (senza Pressburger), la cui la fredda e cerebrale crudeltà ritorna in The House That Jack Built potenziata, moltiplicata parossisticamente. Lo sguardo di LvT è quello di Jack, ma il porsi di Jack niccianamente oltre ogni morale è lo stesso di Lars? Intorno a questo dilemma, irrisolto e irresolubile, ruota la mente dello spettatore in corso di proiezione. Lars dove sta, da che parte sta? Si rifugia forse dietro le sentenziosità e gli oscuri commenti e le contorte analisi della voce fuori campo che poi scopriremo appartenere a Verge, una replica del dantesco Virgilio? O è, semplicemente, constatativo e non giudicante come uno psicopatologo che rediga il suo referto su un caso clinico? Già, ma come si può essere neutrali di fronte al Male? Anche stavolta, lascio che siano altri a dipanare l’imbroglio, inteso come garbuglio di interrogativi, a chi più di me è portato all’indignazione e alla speculazione teorica. Certo l’impressione è che von Trier si sia spinto stavolta oltre ogni possibile confine, in terre incognite per lui e per noi. Con il rischio di perdersi, di confondere il suo sguardo con quello del suo luciferino personaggio. Di fronte a La casa che Jack ha costruito ho provato la stessa sensazione di quando vidi, anzi cercai di vedere perché resta l’unico film della mia vita da cui abbia distolto gli occhi, Salò-Sade di Pier Paolo Pasolini: la sensazione che LvT si sia messo completamente in gioco in una sorta di film summa, ricapitolazione oltre che del suo cinema della sua stessa visione del mondo, e che abbia rischiosamente annullato ogni filtro tra sé e l’opera spingendosi talmente in là da non riuscire a ritrovare la strada di casa. La casa che non è, non può essere, quella che Jack – ingegnere di mestiere ma da sempre aspirante architetto – sta costruendo e dà il titolo al film. Film ossessivo, dominato dal freddo rigore della matematica e della geometria, che si struttura e cresce man mano davanti ai nostri occhi come quella casa di Jack, mentre le immagini di Glenn Gould che esegue le Variazioni Goldberg intervallano e scandiscono la narrazione suddivisa in cinque atti, o capitoli, ognuno dedicato a un incidente, ovvero a un omicidio o pluriomicidio commesso dal protagonista. A suggerire che la catena di efferatezza va a realizzare un disegno, un’opera, un progetto coerente. Tutto comincia con una signora (Uma Thurman, una fedelissima di LvT) che, rimasta con la macchina in panne, si fa disgraziatamente dare un passaggio da Jack, ed è attraverso di lei che lui dà corso alla sua vocazione fino a quel momento solo percepita e mai attuata. Spuntano intanto qua e là riferimenti iconografici alla storia dell’arte e dell’architettura, in testa le demoniache tavole colme di misteri, bizzarrie, presurrealismi e corpi mortificati di William Blake: a tracciare un fin troppo esplicito parallelismo con le imprese di Jack (il namedropping culturale, l’eccesso di citazioni alte che a volte rischiano l’effetto midcult, è l’unico limite di questo film altrimenti smisurato). Perché l’assassino seriale di questo film vuole farsi lui stesso artista attraverso il delitto. Letteralmente, siamo a De Quincey e al suo L’assassinio come una delle belle arti, ma senza il suo distacco sarcastico e il senso del paradosso. Jack ammazza con ferocia e premeditazione, e pochi dettagli vengono taciuti e oscurati da von Trier, per poter usare i cadaveri – prima ammassati caoticamente in una cella frigorifera poi intenzionalmente organizzati secondo un disegno estetico – come materiale di una rappresentazione artistica, di una sorta di performance-installazione. L’arte come nobile fine che giustifica gli ignobili mezzi per arrivarci? Se mai, Lars von Trier va a svelare le connessioni segrete tra morte, sangue, violenza e arte. Arte di cui ci viene servita una visione