I 12 migliori film di Cannes 2018 (dei 40 che ho visto)

Film non solo dal concorso, ma anche dalle altre sezioni del festival (Un certain regard, Proiezioni speciali, Fuori concorso) e dalle rassegne collaterali ma indipendenti Quinzaine des Réalisateurs e Semaine de la critique. Nessun titolo invece da ACID, la rassegna – ogni anno più interessante – organizzata dall’associazione francese del cinema indipendente, che per mancanza di tempo non sono riuscito a inserire nel mio personale programma.
Ma ecco la classifica dei 12 migliori film tra i 40 che ho visto quest’anno a Cannes in tutte le sue sezioni e diramazioni.

1) The House That Jack Built di Lars von Trier (Fuori concorso).
Il vero evento di Cannes 71, quello che tutti ha sovrastato. E non solo perché ha segnato la riammissione al festival, benché nella sala d’attesa del fuori concorso, dell’ostracizzato Lars von Trier dopo i guai che sappiamo. Ma per l’audacia di come racconta il male al lavoro, nella persona di un assassino seriale che pratica il delitto come una delle belle arti, e per creare lui stesso arte attraverso la morte. Cumuli di cadaveri messi in celle frigorifere e organizzati secondo un disegno estetico, come in una performance-installazione postmoderna. Il dubbio che The House That Jack Built sia una legittimazione del male è ciò che, intimamente, ha scosso pubblico e recensori e ne ha provocato il rigetto. Ma se la caratura di un film è direttamente proporzionale anche (anche) alla sua capacità di turbare e smantellare le certezzze, di aprire nuovi varchi al nostro sguardo, allora questo rischia di diventare il maggiore degli ultimi anni. Per temerarietà e per bisogno quasi compulsivo a giocarsi tutto, The House That Jack Built è il Salò-Sade di Lars von Trier, un film al limite estremo del suo cinema e di esplorazione dei propri abissi interiori. La casa che Jack ha costruito sta a Thanatos come Nymphomaniac a Eros, ma suscitando assai più paura e turbamento. L’estetizzazione della violenza, la transustanziazione della morte in Grande Bellezza è il progetto che guida il protagonista Jack e lo porta letteralmente all’inferno (e noi con lui). Ma più che l’orrore, a terrorizzare davvero è la disperazione, il nichilismo senza nessuna possibile redenzione. Titanico. Recensione estesa.

2) The Wild Pear Tree (Il pero selvatico) di Nuri Bilge Ceylan (Concorso).
Il migliore del concorso è arrivato al Palais per ultimo, ventunesimo su ventuno, quando non ci si aspettava più niente e i giochi in giuria probabilmente erano già fatti. Il turco Ceylan, vincitore di Palma a Cannes 2014 con The Winter Sleep/Il regno d’inverno, qui accompagna le sue sempre meravigliose immagini, i suoi lunghi e acrobatici piani sequenza attraverso paesaggi di abbacinante bellezza, con una capacità e sensibilità davvero cechoviane di costruire una trama, delle storie, dei personaggi, una drammaturgia intorno a vite qualunque che però, a un’osservazione ravvicinata, rivelano abissi emotivi e complessità. Una capacità costruttiva di trame già rivelata da NBC in Il regno d’inverno, qui affinata nel raccontare di un giovane uomo insoddisfatto che, dopo aver conseguito la laurea, torna al suo villaggio odiatissimo. Incontri e scontri con un’infinità di personaggi che, oltre a illuminarci sul giovane Sinan, vanno a comporre il quadro di un pezzo solo apparentemente periferico di Turchia oggi. Ma il nucleo del film sta nel rapporto di opposizione tra Sinan e il padre insegnante che tutto ha dissipato con il gioco d’azzardo rovinando la sua vita e quella della famiglia. Opposizione classicamente edipica, che avrà una silenziosa ma decisa escalation verso un finale che non si può dire, ma risolutivo. Intanto Sinan sogna di diventare scrittore, interrogandosi con rabbia sull’indifferenza del mondo e anche sulla sua, forse, mancanza di talento vero. Tre ore e otto minuti, record di durata del concorso, di dialoghi fittissimi, interminabili sequenze – fino a venti minuti – di walking-and-talking alla Linklater, per un film che conferma lo status di Nuri Bilge Ceylan quale maestro. Spiace che una giuria troppo attenta alle tematiche sociali, le famigerate issues, lo abbia ignorato. Recensione estesa.

