Cannes 2018. Recensione: SAUVAGE, un film di Camille Vidal-Naquet. Vita e passione di un prostituto

Sauvage, un film di Camille Vidal-Naquet. Con  UnpFelix Maritaud, Eric Bernard, Nicolas Dibla, Philippe Ohrel, Marie Seux. Semaine de la Critique.
Un prostituto sui marciapiedi di Strasburgo. Léo ha 22 anni, è solo, ha bisogno di soldi, e non dice di no a chi glieli dà. Un randagio che conserva nel disastro in cui vive la sua innocenza e integrità. Innamorato, non ricambiato, di un altro marchettaro tosto e duro. Una Via crucis. Un mélo nei modi del neo-neorealismo alla Dardenne. Uno dei successi messi a segno dalla Semaine de la critique. E del suo attore, Félix Maritaud, sentiremo parlare. Voto 7 e mezzo
Una delle cose migliori uscite quest’anno da quell’incubatore di talenti nuovi e seminuovi che è, come da sua mission istituzionale, la Semaine de la Critique. Che, scusate se ogni volta lo ripeto, non c’entra niente con il festival di Cannes, trattandosi di rassegna indipendente – con un proprio direttivo, propri selezionatori, propria sede – organizzata dall’associazione dei critici francesi di cinema. Non so se ce la farò a scrivere di Diamantino (più passano i giorni e più si affievolisce la memoria dei film visti a Cannes, e temo, anche la voglia di saperne dei lettori), il bislacco, assai temerario e ibridato linguisticamente, film della coppia registica portoghese-americana Gabriel Abrantes & Daniel Schmidt vincitore alla Semaine del Grand Prix Nespresso, il più importante dal palmarès: intanto vado almeno a recensire questo assai bello Sauvage il cui protagonista Félix Maritaud (presente anche nel programma del festival maggiore con Un couteau dans le coeur di Yann Gonzalez) si è portato meritatamente via un altro riconoscimento della Semaine, il Prix Fondation Louis Roederer per la migliore rivelazione. Di quegli attori che si identificano nel proprio personaggio, lo assorbono e incorporano, ne fanno carne della propria carne. Vedi Léo, il prostituto al centro di Sauvage, e non potresti immaginarti altri al posto di Félix Maritaud, con quella faccia da Romain Duris giovane però più languida e disarmata, occhi cerbiatteschi, un corpo offerto al pubblico come quello di un santo e martire, una vulnerabilità da perdente per vocazione che porta subito dalla sua parte il publico, e non solo quello femminile e gay. Perché questa è storia sì a tematica lgbtqi, ma a destinazione (si spera) universale, visto che ormai i film d’omosessualità da un pezzo non sono più costretti nei circuiti identitari dei festival specializzati (anche se le resistenze del mercato – leggi pubblico – ancora perdurano: esemplare il caso italiano e solo italiano di un film magnifico e pure aureolato di infiniti premi come 120 battiti al minuto di Robin Campillo che nessuno da noi è andato a vedere, neanche i gay, neanche le prof democratiche che non si negano mai a nessuna buona causa. Un disastro che pesa come un macigno sulla circolazione a largo raggio, che non sia insomma nel solito pugno di sale, di futuri gay movies).
Prostituti allora, quelli di Sauvage. Da marciapiede. E però più che dalle parti dei ragazzi di vita di Pasolini qui siamo in quelle, come ha giustamente ricordato qualche critico straniero, dei primi e bellissimi film di Gus Van Sant, Mala Noche e soprattutto My Private Idaho, con i suoi ragazzi perduti per abuso di droghe, per solitudine, per voluttà autodistruttiva. E c’è stato anche chi ha citato la ragazza senza tetto né legge del film di Agnés Varda a suo tempo Leone d’oro a Venezia, con cui Léo – tale il nome del marchettaro di Sauvage, anche se nessuno in corso di narrazione lo chiama mai così – ha parecchio in comune, a partire da un’incoercibile vena anarchica e selvaggia, dalla pulsione a una vita randagia al di fuori di ogni regola che non sia la propria libertà. Riferimenti e precedenti appropriati. E però Camille Vidal-Naquet, al primo lungometraggio dopo essersi fatto notare con dei corti (“cognome ilustre”, mi ha fatto notare una signora seduta accanto all’Espace Miramar, sala principale della Semaine, “di una famiglia di grandi intellettuali francesi”, e credo si riferisse allo storico Pierre Vidal-Naquet, combattente dell’antitinegazionismo), più che a quei lontani modelli si avvicina più al neo-neorealismo disadorno dei fratelli Dardenne, la cui lezione sembra ormai ineludibile