Cannes 2018. Recensione: GIRL, un film di Lukas Dhont. Lara, in transito dal maschile al femminile. Uno dei successi del festival

Girl di Lukas Dhont. Con Victor Polster, Arieh Worthalter, Katelijne Damen. Un certain regard.
Ritratto di Lara, 16 anni, in transizione dal genere maschile a quello femminile. Ad aiutarla e proteggerla un padre amorevole e un attento staff medico. Eppure Lara, che studia da ballerina classica, sta male, non vede l’ora che la mutazione del suo corpo sia definitiva. La novità di questo film belga (tre premi a Cannes e un enorme successo di pubblico) sta nell’evitare ogni denuncia e militantismo. Qui la questione non sta nell’oppressione sociale, ma all’interno di Lara, nella lotta tra lei e i suoi fantasmi. Un film quieto e potente, di un realismo che, come al solito, si rifà alla lezione dei Dardenne. Voto 7 e mezzo
Uno dei film che più gireranno il mondo, e più piaceranno e vinceranno premi, tra tutti quelli lanciati da Cannes 2018 nelle sue varie sezioni, rassegne e ramificazioni. Un piccolo, quieto ma potente e assai ben focalizzato (sul suo tema, sul suo main character), film belga di un regista poco più che trentenne dalla faccia di ragazzo che va a indagare, nella carne e nella psiche del suo/della sua protagonista, una questione oggi al centro delle battaglie culturali d’Occidente, quella del genere, delle identità sessuali cangianti e fluide. Film, questo di Lukas Dhont, di partecipazione controllata e assai pudica, più di osservazione e mera fattualità che di aperta drammatizzazione, quasi uno studio clinico, se questa locuzione non fosse troppo glaciale e non implicasse una sorta di sprezzante superiorità dell’osservatore sull’osservato, un’asimmetria di potere. Asimmetria che qui non c’è, e se appena rischia di spuntare, viene prontamente bloccata dall’attento Dhont, uno che ha ben studiato e appreso l’educazione e la correttezza con cui ci si deve comportare di fronte a coloro che, in equilibrio e squilibrio tra i due sessi, un tempo venivano reputati freaks e buttati nel mucchio delle diversità da cancellare, o nel migliore dei casi da ignorare. Fluidifica dal maschile al femminile, e con obiettivo il secondo come stato permanente, la protagonista Lara, 16 anni, angelicamente bionda, austera e diafana come uscita da un quadro fiammingo, e difatti siamo nelle Fiandre belghe, in una città anonima, in una famiglia però francofona (il padre, tassista, si è trasferito da non molto si suppone dal Sud del paese con Lara e un altro figlio più piccolo. Della moglie, e madre dei due figli, nulla si sa e non si vedono tracce; e anche questo rientra nella pratica della pura osservazione, dell’ellisse, dell’elisione di ogni elemento extrafattuale non strettamente necessario alla storia, messa in atto con assoluta coerenza dal regista). Amorevolmente sostenuta dal padre e da tutti gli amici di famiglia, Lara è in transizione, ancora in una terra di mezzo, neutra; dietro di lei c’è l’identità maschile che sente estranea e un corpo di cui vuole liberarsi, davanti l’agognato traguardo della femminilità, da ufficializzare attraverso un intervento che ridisegni il corpo e lo faccia specchio del suo sentire, del suo autopercepirsi come ragazza. In transizione vuol dire anche che Lara è sotto il costante controllo di un’équipe medica specializzata che le ha fatto assumere fin dalla prima adolescenza farmaci inibitori della mascolinità (suppongo ormoni) e altri tesi a assecondare i caratteri femminili. Ma risolutivo, almeno nelle sue speranze, sarà l’intervento chirurgico che asporterà il pene e creerà al suo posto una vagina (e però, e lei lo sa, niente potrà mai trasformarla in una donna in grado di procreare, la sua femminilità sarà sempre e solo un involucro, una seconda pelle).