3) Climax di Gaspar Noé (Quinzaine des Réalisateurs).
Esiliato alla Quinzaine. Ma com’è possibile che questo, forse il miglior film di Noé a oggi, certo il suo più teorico e lucido, quello che meglio riflette la sua visione di cinema e del mondo, non abbia trovato posto al gran festivàl? File spaventose per vederlo, e io che l’ho riacchiappato miracolosamente l’ultimo giorno di Quinzaine nella proiezione aggiuntiva dei tre premiati (a Climax è andato l’Art Cinéma Award – CICAE). Un’esplosione energetica e vitalistica che man mano si degrada in violenza, un’esemplarissima parabola sull’irruzione del dionisiaco distruttore (di armonia, di forme, di civile convivenza) in un microcosmo che sta metaforicamente per il mondo tutto. Una giovane coreografa provina e mette insieme un gruppo di ballerini e ballerine per uno spettacolo-performance. Uno scatenamento, un intersecarsi di corpi vibranti che si sfiorano, si incontrano e si perdono nel gioco combinatorio della coreografia, tra rigori geometrici e momenti assolutamente anarchici, ritmati da una musica ossessiva e squassante. Tutto perfettamente reso e ripreso e restituito da Gaspar Noé come un’orgia di suoni e balli e sballi, come un sabba ma con un suo ordine, una sua ratio. Poi qualcosa succede, forse un allucinogeno messo in un beverone, e man mano l’ordine, la bellezza, la vitalità, la vita, il desiderio si sfasciano, si decompongono lasciando il posto alla follia, alla violenza, alla morte. C’è sempre una direzione obbligata e coercitiva nella drammaturgia di Gaspar Noé, e stavolta va dall’alto al basso, a precipitare i suoi personaggi sempre più giù, verso l’inferno. Mentre i movimenti di chi cerca di sopravvivere alla caduta si fanno convulsi, in cerca disperata di un’uscita che non c’è.  Perfino più radicale e implacabile dei suoi capolavorissimi Irréversible e Enter the Void, quasi una sistematizzazione teorica del suo cinema. E riflessione sul primitivo che si agita e persiste dietro ogni (iper)modernità. Speriamo che qualcuno abbia il coraggio di distribuirlo in Italia, anche se me la vedo già certa critica (che non credo si sia scomodata per andarlo a vedere a Cannes) stroncarlo ferocemente.

4) Long Day’s into Night (Di Qiu Zui Hou De Ye Wan) di Bi Gan (Un certain regard).
Che con lui, l’allora poco più che ventenne Bi Gan, fosse nato un autore importante, lo si capì subito a Locarno 2015 vedendo a Cineasti del presente il suo Kaili Blues, con quel virtuosistico piano sequenza di 40 minuti che lasciò tutti senza fiato. Adesso questo Lungo viaggio verso la notte (come il play di Eugene O’Neill) dato a Un certain regard conferma la statura del ragazzo venuto dalla Cina. Al cui riguardo si è tirato in ballo Wong Kar-wai, per via di certi personaggi sunnambolici, certe atmosfere corrose e sfrante, ma qui il nome che davvero viene voglia di citare è quello, sommo, di David Lynch. Dunque passi e sospensioni e oscillazioni tra realtà e sur- e sub-realtà, onirismi, irruzioni del fantastico nel quotidiano, balzi nell’immaginario ma forse no, in un film dove tutto è cangiante e ingannevole. Nettamente diviso in due parti. La prima con il ritorno di un uomo nella sua città (Kaili, la stessa del film precedente) alla ricerca della donna amata e di un assassino. Il clima è noir – Bi Gan dice di essersi ispirato al Billy Wilder di Double Indemnity -, ma senza un coerente tessuto narrativo, pervicacemente decostruito smontato dissolto in frammenti irrelati. Loschi figuri, pistole, misteriosi messaggi, stanze della tortura. La seconda parte, in 3D! (senza che ti venga spiegato quando devi inforcare gli occhialini, lo intuisci quando il protagonista se li mette a sua volta mentre sta chiuso in un cinema), che forse è un sogno forse no, un lungo viaggio verso la notte in uno sprofondo cinese remoto dove si susseguono e intersecano scenari diversi, un misero karaoke, un tunnel dei misteri, una casa a suo modo stregata. Tutto in un solo, incredibile piano sequenza di 50 minuti, record personale battuto. Inutile cercare il bandolo del groviglio, non lo troveremo mai e forse neppure c’è. Bisogna, come Lynch ci ha insegnato, usare i film come cavalcata nella loro (e nostra) parte nascosta e come macchina di espansione della coscienza. Qualche conto non torna, Bi Gan eccede nella sua muscolare esibizione autoriale. Ma come si fa a non restare sbalorditi da tanto talento in un ragazzo neanche trentenne venuto da una Cina lontanissima e periferica?