per chiunque si cimenti in un qualsiasi ritratto di umiliati e offesi della nostra ipermodernità. Ma al di là dell’approccio registico e nerrativo spoglio, asciutto, meramente fattuale, al di là dei suoi modi da cinéma vérité, Sauvage nasconde la tensione e la passione del melodramma, con Léo discendente legittimo della Dame aux camélias, marchettaro che si vende al miglior offerente, e spesso neanche al migliore, ma che mantiene in tanto squallore la propria integrità e resta in cerca di quella cosa chiamata amore. Ingenuamente innamorato di un altro prostituto che lo rifiuta, e pure minato, esattamente come Violetta e Marguerite, dalla tubercolosi. Un ragazzo che sceglie di farsi male, un angelo senza macchia finito per sbaglio o per oscura pulsione autopunitiva all’inferno, ma che conserva la sua innocenza. Un’innocenza che tanto più rifulge quanto più viene calpestata e imbrattata. Non sappiamo da quale passato Léo arrivi (grazie a Dio Vidal-Naquet depsicologizza, sottrae il suo personaggi a ogni facile cliché che ne spieghi la caduta: la famiglia, l’emarginazione ecc.), il suo soffrire ci è mostrato fattualmente in una specie di Via crucis laica tra peccato e impossibile redenzione. Approccio puramente descrittivo e constatativo che però non impedisce allo spettatore di stare dalla parte di Léo né al regista di essere visibilmente suo complice.
Léo si vende per strada, dalle parti daell’aeroporto di Strasburgo. Si vende a chiunque lo paghi. Lo fa per soldi, spinto dalla miseria, ma anche dall’oscuro bisogno di qualcuno da amare. Si innamorerà difatti, di un marchettaro come lui, il francese si suppone di origine magrebina Ahd, macho tosto e come dicono gli anglofoni gay-fo-pay. Gay solo per denaro, ma dichiaratamente, orgogliosamente eterosessuale e che, pur affezionato a Léo, non può accettare di essere amato da lui. Puro mélo. Si baceranno solo quando un cliente lo imporrà come condicio sine qua non, e non basterà a far uscire Ahd dalla sua gabbia machista. Intanto un prostituto venuto dall’Est (gli Eastern Boys, i marchettari affluiti in Fancia dall’un tempo impero sovietico sono anche al centro dell’omonimo e bellissimo film di qualche anno fa del Robin Campillo di 120 BPM) cerca di imbrigliara il randagio Léo in un storia, senza riuscirci. Sfilano inaìtanto davanti ai nostri occhi i clienti (e il pensiero va a quelli del lontano e archetipico Belle de jour di Luis Buñuel), il disabile, il vedovo che solo in età assai avanzata si è concesso il sesso con i ragazzi (e Léo si legherà in modo speciale e sincero a lui), uno psicopatico torturatore di prostituti chiamato il Dottore, una coppia di gay socialmente riusciti e affluenti che trattano il povero Léo come cosa, come merce di cui, una volta pagato il prezzo, si può disporre come si vuole. Ed è puro orrore la scena in cui i due mostri cercano di sodomizzare Léo con quualcosa di più e di peggio di un dildo (di più meglio non dire). Perché questo è anche film di sesso piuttosto esplicito (e però Vidal-Naquet ci risparmia le torture inflitte dal sadico Dottore), con una sequenza subito duiventata la più commentata di tutto Cannes 2018, non battuta nemmeno in scandalo dalla messinscena del male di Lars von Trier in The House That Jack Built. Ed è quando Léo, su istigazione dell’amico est europeo, versa nel proprio pene, anzi nell’uretra, un bel po’ di gocce di un potente sonnifero: sicché quando il cliente gli praticha un blow job assumeoltre il resto anche il sonnifero cadendo addormentato, e lasciando i due liberi di svaligiargli la casa. Sconcerto in platea, fuga di molti, compreso un buyer cinese seduto accanto a me che avrà pensato alla difficoltà anzi impossibiltà di importare dalle sue parti un film così. O che forse si spettava tutt’altro film. Ma al di là delle sue scene esplicite, Sauvage resta un magnifico, dolente ritratto di un ragazzo perduto cui non si può non volere bene. Un randagio attratto dalla libertà assoluta e moralmente integro e innocente anche nella dissolutezza. Poterebbe molto piacere in Francia e fare là una bella carriera. Più difficile che la faccia anche da noi, tutt’al più lo si vedrà nei festival a tematica lgbt e a qualche proiezione cineclubbistca. Poi tutto può succedere, anche il miracolo di un qualche distributore che decida di importarlo.

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