Ora, Lara vorrebbe che la mutazione si realizzasse a breve, non ce la fa più a stare in quella zona indefinita, sta male quando medici e psicologi le spiegano come sia troppo presto per l’operazione. Ecco, la nube nera che avvolge la psiche di Lara è questa, è l’impazienza, il logorio indotto dall’attesa, dal non poter essere ancora quello che sente di essere. Anche se intorno a lei c’è il massimo possibile del sostegno: il padre, il fratello, gli staff medici. Tutti esemplari, tutti dalla sua parte. Ed è un dato drammaturgico centrale in questo film che non ripropone il troppo visto schema dicotomico transgender intrappolato in un corpo-gabbia costretto a lottare contro un mondo esterno ostile. Non ci sono nemici da combattere e abbattere, dunque non c’è nessuna denuncia, nessuna bandiera sventolata e nessun facile militantismo in questo sommesso eppure implacabile film. Il centro della questione, e il fuoco della narrazione, è sempre e solo Lara, con i suoi tormenti, i suoi fantasmi, i suoi demoni interni. Un malessere non attenuato ma accentuato dalla scelta di diventare ballerina classica. Ha faticato a superare i test di ammissione in un’accademia prestigiosa, e adesso che ce l’ha fatta deve misurarsi con un corpo che non è fatto per la danza classica versante femminile, e con certi ineludibii tratti biologici e fisiologici: troppo alta, Lara, con piedi troppo grandi, e fors’anche (sono problemi solo velatamente accennati dalla sua insegnante) dalla muscolarità diversa, più pronunciata, e dalla gabbia scheletrica troppo pesante. È un’ottima intuizione di Dhont fare di lei un’aspirante danzatrice classica, uno dei cliché più potenti e radicati della perfetta femmminilità. Per Lara un traguardo che, se conquistato, la confermerebbe nella sua nuova identità, ma che è intanto lo specchio delle sue insicurezze, il riflesso della sua inadegatezza rispetto al modello che si è imposta. Quali fossero i lati bui del mestiere di danseuse ce l’aveva mostrato, in modo definitivo, Il cigno nero di Darren Arofonofsky, Girl ne ripropone tutto l’inferno psichico e fisico dal punto di vista altro e differente di un genderfluid. E dunque prove estenuanti, cadute rovinose, piedi torturati, piaghe, lacrime e sangue, letteralmente. La scuola di danza è anche per Lara, così protetta dal padre e dagli staff medici, l’unica linea di frizione e fronte di scontro e combattimento con il mondo esterno. Che se non è più, almeno apertamente, quello barbaro e persecutore di un tempo, continua ancora a secernere veleni e rigetti della diversità. E lo dimostrano certe bulle compagne di corso che, sapendo della transessualità di Lara, la costringono a denudarsi. Ma basta questa esperienza umiliante a spiegare il suo malessere sempre più accentuato? Di più non si può dire. La forza di Girl non sta tanto nel riproporre la solita narrativa del genderfluid conculcato e oppresso, ma nel mostrare la sua sofferenza come una questione tutta interiore, come una battaglia tra Lara e i suoi demoni. Soprattutto dopo il finale (che ha sconvolto non poco gli spettatori di Cannes), sorgono parecchi interrogativi – e fa niente se politicamente scorretti –  sulla pulsione così incoercibile del transgender a rigettare un’identità sessuale e assumerne un’altra anche a costo di estenuanti e forse rischiose terapie farmacologiche (qualcuno ha idea degli effetti collaterali a lungo termine?) e di interventi chirurgici tanto radicali e devastanti. Ma sono infinite, e complicate, le questioni che un film come questo finisce con il suscitare. Se, come sostiene la gender culture, le transizioni di identità ci mettono di fronte all’inoppugnabile dato della fluidità dei generi, della loro volatilità, del loro porsi come scelta e non come destino biologico, bisogna anche rilevare come la polarità culturale dei ruoli maschio-femmina ne esca invece paradossalmente rafforzata e confermata. Tant’è che la partita della fluidificazione si gioca ancora, come nel caso di Lara ballerina, non nel rifiuto, non nell’oltrepassamento, ma nell’assunzione dei codici più esteriori e ovvii – somatici, psichici, comportamentali, pure vestimentari – del sesso prescelto. Come a dire: ‘Rifiuto di essere maschio, e voglio essere donna nel senso più pieno e tradizionale’. Non c’è niente, in Girl, nemmeno dei soliti approcci da cinema queer, nessuna accensione camp, nessun clin d’oeil a Almodovar. Il tono è di massima asciuttezza, il melodramma se c’è è una traccia appena percettibile, l’atmosfera claustrofobica. Il quotidiano, nient’altro che il quotidiano, reso nel suo dipanarsi lento e apparentemente quieto attraverso un realismo disadorno che guarda come tanto cinema nuovo alla lezione dardenniana. Anche se in Girl si sentono echi più sottili del cinema europeo del grande Nord, la severità di Dreyer e Bergman. Premi, tanti, a Cannes. Al film di Lukas Dhont sono andati la Caméra d’or, il premio assegnato da apposita giuria, quest’anno presieduta dalla regista svizzera Ursula Meier, alla migliore opera prima tra quelle presentate al festival, ma anche alla Quinzaine e alla Semaine. E premio a Victor Polster per la migliore interpretazione della sezione Un certain regard (si è presentato in abiti maschili sul palco del Grand Théâtre Lumière sorprendendo tutti), oltre alla scontata Palm Queer. Se ben distribuito, Girl potrebbe diventare un discreto successo arthouse perfino in Italia, ormai territorio ostico per il cinema d’autore.

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