5) Plaire, aimer et courir vite di Christophe Honoré (Concorso).
L’amore e gli amori ai tempi peggiori dell’Aids, primissimi anni Novanta, tra Parigi e Rennes, Bretagna. Niente a che vedere però con il militante, premiato l’anno scorso a Cannes, 120 battiti al minuto (in Italia incassi miserrimi e critiche malmostose, e ancora si stenta a capire il motivo), poiché Christophe Honoré sceglie la strada dell’intimismo radicale – l’espressione la prendo da Jacques Mandelbaum di Le Monde che l’ha coniata per i film giapponesi di Cannes 71: raccontando di uno scrittore di medio successo che scopriremo più tardi malato, con figlio a carico, vari ex lontani o ritornanti, vicini di casa assai complici e comprensivi. E raccontando di un ragazzo bretone ostinato e dolce, che incontra lo scrittore al cinema e se ne innamora, mai davvero ricambiato. Se la malattia colpisce e uccide, il tono della narrazione resta di incredibile leggerezza e grazia, e il melodramma è solo sfiorato. Film pudico e parco di esternazioni sentimentaliste, che procede secondo un andamento avvolgente e spiraliforme. Non sempre perfettamente bilanciato, ma è il prezzo che si paga quando, come stavolta Honoré, si punta anche sulla coralità, sull’affresco oltre che sui singoli ritratti ravvicinati, quando si vaogliono intrecciare a rete, a arabesco, molte linee narrative. Meravigliose le sequenze di sesso promiscuo e però mai laido, gli abbracci e le scopate sui lungosenna filmate come le danze e i baci di un Americano a Parigi di Vincente Minnelli. Ci sono qua dentro la levità di Jacques Demy e di Eric Rohmer, peccato che la stampa nostra lo abbia perlopiù liquidato in poche righe. Stampa che peraltro Honoré non l’ha mai amato né davvero capito. Come temevo, non gli han dato nessun premio. Recensione estesa.

