(film in sala) Recensione: MEKTOUB MY LOVE: CANTO UNO di Abdellatif Kéchiche. Quell’estate del ’94

Mektoub My Love: Canto Uno di Abdellatif Kéchiche. Con Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche, Lou Luttiaud, Hafsia Herzi.
Kéchiche torna dopo La vie d’Adèle, e colpisce ancora. Con la prima parte di un’opera monumentale che dovrebbe comporsi di altri due capitoli. Portando il suo cinema di flusso e di immersione a una radicalità mai raggiunta prima. Cinema che rinuncia a ogni facile narratività. Cinema del differimento. Cinema dell’adesso, senza sviluppi e senza parola fine. L’estate del 1994 a Sète, francesi di origine araba e francesi di origine francese mescolati senza barriere, senza tensioni. Come se Kéchiche avesse voluto celebrare l’ultima illusione, l’ultimo sogno multiculturalista prima di quello che sappiamo. Voto 8 e mezzo
Tre ore esatte. Tanto dura il film che segna il ritorno, dopo molte attese e parecchie vicissitudini in corso di produzione, di Abdellatif Kéchiche a qualche anno dal capolavorissimo La vie d’Adèle, uno dei vertici del cinema anni Duemila. Ed è un grande ritorno. Meglio o peggio di Adèle? Questo Mektoub My Love: Canto Uno, conviene dirlo subito, non comunica quel senso di opera perfetta, è assai meno risolto, meno compiuto e concluso, più aperto e magmatico. Per come abiura la più ovvia narratività e si addentrain un cinema di puro flusso, che c’è sempre stato in Kéchiche, ma che qui raggiunge soglie mai sfiorate. La storia? Quale storia? Quali storie? Corpi femminili e maschili assai sensuali e preferibilmente seminudi al sole del Mediterraneo, e ripresi incessantemente, con ossessivo feticismo, mentre si muovono, si sbattono, ballano, si combinano nel sesso, si separano, si ritrovano. Un inno vitalistico, sembrerebbe, e l’ammasso dei corpi indistinti fa pensare a Spring Breakers di Harmony Korine. Ma è un abbaglio, una distorsione ottica. Kéchiche espone, letteralmente, i suoi personaggi alla macchina da presa e al nostro sguardo, ma non per celebrare chissà quale frenesia del vivere e del piacere, e neanche i trionfi dell’Eros, tutt’al più per catturare la pulsazione dell’uomo come macchina biologica e i giochi amorosi, del ti voglio e ti abbandono e ti riprendo, come pura estrinsecazione istintuale. In questo vortice Kéchiche si dimentica, o probabilmente è scelta lucida e consapevole, di costruire una qualsivolgia narrazione, delineando trame minime per poi distruggerle subito, e immergendo tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani, in una danza continua che è puro riflesso e rappresentazione del caos. Nel sovrapporsi e nel confondersi dei corpi, niente prende corpo, niente si solidifica, tutto è liquido, precario. È estate del resto, l’estate del 1994 a Sète, Mediterraneo, già teatro di un precedente film di Kéchiche, Cous Cous. Qualcuno ha detto, non sbagliando, che si tratta di un Sapore di mare più autoriale. E con una narrazione frantumata in una nube di baluginanti corpuscoli. Ci si chiede lungo tutto il film quale sia l’obiettivo di Kéchiche, e non lo si capisce. Domande inutili. Ipnotizza e sgomenta un’opera così radicale che non vuole avere un inizio, uno sviluppo, un conclusione. Che si riavvolge continuamente su se stessa, in un loop da cui non si può fuggire, e in cui Kéchiche vuole restare intrappolato. Tratto da un romanzo di cui non ho la minima cognizione, Mektoub è cresciuto mostruosamente su se stesso nel suo farsi, come materia che si auto-organizza e sfugge al suo autore-stregone. Doveva essere un film, ne sono diventati tre. Così almeno secondo il regista. Il quale, dopo questo Canto Uno, ha comunicato in conferenza stampa a Venezia lo scorso settembre (dove Mektoub è stato presentato in concorso uscendono scandalosamente senza premi) di avere già pronto il numero due, e di essere in cerca di finanziamenti per il tre. In un’operazione colossale che assomiglia a certe leggendarie imprese del cinema del passato, a certi set interminabili di Erich von Stroheim, o a I cancelli del cielo di Cimino. Opere smisurate, titaniche, segno della volontà di potenza del loro autore. E del suo masochismo. Questo Mektoub My Love: Canto Uno è una sorta di infinito preliminare senza coito, un preludio a qualcosa che – almeno in questo film: in futuro chissà – non avverrà. Mai cinema fu più immobile di questo, costruito (decostruito?) come un loop e bloccato nella coazione a ripetere. Facile dire: Kéchiche è un incontinente che non taglia, non sa essere spietato con se stesso nell’editing. Credo invece abbia messo a punto un film-trappola di cui è stato, fin dall’inizio probabilmente, volontario prigioniero. Un film interminabile frutto di una pulsione al differimento. Non si costruisce e sviluppa alcuna storia perché non si vuole