(al cinema) LAZZARO FELICE: recensione del film di Alice Rohrwacher. La parabola dell’Innocente

Lazzaro felice, un film di Alice Rohrwacher. Con Adriano Tardiolo, Sergi Lopez, Alba Rohrwacher, Nicoletta Braschi, Agnese Graziani, Tommaso Ragno, Luca Chikovani, Natalino Balasso. Al cinema da giovedì 31 maggio 2018.
Vincitore a Cannes (ex aequo con 3 Faces di Jafar Panahi) del premio per la migliore sceneggiatura, che peraltro non si può dire sia il punto di forza. In Lazzaro felice, terzo film di Alice Rohrwacher, c’è un’intuizione meravigliosa: quella del suo main character, versione rinnovata dell’archetipo dell’Innocente, del Mite, del Puro di cuore. Peccato che Lazzaro felice non ne segua con decisione il tragitto e imbocchi caoticamente un’infinità di piste, deviazioni e sentieri interrotti. Ma Alice Rohrwacher ha il dono della grazia e una decisa impronta d’autore. Un film sulla purezza dei poveri, dei proletari, degli umiliati destinati (alla Elsa Morante) a finire travolti dalla storia. Un grande film mancato. Nostalgicamente girato in 16 mm. Voto tra il 6 e il 7
Incontestabile successo al festival di Cannes, e piaciuto più alla stampa straniera che alla nostra, perché l’Italia delle miserie e degli stracci che ripropone, l’Italia eternamente neorealista, Africa d’Europa, persa in un (presunto) irredimibile sottosviluppo che ne preserva l’innocenza popolare, è un cliché duro a morire e che però paga sempre presso le platee e i critici d’Eropa e America. Anche se qui non si tratta di operazione cinica d’uso degli stereotipi, anzi. Alice Rohrwacher ai suoi ultimi tra gli ultimi travolti dall’avidità del mondo crede profodnamente, come prima di lei Pier Paolo Pasolini e Ermanno Olmi, i primi nomi cui non si può non pensare vedendo questo suo Lazzaro felice. Che si è portato paradossalmente via il premio per la migliore sceneggiaturo, benché ex aequo con il più solido 3 Faces dell’iraniano Jafar Panahi. Paradossalmente, perché lo script ondivago e anarchicamente (dis)organizzato, non si può dire sia il punto di forza del film, che trova altrove – nella sua messiscena in bilico tra un neorealismo resuscitato e un realismo magico da fiaba popolare, nella bizzarria di certe sue invenzioni – le ragioni della propria bellezza e importanza. Stavolta non si ripete il miracolo del Grand Prix, il secondo riconoscimento in ordine di importanza di Cannes dopo la Palma d’oro, che era stato assegnato al film precedente di Alice Rohrwacher Le meraviglie. E però uscire da un simile festival, il più importante, il più competitivo, con un riconoscimento benché a metà conta ed è un’ottima partenza per la carriera internazionale di Lazzaro felice (difatti già acquistato da Netflic per il mercato Usa e latinoamericano). Film che è Alice Rohrwacher (annunciata sulla montée de marche di Cannes come Alìss Rovarscèr: incorreggibili francesi) in purezza. Tutte le sue cosiddette tematiche di riferimento e le ispirazioni e i modi e le visioni e predilezioni precipitano qua dentro potenziandosi l’un l’altro e moltiplicandosi all’infinito. Generando un film di due ore e dieci – troppo, suvvia – , in un’epica dell’innocenza contadina e sottoproletaria travolta dal mondo e dalle sue rapacità e avidità. Siamo, quanto a fattura e messinscena, in quel campo insidiosissimo e scivoloso (e a me indigesto) chiamato realismo magico, con derive nell’altrettanto scivoloso e appiccicoso realismo poetico. Tutte cose che degenerano facile nel contiguo poeticismo grondante lacrime e retorica. Ecco, io con il cinema di Alice Rohrwacher, che qui in fatto di realismo magico e poetico ci dà dentro senza risparmiarsi e senza risparmiarci nulla, un qualche problema ce l’ho, l’ho sempre avuto. E però devo ammettere che in Lazzaro felice – tra i tre suoi il film che preferisco, il più ambizioso e ricco – ci sono, accanto a momenti per cui non posseggo i recettori e la minima sensibilità, parecchi altri molto buoni. Ormai il cinema di AR è riconoscibile, che è la prova nel bene e nel male del suo essere autore vero. Un umanesimo che vuol dire stare, sempre, dalla parte degli ultimi, degli umiliati e offesi, dei travolti dalla storia, dei poveri. Una sensibilità per il mondo contadino e arcaico condannato alla servitù e allo sfruttamento ma pervaso di un’intrinseca bontà. Lo sguardo affettuoso e complice verso i personaggi (con qualche rischio di leziosaggine). Un minuto, quodiano realismo che sa restituire l’immediatezza e la semplicità del vivere, l’eruzione dell’umano sulla scena del mondo come dato naturale. La propensione a immettere nel reale elementi, più che fantastico, di fiabesco derivato dal racconto orale, dalle piccole grandi mitologie popolari. E, sempre, una limpidezza di sguardo pure questa oggi rara. Si resta incantati da come Rohrwacher mette in scena, soprattutto nella prima parte, la sua comunità contadina, di contadini mezzadri schiavi e rassegnati e arresi alla propria condizione, che richiama l’Ermanno Olmi dell’Albero degli zoccoli più che la civiltà agricola combattente di Novecento di Bertolucci (con il quale ci sono sì analogie, ma su altri versanti). Lazzaro felice è una fiaba che si svolge come fuori dalla storia, per poi rientrarci, nella storia, ma senza datazione precisa né chiari riferimenti geografici.