6) En guerre di Stéphane Brizé (Concorso).
Il secondo grande film francese del concorso, anche questo sottovalutato dalla stampa internazionale e penalizzato in sede di palmarès. Dopo averci sorpreso a Venezia 2016 con Une vie, tratto da Maupassant, Brizé torna con In guerra ai temi affrontati in La legge del mercato, e con lo stesso protagonista di allora, Vincent Lindon. Riportando al centro della narrazione la questione di tutte le questioni oggi, la crisi del lavoro, il lavoro che non c’è e che, se s’è, rischia di scomparire. In Francia la fabbrica di una multinazionale (tedesca) viene chiusa, gli operai scendono in campo con una durezza e un militantismo anni Settanta per difendere il posto di lavoro, si appronta il famoso tavolo delle trattative tra padroni e rappresentanti sindacali di fabbrica. Inutilmente. Mesi e mesi di blocco della produzione, di confronti anche letteralmente sanguinosi senza che si addivenga a un qualche accordo. Acche se dopo mesi spossanti sembra profilarsi una soluzione. Sembra. Non siamo dalle parti di Ken Loach di cui erroneamente Brizé è considerato un epigono francese, perché qui si rinuncia a una classica narrazione stretta intorno a un main character per una forma cinema meno convenzionale e un racconto perlopiù sovraindividuale. A colpire in En guerre è l’ossessività ipnotizzante degli interminabili colloqui e scontri tra le parti. Gente a urlarsi contro e addosso in una camera chiusa, con una mdp che muovendosi nevroticamente, adottando un linguaggio visivo sporco, ibrido e impuro (mutuato dalle news, dai video degli smartphone), cerca di vincere la claustrofobia. Senza riuscirci, e volendo non riuscirci, perché questo film mal compreso vuole trasmettere il senso dell’intrappolamento, di una situazione bloccata, di due fronti che si dilaniano senza nemmeno tentare di comunicare. Terrorizzante come un horror. E un finale che non ti aspetti. Racconto collettivo, plurale, dove le individualità si confondono, tranne quella del vecchio sindacalista interpretato con impressionante aderenza fisica da Vincent Lindon. Che sembra aver passato la sua vita in fabbrica da tanto è credibile. Recensione estesa.7) Shoplifters/Un affaire de famille di Kore-eda Hirozaku (Concorso).
La palma d’oro che ha messo d’accordo tutti, in giuria e fuori. Non il film migliore del concorso, ma tra i migliori di sicuro. Ennesima cronaca familiare del giapponese Kore-eda Hirozaku, la sua perfetta, quella che tutte le precedenti ricapitola e sublima. Una famiglia che gli psicologi pigri direbbero disfunzionale e che è meglio chiamare sghemba, scostata dalla media. Con il padre che porta il figlio ragazzino a rubare nei supermercati, con tutti gli altri, nonna compresa, che contribuiscono al bilancio comune con attività non propriamente encomiabili (la figlia che lavora in un peep show). Eppure, pur vivendo ai margini e oltre la legalità, gli Shibata sono una famiglia che sa riscaldare i suoi membri garantendo un affetto genuino benché ruvido, e una protezione dal mondo là fuori. Che è la meravigliosa intuizione di Kore-eda e fa del suo film una storia non convenzionale quanto universale. Così accogliente, il clan degli Shibata, da prendere con sé, di fatto adottandola, la bambina maltrattata di una coppia di vicini. Poi, il colpo di scena, pur nei toni minimi, delicati e rispettosi di Kore-eda, che tutto ribalta e tutto riscrive, mettendoci di fronte ai suoi soliti interrogativi: cos’è una famiglia? chi sono i veri genitori? e siamo sicuri ch una famiglia anomala sia sempre peggio di una famiglia con imprimatur ufficiale? Come trattare uno dei temi a maggior rischio di lacrime (e di controversie) con pudore, senso della misura, sguardo onesto e trasparente, allontanando ogni sospettto di speculazione: Shoplifters non è mai cinico cinema della sofferenza. Un piccolo grande film che si è meritato la sua palma anche per la perfetta tenuta drammaturgica, e potrebbe diventare uno dei successi internazionali dell’anno. Recensione estesa.

8) Donbass di Sergei Loznitsa (Un certain regard).
Finalmente l’ucraino Loznitsa, a mio parere uno dei maggiori oggi in circolazione, ce l’ha fatta a agguantare un premio dopo essere stato ignorato da plurime giurie festivaliere (il suo In the Fog, un film come nessun altro sulla WWII e i tedeschi occupanti l’Unione sovietica, quando venne presentato in concorso a Cannes 2012 non se lo filò nessuno). E fa niente se gliel’han dato in una sezione minore, Un certain regard, e fa niente se solo per “la mise en scène”. Almeno di un riconoscimento si tratta, e non potrà che essere utile a un autore schivo come lui e non proprio maestro nell’autopromozione. Donbass, ovvero la regione dell’Ucraina estremo-orientale in cui da qualche anno è in corso una guerra pressoché ignorata dai media con il potente vicino del nord. Meglio, con le autoproclamatesi repubbliche indipendentiste e secessioniste (e filorusse) di Donetsk e Lugansk. Guerra tutt’altro che di frizione che ha causato diecimila morti, un carnage. Loznitsa affronta questa grande (anche cinematograficamente) storia fictionalizzando parti del reale, ma attingendo parecchio ai linguaggi del docu e del cinéma vérité, fino a confondercisi. Lo fa senza una narrazione lineare, ma accumulando uno dopo l’altro singoli blocchi di racconto intorno a aspetti centrale o laterali del conflitto. Soldati, o banditi di strada che si fingono tali, che taglieggiano i passeggeri di un autobus. La cattura di un cecchino e il suo quasi-linciaggio. Una troupe mandata al fronte a girare un film di propaganda. Un matrimonio alla Underground di Kusturica tra patriottismi, alcol e raffiche di kalashinokov. Un quadro di ferocia umana, di regressione allo stato belluino, di fanatismi etnici, nazionalisti, anche religiosi. Certo, il punto di vista è dichiaratamente di parte, non filosecesessionista né filorusso. Ma ho maturato in questi anni sufficiente fiducia in Loznitsa e nel suo rigore morale per credere a lui più che alla propaganda russa. Cinema ad alta intensità, e il finale non lo si dimentica. Recensione estesa.