arrivare a una conclusione. Si tiene aperta la propria opera per non metterci mai nell’ultimo fotogramma la parola fine (e mi viene in mente che Kéchiche, quando andò a Cannes con La vie d’Adèle, portò una copia provvisoria ancora senza i titoli di coda). Il rischio in casi come questi, e la storia del cinema ce lo insegna, è di rimanere stritolati dall’opera eternamente aperta, da una creatura che non smette mai di crescere e finisce col prendere in ostaggio lo stesso autore. Intanto, registriamo ancora una volta l’unicità e il rango d’autore di Kéchiche. La sua capacità di sintonizzarsi e situarsi nel flusso stesso della vita, come pochissimi altri sanno fare (mi viene in mente Richard Linklater). Cinema apparentemente immediatista e automatico – nel senso surrealista di scrittura automatica – e invece ossessivamente scritto, pensato, concettualizzato, come ha confermato lo stesso Kéchiche in conferenza stampa veneziana. Ed è strano che i giovani critici del web che non lo hanno mai particolarmente amato, e che non sono mai stati dalla sua parte nemmeno ai tempi di La vie d’Adèle, lo abbiano amato a Venezia senza riserve Mektoub. Mentre, in una curiosa inversione delle parti, i critici che giovani non lo sono più da un pezzo non hanno mostrato grandi entusiasmi. Ma questa è opera che, dopo averla vista, continua a interrogarti e appare via via più complessa nella sua apparente semplicità di summer movie. Perché quel titolo in tre lingue? Mektoub, che in arabo vuol dire letteralmente ‘scritto’, e che qui sta per ‘già scritto’, insomma per destino. E poi l’inglese banal-universale di My Love. E l’italiano dagli echi classici di Canto Uno. Una formula cabalistica, un enigma lanciatoci da un regista sciamano.
Allora: estate 1994, Sète, Francia mediterranea. Si mescolano francesi di origine araba, soprattutto tunisina (come lo stesso regista) e francesi di origine francese e stranieri sulla spiaggia, nelle discoteche, nei bar,nei ristoranti. Amin, arrivato da Parigi per passare le vacanze in famiglia, ha mollato gli studi di medicina per dedicarsi a quelli di cinema e sceneggiatura. Il cugino Tony invece non ha mai lasciato Sète, è un seduttore seriale di turiste carine, ma la sua storia vera è con Ophélie, figlia di un contadino-pastore, ragazza di sontuosa carnalità, fidanzata a Clément già impegnato come militare in remote quanto rischiose zone di guerra, e adesso su una portaerei in qualche mare. Ophélie, forse anche l’amore segreto di Amin, felicemente traditrice di Clément, e per niente disturbata dalle molte avventure di Tony. Tony e Amin sono due facce di una comune virilità. Sfacciata quella del primo, più trattenuta e controllata, e enigmatica, quella del secondo. Sono tutti e due giovani e belli, tutte e due bersaglio di desideri femminili. Ma se Tony è avido di sesso, Amin sembra sottrarsi – perché?, ed è uno degli enigmi del film – alle ragazze che vogliono passare la notte con lui, dalla bellissima Céline (che non si fa mancare storie lesbiche, come se Kéchiche avesse voluto riportare qui una traccia di La vie d’Adèle) a un’ancora più bella russa Anastasi. Una ronde à la plage di amori, tradimenti, illusioni, disamori, con molte parole (Kéchiche è anche un cineasta della parola), in un marivaudage che ricorda Rohmer, ma più istintuale, meno mediato dai modi signoril-borghesi. E sono meravigliosi e travolgenti i ritratti dei parenti di Amin e Tony, le rispettive madri, lo zio Kamal che ci prova con tutte, e la giovane zia Camélia. Si balla, si beve, si mangia, si soddisfano tutti gli appetiti, soprattutto al ristorante di zio Kamal, Le soleil d’Hammamet. Si sognano i giorni tunisini, si programmano viaggi laggiù. In questo incessante incrociarsi e miscelarsi di arabi e non arabi, di amori tra francesi di origine tunisina e francesi di origine francese, non c’è la minima traccia di tensioni, pregiudizi, fantasmi etnoreligiosi. Chiunque va a letto con chiunque senza farsi domande sulla propria e altrui appartenenza culturale e identitaria. L’Islam che esce da questo film è bonario, aperto, sorridente, per niente intollerante. Come se Kéchiche avesse voluto celebrare in quell’estate del 1994 l’ultima felice convivenza prima dello tsunami che sappiamo. Certo, la guerra civile in Algeria con i suoi massacri era in atto, ma l’11 settembre era ancora lontano e inimmaginabile, i terrorismo jihadista in Europa pure. La Francia viveva ancora nel suo sogno multiculturalista, quello che avrebbe trovato la sua apoteosi nella vittoria ai mondiali di calcio del 1998 di una nazionale con Zineddine Zidane, francese di radici algerine, come suo uomo simbolo. Adesso restiamo in attesa del canto numero 2. Non è approdato a Cannes, lo si vedrà a Venezia?

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