Parte prima. Siamo sull’Appennino centroitaliano, forse Alto Lazio, forse Abruzzo, in una tenuta ancora semifeudale detta l’Inviolata dove abitano e lavorano durissimamente cinquanta famiglie contadine affamate dalla feroce padrona, la marchesa Alfonsina Della Luna, e dal suo losco aministratore-fattore. Alcuni elementi (i primissimi telefonini) certificano che siamo negli anni Ottanta , eppure quella del film è un’Italia remota e perduta, con gente che non ha mai conosciuto il mondo là fuori, oltre il confine della tenuta segnato da un fiumiciattolo. Mantenuta nell’ignoranza, ignobilmente sfruttata (Alice Rohrwacher ha detto di aver preso spunto da un fatto di cronaca e dall’abolizione definitiva della mezzadria avvenuta solo nel 1982). E il più sfruttato di tutti è il ragazzo Lazzaro, un cuore semplice, un’anima candida, con nonna a carico ma genitori misteriosi e mai conosciuti, un puro che si sfianca dalla fatica, sfruttato dagli stesso sfruttati, sempre pronto a dire di sì alle peggio corvée. Pure il marchesino Tancredi, viziato e visibilmente debosciato, lo usa e lo soggioga a sé con una catena di manipolazioni psicologiche, eppure Lazzaro ne è felice, accetta tutto, non si rifiuta a niente. Fino a quando tutto, letteralmente, precipiterà. E si va alla seconda parte del film, con un Lazzaro che ritorna (come tanti eroi dei miti di ogni cultura e parte del mondo) dall’oltrevita alla vita: intatto, sempre giovane, nonostante i vent’anni passati. Ritroverà tutti gli altri dell’Inviolata, ma invecchiati, loro sì corrosi e cambiati dal tempo, e li ritroverà in una derelitta comunità ai bordi di periferia di una metropoli cattivissima, un po’ Milano e un po’ Torino un po’ tutte le metropoli inospitali del mondo.
Ora, la magnifica intuizione del film resta il suo personaggio principale, Lazzaro. Il Puro, il Mite, l’Innocente, il Buono, il Santo, l’agnello che si fa carico dei mali e peccati del mondo e che per tutti pagherà, inerme vittima sacrificale e vittima designata. Lo interpreta un giovane attore di nome Adriano Tardiolo dalla faccia pulita da sacro affresco devozionale, da ex voto, che è una rivelazione, e che quasi da solo veicola tutto il carico emozionale del film. Di un’allegria fanciullesca da fraticello rosselliniano e riccetto pasoliniano. Un Lazzaro che più che a San Francesco, come sembra suggerire Alice Rohwacher in certe sue dichiarazioni, a me ha ricordato fortissimamente i personaggi di certa Elsa Morante. Lazzaro è il buono travolto dalla Storia, l’eterno fanciullo e ragazzino destinato a salvare il mondo con il suo sacrificio. Come la Morante, Rohrwacher opera una sorta di mimesi linguistica e antropologica con l’universo contadino e sottoproletario del suo Lazzaro, abbattendo ogni barriera, eliminando ogni filtro e distanza. Come Morante, ha uno sguardo partecipe e un’intensità palpitante fino alla visceralità e, ebbene sì, squisitamente femminile. Purtroppo, e qui si apre il quaderno dei segni meno del film, a impedire a Lazzaro felice di essere un gran film c’è parecchio. Non c’è ossatura drammaturgica degna di questo nome, il racconto è erratico, come inseguendo suggestioni e ispirazioni molteplici e casuali, affastellando pezzi spesso irrelati e conchiusi in sé senza mai inserirsi in un intreccio coerente. Che è peccato di altri autori, per stare solo in Italia l’ultimo Paolo Sorrentino. E però Alice Rohrwacher non è ancora maestro (maestra suona malissimo) consacrato del cinema tale da potersi permettere la sfrenata anarchia di un film che già sfiora il manierismo e l’autoreplicazione. Eppure aveva, ha, il suo personaggio centrale, Lazzaro, che è una meravigliosa invenzione, solo che stranamente non costruisce il film solo intorno a lui, non ne segue davvero la parabola – il Lazzaro resuscitato dopo una ventina d’anni, il Lazzaro al limite della santità -, ma imbocca continue deviazioni e sentieri sempre interrotti, in una matassa arruffata di trame e sottotrame non necessarie, o lasciate a metà e anche meno. Per dire: la storia tra Lazzaro il povero e Tancredi il marchesino, che ricorda, questa sì, l’attrazione tra i due ragazzi, poi uomini, di Novecento di Bertolucci. Eppure questo binario nrrativo, così potenzialmente ricco di implicazioni, resta inerte e sterile. Per non parlare del lupo e della sua amicizia protettiva per il povero Lazzaro abbandonato, lupo reale o immaginato che sia il quale, stando a quanto dichiarato dala stessa Rohrwacher, sarebbe ispirato a certe storie di santi, Francesco in primis. Sì, capisco l’allusione e la citazione delle mitologie popolari e devozionali, capisco il fiabesco come chiave non piattamente realista, capisco il ricorso agli archetipi, ma anche questa parte resta irrelata, gratuita, monca e tronca. E si potrebbe continuare. Lazzaro felice non ce la fa nemmeno a restituire il senso del religioso, da questo punto di vista il personaggio di Lazzaro non ha spessore, resta al di qua della linea del sacro, diversamente da quanto era riuscito a Pasolini con il character della serva di Teorema interpretata da Laura Betti. Molte sono le intuizione e moltissima è la confusione sotto il cielo dell’Inviolata e poi della triste metropoli. Dove la comunità dei derelitti ricorda un po’ troppo quella di Miracolo a Milano di Zavattini-De Sica. Con un finale telefonatissimo e più volte annunciato, ma anche goffamente risolto e troppo improbabile. Film con punte sublimi e l’impronta di un vero autore, ma anche caotico e informe, che avrebbe guadagnato da una maggiore sorveglianza. E dalla collaborazione di uno sceneggiatore sperimentato. Nel cast Alba Rohrwacher, Sergi Lopez (che interpreta un nomade), Nicoletta Braschi (la marchesa schiavista). Ma sono i due ragazzi Adriano Tardiolo (Lazzaro) e Luca Chikovani (Tancredi giovane) a far loro il film.