9) Gongyak (The Spy Gone North) di Yoon Jong-Bin (Fuori concorso – Midnight Screening).
Mi sono interrogato un bel po’ su quali titoli includere e escludere per questi ultimi posti in classifica. Ho optato per quattro film diversamente interessanti, anche se ce n’erano altri più importanti, di autori più consolidati, cui magari ho assegnato un voto più alto nella mia classifica del concorso (Godard e Panahi ad esempio). Ma ho preferito dare spazio a film più sorprendenti, anche se meno perfetti. O che non appartengono alla regione del cinema strettamente d’autore, come questo colossal sud coreano La spia che andò a Nord (la libera traduzione dall’inglese è mia, non aspettatevi sia il titolo italiano qualora il film arrivasse da noi), un blockbuster del Far East che mostra di quale potenza produttiva e mostruosa vitalità e ricchezza inventiva sia oggi il cinema di Seul. Capace di produrre i più sofisticati film autoriali (Hong Sangsoo, tanto per fare un nome, quest’anno assente da Cannes dopo l’iperpresenza degli anni scorsi) e altri di largo consumo come questo. Una specialissima spy story di due ore e venti basata su dati e accadimenti reali e però immagino ampiamente fictionalizzati, una grande operazione messa a punto dai servizi sudcoreani – si era a metà anni Novanta – infiltrando un proprio agente chiamato in codice Black Venus nella blindatissima, inaccessibile Nord Corea. Mentre sono all’apice le esibizioni muscolari di Pyongyang che schiera alla frontiera truppe e armi assai pesanti minacciando l’invasione. Se ne vogliono scoprire entità e stato degli armamenti e intenzioni strategiche, sicché da Seul si manda a Pechino, crocevia allora di ogni possibile intrigo tra le due Coree, la Cina e altri paesi vicini, piena di informatori, confidenti, doppigiochisti che neanche la Casablanca di Curtiz o la Berlino di Le Carré, un ex militare riconvertito in apparente uomo d’affari spregiudicato, pronto a trattare pur di fare soldi anche con i nemici del nord. Gli ci vorrà del tempo per accreditarsi ai loro occhi, ma ce la farà. Seguirà un partita complicatissima, con continui rovesciamenti di fronte, in grado di mentenere in tensione lo spettatore fino all’ultimo. Appassionante, ma anche molto interessante per quanto dice e tace e lascia intuire dei sentimenti della Sud Corea verso il Nord, non tutti e non sempre di aperta ostilità. Anzi, a sorprendere è come la comune appartenza etnoidentitaria, la coreanità se così si può dire, pesi e conti nonostante la spaccatura del paese. Certo, la moralina, la lezione finale di questo film è che se si fosse tenuta aperta allora la porta al dialogo con Pyongyang molti guai successivi sarebbero stati evitati e si sarebbe potuti addivenire se non alla pace almeno a un significativo accordo. Che, mi permetto di dire, è qualcosa che la Storia e i fatti hanno smentito. Davvero gli autori del film pensano che una politica aperturista avrebbe convinto quei matti dei dittatori nordcoreani a dialogare e a dismettere i loro giocattoloni armati? Ma al netto di questa illusione, La spia che andò a Nord resta ottimo e istruttivo spettacolo, che si inserisce in un recente genere cinematografico di successo in Sud Corea, la ricostruzione di episodi recenti di storia patria (penso al bellissimo A Taxi Driver visto al Torino Festival sulle insurrezioni antiregime del 1980).

