Cannes 2018. Recensione: ‘The Man Who Killed Don Quixote’. Finalmente svelato il film-leggenda di Terry Gilliam

The Man Who Killed Don Quixote (L’uomo che uccise Don Chisciotte), un film di Terry Gilliam. Con Adam Driver, Jonathan Pryce, Stellan Skarsgård, Joana Ribeiro, Olga Kurylenko, Jordi Mollà. Fuori concorso.

Terry Glliam sul set con Jonathan Pryce/Don Chisciotte

Un regista che ha già girato un Don Chisciotte indie torna sul luogo dell’impresa per girarne un altro più sontuoso. Ma il produttore è a corto di soldi, il set si blocca. E Toby il regista va a cercare il ciabattino che nel suo primo film era stato il Cavaliere della Mancha. Trovandolo ormai folle, convinto di essere davvero Don Chisciotte. Si va avanti così, tra realtà e finzione, tra ragione e follia. Complicato? Sì. In questo film maudit atteso da 25 anni e adesso finalmente concluso, Terry Gilliam allestisce l’ennesima e stavolta parecchio contorta operazione di cinema nel/sul cinema. Ma non sarebbe stato più semplice girare solo il Don Chisciotte di Cervantes? Voto 6
Si può continuare a scrivere di cinema, insomma di futilità, mentre l’Italia – nel bene e nel male l’Italia di tutti noi, la nostra casa comune – è nel disastro che ci sta sotto gli occhi? Mentre sembra crollare un intero sistema sociale, istituzionale, politico? Mentre l’eterna vocazione plebea e lazzara del nostro paese ancora una volta si traduce nell’urlo belluino della piazza? Ci provo a parlare ancora di cinema, tornando con la testa a Cannes e ai suoi film come a rifugiarmi in una bolla protettiva. E tornando al film molto atteso che, proiettato fuori concorso dopo la cerimonia di premiazione, lo ha chiuso, questo The Man Who Killed Don Quixote. Leggendario e maudit per le disgrazie che lo hanno funestato nel corso della sua lunga storia, 25 anni di tentativi, di set messi in piedi e dismessi, malattie dei protagonisti, tracolli produttivi, perfino cicloni e inondazioni a trascinare via scenografie e quasi gli stessi attori. Cast scritturati e mai utilizzati, o solo per alcune scene. E però dopo un quarto di secolo finalmente concluso da Terry Gillliam, sicché quando appaiono le prime immagini sullo schermo quasi non ci si crede e un po’ ci si commuove. Banale chiamarlo impresa donchisciottesca, battaglia contro i mulini a vento delle difficoltà umane e del destino, e però davvero The Man Who Killed Don Quixote sembra contenere una trama, raccontare una storia che è allegoria della sua complicata gestazione. Con Terry Gilliam sempre più cavaliere della Mancha, impegnato in un’impresa grandiosa e impossibile che lo consegna al mito e alla storia del cinema proprio in virtù della sua impossibilità. Don Quixote c’est moi. Ma proviamo ad astrarci da tanto ingombrante background per concentrarci sul risultato finale. Che, prima constatazione, non mostra per niente tracce, ferite e cicatrici della sua tormentata lavorazione (e son stati tormenti fino all’ultimo minuto, con il coproduttore Paulo Branco che ha cercato di bloccare con una causa legale di cui non ho capito bene i termini la prima a Cannes e l’uscita nelle sale francesi), apparendo rifinito e lucidato come si deve. A dirla tutta, mi aspettavo di peggio. Anche perché non sono mai stato un amante del cinema dell’eccesso di Terry Gilliam, un cinema che si compiace troppo delle sue mattane e dei suoi deragliamenti. Anche intimamente immobile, e pesante, ridondante, di una baroccheria sontuosa e esteriore. Quanto a L’uomo che uccise Don Chisciotte – mai, ha detto giustamente qualcuno, ci fu titolo più spoiler di questo -, si fatica parecchio a orientarsi in una storia multistrato che rischia di perdersi nella sua stessa complessità. La consueta propensione di Gilliam per le macchinerie e le meraviglie produce stavolta una narrazione macchinosa, ansimante, ganci-pulegge-catene-incastri drammaturgici che, se qualche volta funzionano, più spesso stridono come male oliati o bisognosi di pronta manutenzione. Poi certo ci sono intuizioni magnifiche – la migliore: il povero, folle ciabattino che si crede davvero Don Chisciotte – e momenti visivamente formidabili, ma l’insieme risulta alquanto scombinato. Tant’è che ci si chiede: ma perché Gilliam ha costruito una trama così lambiccata e non ha girato il Don Chisciotte di Cervantes? perché non ha semplicemente illustrato e trasformato il testo in una delle sue fantasmagorie e visioni? perché ha allestito questa contorta operazione di meta-cinema?
