Cannes 2018. Recensione: CLIMAX, un film di Gaspar Noé. Dioniso è tornato!

Climax Di Gaspar Noé. Con Adrien Sissoko, Alaia Alsafir, Alexandre Moreau, Alou Sidibe, Ashley Biscette, Claude Gajan Maull, Giselle Palmer, Kendall Mugler, Kiddy Smile, Lakdhar Dridi, Lea Vlamos, Mamadou Bathily, Mounia Nassangar, Naab, Romain Guillermic, Sarah Belala, Sharleen Temple, Sofia Boutella, Souheila Yacoub, Strauss Serpent, Taylor Kastle, Thea Carla Schøtt, Tiphanie Au, Vince Galliot Cumant. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs.
Uno dei vertici di Cannes, e non si capisce come il gran festivàl se lo sia lasciato scappare (se l’è preso subito, azzeccandoci, la Quinzaine). Forse il miglior Gaspar Noé di sempre, certo il suo film più teorico e programmatico. Quasi un teorema sul ritorno del caos, del dionisiaco nella nostra ultracivilizzata postmodernità. Una compagnia di danza prova un performance-spettacolo. Sembra un inno vitalista, si trasformerà in una discesa agli inferi. Il cinema lisergico e psicotropo di Noé al suo massimo. Voto 8 e mezzo

Naître et mourir sont des expériences extraordinaires. Vivre est un plaisir fugitif. (Nascere e morire sono esperienze straordinarie. Vivere è un piacere effimero).
Gaspar Noé dissemina di frasi lapidarie e sentenziosità come questa il suo film, visualizzandole a schermo pieno in tableaux godardiani che fungono da segni di interpunzione nel fluire e defluire del racconto. Ma che sono anche messaggi in codice sul senso ultimo di Climax. Film che, se si mostra ingannevolmente come eruzione magmatica e cinema incontrollato e puramente istintuale, man mano si svela invece come costruzione assai concettualizzata e consapevole, per niente immediatista. Anche l’andamento narrativo è ferreamente organizzato e ordinato in blocchi successivi: un prologo-introduzione (la lunga serie di provini e interviste in video di quelli che poi si riveleranno aspiranti ballerini); la prova della performance collettiva di danza postmoderna; il party che dovrebbe essere pausa gioiosa e momento di decompressione e che diventa invece un incubo, un inferno. Una gabbia drammaturgica iper strutturata, ad alta resistenza, indistruttibile (com’era quella di Irréversible, a oggi il film più noto di Noé), per contenere l’esplosione degli istinti che rapidameente virano da Eros verso Thanatos, dalla sessualità diffusa della festa neopagana alla distruzione.
Gaspar Noé ci porta ai confini estremi della nostra resistenza fisica e soprattutto psichica (e dei suoi personaggi, sottoposti a uno stress test in cui letteralmente si giocano la vita), usando il cinema come sostanza alterante e psicotropa e strumento di esplorazione dell’inconscio, individuale e collettivo. Film enorme, tellurico, uno dei vertici di Cannes 2018. Eppure incredibilmente esiliato alla Quinzaine. Ma com’è possibile che Climax, forse il migliore Noé a oggi, certo il suo film più teorico e lucido, non abbia trovato posto al Palais? E così file spaventose per vederlo nelle sale non enormi della Quinzaine, e io che l’ho riacchiappato miracolosamente l’ultimo giorno alla proiezione aggiuntiva dei tre premiati (a Climax è andato l’Art Cinéma Award – CICAE). Trovandomi immerso in un’esplosione energetica e vitalistica che man mano si degrada in violenza: un’esemplarissima parabola sull’irruzione del dionisiaco distruttore (di armonia, di forme, di civile convivenza) in un microcosmo, quello del laboratorio di danza, che sta metaforicamente per il mondo tutto. Siamo nella seconda metà degli anni Novanta – il film pare ispirato a un fatto di cronaca di quella decade – , in un’era ancora in parte analogica. Una giovane coreografa provina e mette insieme un gruppo di ballerini e ballerine per uno spettacolo-performance sotto la regia musicale di un luciferino dj. Mentre la macchina da presa va a scovare i suoi personaggi, a scrutarli da vicino, scoprendo dietro agli apparenti entusiasmi e vitalismi giovanili i demoni di ciascuno. L’ambizione. Il machismo. L’aggressività da predatore sessuale. La rivalità. L’ossessione incestuosa. La fragilità psichica. La dipendenza da droghe. Tutto si materializzerà e si infiammerà quando la danza avrà inizio. Uno scatenamento, un intersecarsi di corpi che si sfiorano, si incontrano e si perdono nel gioco combinatorio della coreografia, tra rigori geometrici e momenti anarchici, ritmati da una musica squassante. Tutto reso e ripreso e restituito da Gaspar Noé come un’orgia di suoni e balli e sballi, come un sabba, ma con un suo ordine, una sua ratio. Finché qualcosa succede, forse dosi massicce di LSD versate in un beverone, ed ecco che l’ordine, la bellezza, la vita, il desiderio si sfasciano, si decompongono, si corrompono in delirio, violenza, morte. Con derive nell’orrore (il bambino bloccato dietro una porta di ferro).
C’è sempre una direzione obbligata e coercitiva nella drammaturgia di Gaspar Noé, e stavolta va dall’alto al basso, a precipitare i suoi personaggi sempre più giù, verso l’inferno. Mentre i movimenti di chi cerca di sopravvivere alla caduta si fanno convulsi, in cerca disperata di un’uscita.  Perfino più radicale e implacabile dei suoi capolavorissimi Irréversible e Enter the Void, quasi una sistematizzazione teorica del suo cinema. E riflessione sul primitivo che si agita e persiste dietro ogni (iper)modernità. Speriamo che qualcuno abbia il coraggio di distribuirlo in Italia, anche se me la vedo già certa critica (che non credo si sia scomodata per andarlo a vedere a Cannes) stroncarlo ferocemente.

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