10) Under the Silver Lake di David Robert Mitchell (Concorso).
Molto atteso e assai male accolto questo film dell’americano David Robert Mitchell arrivato in concorso sull’onda del gran successo del suo precedente, cultistico horror It Follows (lanciato tre anni fa alla Semaine de la critique). Molti eccheppalle per un film che perde il filo e anche spesso la testa, di sfiancante durata, che si addentra in tali e tanti labirinti narrativi da restarne intrappolato, ma che è anche, se lo si guarda senza paraocchi, la smagliante vetrina di un talento incontestabile. Era una scommessa metterlo nella compétition, la serie A di Cannes, e per me (e spero qualcun altro) è una scommessa vinta. In una Los Angeles al solito spaccata dal sole e dai cieli ricamati di profili di palme, ma piena di segreti oscuri e cunicoli (l’altra faccia, quella notturna e paurosa, della trionfante solarità), si muove un giovane uomo in cerca di una ragazza appena conosciuta e subito scomparsa chissà dove: una ragazza che l’ha folgorato uscendo come Marilyn in una celebre foto dalla piscina (difatti lei adora Come sposare un milionario). Sarà un viaggio nei misteri e deliri di quella città-mondo che è LA, nei peccati della carne e dell’avidità. Un Chandler messo in cinema con la sensibilità di un postmoderno che, come hanno fatto notare certi critici americani, ha letto anche troppo bene David Forster Wallace. Precipita dentro Under the Silver Lake di tutto, pezzi di pop e nerd culture, l’ossessione cospirativa e dell’occulto (“ma questo è uno schema che si ripete! ma qui c’è un ghost track!”), intere sottoculture musical-californiane, dottrine new age. In una visualità barocca e sgargiante che si trascina dietro citazioni da cinema, arte, graphic novels. Ci sono Chandler-Hammett e Hitchcock, e molto Brian De Palma (come nel film di Yann Gonzalez che segue alla posizione 11). Certo, ci si perde, ma in cambio si hanno momenti di pura estasi. Please, non maltrattelo. Recensi0ne estesa.

11) Un couteau dans le coeur di Yann Gonzalez (Concorso).
Dopo il queer-porn autoriale Les rencontres d’après minuit – lanciato qualche anno fa alla Semaine – il discolo Yann Gonzalez ha colpito anche nel Concorso del festival massimo facendo indignare parecchi spettatori e recensori. Eppure mostra di avere una sua magari discutibile ma decisa e precisa visione di cinema e di essere autore intenzionato a dialogare oltre la strettissima cerchia del culto gay: continuando nella sua esplorazione di un cinema molto sessuato (e omosessuale) e contaminato con i generi bassi e alti, ma fortemente stilizzato, come a voler controllare la selvaggeria attraverso la forma e la bellezza. Cinema che però ancora divide, e infatti a Cannes, a parte i francesi, Un coltello nel cuore è stato malmenato in recensioni severissime e incazzatissime. Ma perché mai, intelligente e pure divertente com’è. Intorno a un set pornogay francese fine anni Settanta si abbatte il furore di un serial killer dalla faccia mascherata o forse ricoperta di nero bitume (siamo dalle parti del Fantasma dell’opera). La prima vittima è colpita a colpi di lama nel retto, una lama spuntata da un dildo. E più campy e queer di così non si potrebbe. La produttrice (lesbica: la interpreta Vanessa Paradis), già in crisi per essere stata lasciata dalla fidanzata decennale, cerca di far sopravvivere l’aziendina come può. Girando anche come esorcismo un pornogay sui delitti seriali in corso, titolo Homocide, che sarà un gran successo nei cinemini sozzi. Mentre il killer continuerà a colpire per via di un trauma che l’ha adolescenzialmente segnato. Devoti omaggi a Dario Argento e a Brian De Palma, soprattuto quello di Vestito per uccidere. Recensione estesa.