Allora: un giovane regista pubblicitario (Adam Driver) è in Spagna a girare un Don Chisciotte. Ma non c’è pace sul set, i guai si susseguono (un classico del cinema sul cinema). Il losco produttore non ha soldi ed è alla disperata ricerca di nuovi capitali (e credo siano tanti i rimandi alla stessa travagliatissima storia di The Man Who Killed Don Quixote). Scopriamo subito che Toby, il regista, in realtà un Don Chisciotte l’ha già girato qualche anno prima e proprio da quelle parti: con pochi o niente mezzi, in austero bianco e nero, arruolando come attori gente del posto, un ciabattino come protagonista, la figlia dell’oste come Dulcinea. Era il suo saggio di fine scuola di cinema, e adesso è tornato per replicare quell’impresa con una produzione vera e una vera troupe. E già questo: un regista che gira due volte Don Chisciotte. Con Terry Gilliam che girando il suo Don Chisciotte si riflette in lui come in uno specchio più deformante che fedele, con susseguente rischio di vertigine per lo spettatore affacciato su un film tanto labirintico e stratificato. In una pausa di lavorazione Toby il regista va al villaggio dove aveva girato il suo indipendentissimo esordio. Ritroverà il ciabattino che, dopo essersi calato nella parte, è impazzito credendosi davvero Don Chisciotte, e crede ancora di esserlo (sequenza meravigliosa con il povero pazzo che recita Cervantes mentre su di lui scorre il b/n del film). Dunque: un folle uomo qualunque che interpreta il folle cavaliere della Mancha, e che ci trascina nel suo gorgo e ci fa vedere il mondo attraverso il suo sguardo. The Man Who Killed Don Quixote si regge su questo complicato doppio registro della realtà e della follia, della verità e della simulazione-finzione, oscillando tra passato e presente, anzi tra un presente e un doppio passato. E se nei suoi momenti migliori ce la fa a creare cortocircuiti folgoranti tra queste diverse domensioni, rischia anche di restarci intrappolato. Tenere insieme i troppi livelli narrativi – quello del fuori set, quello del nuovo Don Chisciotte-film, quello del vecchio film – richiederebbe una sceneggiatura di ferro che qui non sempre c’è. Sicché per giustificare le sequenze in costume, quelle che poi consentono a Gilliam di esplodere nei suoi adorati barocchismi e di mettere in cinema le pagine di Cervantes, bisogna di volta in volta inventarsi improbabili giustificazioni: il ballo in costume al castello, i villici che per assecondare la follia del povero ciabattino si fingono pure loro personaggi del romanzo. Non bastassero tante circonvoluzioni, si lanciano pure ponti verso l’attualità e la storia allorquando un rifugio di clandestini nordafricani appare al povero pazzo come un accampamento di mori nemici della Spagna cristiana. E se alcune sequenze sono ottimamente risolte, altre son tirate via con scarsa lena registica, come a volersi sbarazzare al più presto di certi necessari raccordi per andare alle scene più gratificanti (il lungo giorovagare del falso Don Chisciotte e di Toby costretto a fingersi Sancho non lo si può guardare quasi). Il meglio di The Man Who Killed Don Quixote sta nella follia commovente del ciabattino (un Jonathan Pryce magnifico) che lo riscatta dalla mediocrità e lo issa verso i cieli sublimi della vera cavalleria donchisciottesca. Un’invenzione che vale tutto il film. E, classico cinema nel/sul cinema tra 8 e mezzo e Effetto notte, funziona bene il racconto del set smandrappato e senza soldi dove Gilliam potrebbe aver immesso qualcosa di autobiografico, come funziona la lunga parte con l’oligarca-predatore russo culminante nella sequenza del bal masqué dove tutti i fili e le trame convergono. Film-piovra dai troppi tentacoli che non sempre Gilliam riesce a tenere sotto controllo. Poi, certo, come si fa a non stare dalla sua parte e non ammirare il coraggio di uno che per amore del cinema si è buttato in una simile impresa?

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