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Una risposta a (al cinema) LAZZARO FELICE: recensione del film di Alice Rohrwacher. La parabola dell’Innocente

  1. ugo malasoma scrive:

    Mi trovo completamente d’accordo con la recensione. Ora, va bene il realismo magico, va bene anche l’evocazione delle quotidianità “bucoliche” già esaltate da Olmi ma premiare a Cannes la sceneggiatura per un film delicato quanto si vuole ma talmente liso come il filo della tela dei ragni che uno rimane interdetto. Poi, uno giudica secondo il proprio gusto ma esaltare quel povero giovane attore, “stuporoso” dall’inizio alla fine, facendolo passare per un novello San Francesco è quanto mai ingenuo. Il finale è senza senso. Va bene anche la disumanità della società di oggi ma linciare uno palesemente “fuori di testa”….suvvia, siamo al cinema e di realismo non ne vedo neanche l’ombra. Il commento “carino” mi pare quanto mai giusto, certo non volgare ma non basta. Che poi nel panorama italiano esca dai “canoni” e si ritagli comunque un suo posto con dignità….non sarei contrario affatto ad ammetterlo.
    Se mi posso permettere aggiungo che la Nicoletta Braschi è una non-attrice. Ogni volta che apre bocca mi pare una volontaria dedita alle recite di parrocchia a cui si affidano però, giustamente, pure ruoli assai defilati, e questo da sempre. Qualcuno se ne è accorto?

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