12) Sofia di Meryem Benm’Barek (Un certain regard).
Da una regista marocchima un piccolo ma assai acuto e non ovvio film che è stato una delle sorprese di Cannes 71. Giustamente premiato dalla giuria di Un certain regard, presieduta da Benicio Del Toro, per la sceneggiatura. Che – pure le giurie ogni tanto ci azzeccano – è il punto di forza di Sofia. Un film che sarà visivamente e stilisticamente abbastanza anonimo, ma che ha dalla sua la capacità di raccontarci molto bene una storia spiazzante. Una di quelle trame di vite qualunque dove si celano segreti inconfessati e dove tutti ingannano tutti, e vittime e sopraffatori si scambiano le parti: quelle trame insomma di cui l’iraniano Asghar Farhadi è il maestro (fino al film che ha presentato in concorso a questo Cannes, Todos Lo Saben/Lo sanno tutti, il più brutto della sua carriera). A leggere la sinossi Sofia non prometteva niente, se non il solito racconto appassionato ma inesorabilmente didascalico e di denuncia, e ancora meno promettono le parole apposte a inizio film dove si ricorda come in Marocco (che peraltro ha la legge di famiglia più avanzata o meno arretrata del mondo arabao) i rapporti sessuali al di fuori dal matrimonio siano puniti fino a un anno di reclusione. Ecco, ci si dice, il solito nobile e necessario ma prevedibile film sulla condizione femminile. Invece Sofia grazie a Dio dopo una partenza che sembra confermare il cliché imbocca altre strade più tortuose e interessanti drammaturgicamente. Sofia, 20 anni, di una famiglia medioborghese di Casablanca, è incinta. Se ne accorge solo la cugina medico, che cerca naturamente di proteggerla e tenere nascosta la gravidanza. Ma quando Sofia dovrà correre in ospedale a partorire, la verità salterà fuori. E allora comincia la caccia al padre. Perché è necessario, vitale, che lui e Sofia si sposino al più presto per non rischiare entrambi una condanna penale, e le famiglie l’onta. Il film procede alla Farhadi svelando verità nascoste e menzogne, cortocircuitando e opponendo borghesia e proletariato come nel classico Una separazione. Pur collocandosi dalla parte della sua protagonista, Sofia non tace contraddizioni, manipolazioni e inganni mostrando una verità plurale, mai a una sola dimensione. Un piccolo disincantato film che mostra come la scarsità di mezzi non sia un impedimento al buon cinema. A patto naturalmente che si abbiano idee e cose da dire. Sofia, se ben sostenuto e distribuito, potrebbe diventare un successo arthouse.

Segnalo anche:
Le livre d’image di Jean-Luc Godard (Concorso). Il ritorno del venerato maestro a Cannes. Insignito dalla giuria di una Palma d’oro speciale.
Pájaros de verano (Birds of Passage) di Ciro Guerra e Cristina Gallego (Quinzaine des Réalisateurs). Una famiglia di una minoranza etnica colombiaa si arricchisce con il narcotraffico. Sembra un sotto Escobar, ma l’enorme differenza sta nell’adozione da parte dei due registi dei modi del cinema etnografico. Molto interessante.
Girl di Lukas Dhont (Un certain regard). Si parlerà molto di questo film accolto assai bene da stampa e pubblico, e molto premiato: Caméra d’oro come migliore opera prima, premio a Victor Polster per la migliore interpretazione di Un certain regard, Queer Palm per il migliore film lgbt. Un ragazzo in transizione verso l’identità demminile vuole diventare ballerina, ma deve lottare contro il proprio corpo ancora in parte maschile e i propri fantasmi interiori. Meno didascalico e dimostrativo di quanto ci si potesse aspettare.
Border/Gräns di Ali Abbasi (Un certain regard). Il film vincitore di Un certain regard. Diretto da un iraniano della diaspora che vive e lavora in Svezia, un film di genere sui troll – creature tra l’umano e il non umano – nascosti tra la gente. Metafora anche troppo esplicita sulla differenza. Assai buono per come usa e piega al proprio racconto i codici del cinema di genere.

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Una risposta a I 12 migliori film di Cannes 2018 (dei 40 che ho visto)

  1. Anonimo scrive:

    Ottime e interessantissime recensioni, sempre molto colte (a me paiono così!) però attendo impaziente il ritorno de “i migliori films stasera in tv”…!
    Grazie!

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