sporca e senza illusioni, tirata giù dai cieli apollinei della sublimazione e dell’armonia e invece insozzata, intrisa di bassi umori e bassi istinti, contaminata da una corporalità ferina dove si intravede l’ombra di Dioniso (al solito, si ritorna a Nietzsche). Operazione oltraggiosa nel suo mostrare il fondo limaccioso di ogni possibile Grande Bellezza. Ma, tacitando i nostri scrupoli morali e le nostre indignazioni di fronte a tanto barbaro ardimento, si resta folgorati e sbalorditi dalle parti più estreme di questo film. Quando, per esempio, Jack stermina madre, figliola preadolescente e figlio bambino per poterne comporre i corpi in un ordinato tableau per niente vivant di cruenta armonia, onde paradossalmente eternizzarli e sottrarli mediante l’arte alla caducità. Mai visto niente di più lucidamente estremo al cinema, mai. E ci si chiede se il serial killer Jack quella madre l’abbia avvicinata, se la sia fatta amica o amante per poter disporre di lei e dei suoi due figli, o se addirittura l’abbia sposata e abbia generato con lei quei due figli, per realizzare l’Opera Assoluta. In una sorta di estensione criminale-estetica dell’Humbert Humbert che sposa la madre di Lolita per ridurre la distanza tra sé e il proprio soggetto-oggetto del desiderio. Roberto Schinardi sulla pagina Facebook Lars Von Trier Italian Fan Club cita certe esperienze dell’arte postmoderna dove la morte si fa letteralmente opera, come nel caso “della cubana Ana Mendieta che si autoseppelliva“. E vedendo quel bambino ucciso e gettato nella cella frigorifera, come si fa a non pensare a quel pupazzo in forma di bambino appeso anni fa a un albero in una piazza di Milano e subito rimosso dopo le proteste? (a voi rintracciare chi fosse l’artista). Lars von Trier ha l’accortezza e l’intelligenza di non ricorrere mai a banali sociologismi e psicologismi per spiegare il suo protagonista. Semplicemente lo mostra, lasciando che siamo noi a interrogarci sulla natura dell’umano e del disumano e sull’ineliminabile presenza del male nel mondo. E, come tornando incosciamente alla questione-ossessione che fu all’origine della sua cacciata dal paradiso terrestre di Cannes, quella del nazismo, ci mostra l’albero di Goethe, sotto il quale sostava il grand’uomo totem della cultura tedesca, devotamente preservato nei pressi del lager di Buchenwald. Ma sono anche quei cadaveri ammucchiati nella cella, con il freddo a preservarli dalla corruzione, usati come materiale di costruzione di una sorta di Arc de Triomphe, a richiamare da una parte i corpi affannati intorno alla zattera di Géricault e dall’altra le montagne di cadaveri ritrovati da americani e russi al loro ingresso nei campi di sterminio. Poi The House That Jack Built svolta in un’ultima parte che può sembrare narrativamente incongrua, ma di inaudita potenza visiva. Con Verge nuovo Virgilio che accompagna Jack (abbigliato in tunica rossa con cappuccio che lo apparenta all’immagine consegnata di Dante) letteralmente all’inferno, rappresentato con molti richiami alle tavole di Gustave Doré. Di più non si può dire, se non che questo viaggio agli inferi è figurativamente stupefacente, uno dei vertici del cinema di questi ultimi anni. Ci si interrogherà a lungo su The House That Jack Built, saranno molte le discussioni che accompagneranno la sua uscita e circolazione (che prevedo assai complicate e travagliate dopo la bocciatura durissima di molta stampa anglofona). Quanto a lui, a Lars von Trier, quale film potrà mai pensare, progettare, realizzare dopo questo? Intanto prendiamo atto di come Matt Dillon sia entrato nella fascia dei grandi attori. Faccia scavata e spigolosa, molto somigliante a Willem Dafoe (che sarebbe stato l’interprete ideale se solo avesse avuto qualche anno di meno).

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