(al cinema) Recensione: END OF JUSTICE: NESSUNO È INNOCENTE, un film di Dan Gilroy. Un film irrisolto che nemmeno Denzel Washington riesce a salvare

End of Justice: Nessuno è innocente (titolo originale: Roman J. Israel, Esq.), un film di Dan Gilroy. Con Denzel Washington, Colin Farrell, Shelley Helling, Carmen Ejogo, Nazneen Contractor.
Un vehicle per lo strabordante e sempre carismativo Denzel Washington. Qui quasi irriconoscibile quale vecchio avvocato rimasto agli ideali anni Sessanta-Settanta e incapace di adattarsi al cinismo dei nuovi tempi. Apparentemente, perché qundo le cose gli impongono di cambiare, cambierà. Strano e non risolto film costruito in tre blocchi, dove il secondo e il terzo cozzano con il primo. Incongruenze e twist non motivati affondano End of Justice, e nemmeno Denzel (che ci ha ricavato comunque la sua ennesima nomination all’Oscar) riesce a salvarlo. Voto 4,5
Un vehicle al servizio del non più giovane e trionfante fisicamente, ma sempre assai carismatico, Denzel Washington, attore che se da noi non non ha mai raggiunto uno status divistico (gli si sono sempre preferiti tanti altri che certo non erano alla sua altezza, Mickey Rourke per fare un nome) e che invece resta in America una superstar e un totem inscalfibile dell’orgoglio black. Uno che, dall’alto dei floridi incassi di una carriera da vincente, può scegliersi i film che vuole e arrangiarseli addosso come vuole. Difatti, Denzel questo End of Justice: Nessuno è innocente lo ha fortissimamente voluto, finanziato, cucendoselo su misura e forse anche (ripeto: forse) condizionando il regista e sceneggiatore Dan Gilroy. Il risultato è mediocre tendente al pessimo, ed è un peccato, perché Denzel è Denzel, un leggenda, un’istituzione, e spiace vederlo incappare in un passo falso (intanto si sta facendo largo l’erede, inteso come il figlio John David Washington, che dal padre ha preso la smagliante fisicità e la bellezza statuaria e anche qualcuno dei suoi talenti di attore: lo ha voluto Spike Lee nel suo BlacKkKlansman appena visto e premiato a Cannes con il Grand Prix, dove JDW a conti fatti risulta essere tra le cose migliori di un film non così riuscito, anzi la migliore proprio). In attesa di un duello su grande schermo tra padre e figlio, una bella storia edipica che vada a meraforizzare il trapasso dei poteri divistici all’interno della famiglia, andiamo a analizzare da vicino questo deludente End of Justice: Nessuno è innocente. Dove dà il suo peggio perfino il solitamente abile Dan Gilroy, già solido sceneggiatore di buone e ottime cose (The Bourne Legacy, soprattutto il bellissimo e livido Lo sciacallo con Jake Gyllenhaal, dov’era anche regista oltre che autore dello script), che qui inciampa clamorosamente e perfino inegenuamente, il che è davvero strano. Film che si costituisce in tre blocchi narrativi intorno al suo main character e alle sue evoluzioni e circonvoluzioni (non sempre ben motivate): un maturo avvocato black goffo ma dal cervello sopraffino e conoscitore di ogni labirinto dei codici, uno che ha sempre lavorato dalla parte giusta assistendo neri conculcati dai bianchi stronzi se non addirittura razzisti. Cresciuto nelle lontane stagioni delle lotte per i diritti civili di Martn Luther King e poi forgiatosi nelle più incandescenti battaglie e guerriglie del Black Power. Un sopravvissuto, un fossile vivente che male si adatta ai cinici e mercantilistici tempi nuovi, dove anche i rivendicazionismi black hanno cambiato toni e metodi e si sono ridisegnati su nuovi obiettivi (a un’assemblea con molte giovani donne lo ttavccano e sbertucciano per non essersi mai occupato della condizione femminile nera, delle violenze subite dalle donne da parte di tanti mariti e compagni black). Prima parte di gran mestiere, ottimamente scritta, che lascia ben sperare con il suo personaggio centrale lavorato al bulino e un Denzel Washington che fa grandiosamente la sua parte pur penalizzato da un make up e chissà quante protesi che lo appesantiscono e gli tolgono ogni aura divistica. E la nostalgica rievocazione del vecchio modo di battagliare in tribunale e delle vecchie lotte per i diritti, è precisa e appassionante. Poi le cose cambiano rapidamente. Lo studio in cui Roman J. Israel ha sempre lavorato (Esq. sta per Esquire, un titolo onorifico assegnato a chi si è distinto nella professione) chiude per morte del titolare nonché amico fraterno di Roman, e lui si ritrova, alla sua età, a dover ricominciare. E a questo punto il film sembra imboccare la strada dell’amaro, malinconico ritratto di un vecchio eroe sconfitto dai tempi nuovi, tipo certi western crepuscolari. Invece macché. Uno scafatissimo avvocato di quelli cinici e spregiudicati, e di gran successo e molti dollari (un Colin Farrell tirato a lucido), titolare di studi assai avviati e bravo nel destreggiarsi tra i meandri del palazzo di giustizia di Los Angeles, inopinatamente gli offre un posto, benché sub condicione (‘devi cambiare i tuoi modi, e imparare a vestirti decentemente se vuoi restare qui’). Non perché creda in lui – lo ritiene un patetico rottame – ma per riconoscenza verso il titolare dell’ex studio di Roman che era stato suo maestro di diritto e di vita all’università. La svolta, che non rivelo, arriverà quando Roman J. Israel comincerà a occuparsi di un ragazzo del ghetto che rischia la pena capitale sotto l’accusa di aver ammazzato un negoziante armeno durante una rapina. Se l’abilità di Dan Gilroy quale costruttore di dialoghi non si smentisce neanche qui, come non si smentiscono l’autorevolezza e il carisma di Denzel Washington, sono le incongruenze oltre la dose consentita, i twist troppo azzardati e non sufficientemente motivati del plot, le palesi contraddizioni, a affondare il film. Senza fare spoiler, ma giusto per rendere l’idea: com’è possibile che l’integerrimo Roman, il paladino dei diritti, si converta di colpo al cinismodei tempi nuovi? Certo, ci rendiamo conto di come questa cambiamento alzi il tasso di tensione del racconto e lo porti verso il thriller spettacolare. E perfino, nel terzo blocco, verso un quasi action in cui sembra riemergere per un attimo il Denzel Washington action hero di tanti film di Tony Scott. Solo, che c’entra mai il Roman J. Israel di queste parti di mezzo e ultima con quello dell’inizio? Film che oscilla senza mai decidersi tra troppi film diversi che cozzano tra di loro. Dove non solo è incongrua la parabola del suo protagonista, ma lo è altrettanto quella del cinico avvocato Farrell che però alla fin fine tanto perfido non è. Incredibile che un solido sceneggiatore-regista come Gilroy sia incorso in simili errori. Forse – ipotizzo – aveva in mente un film assai più amaro e meno consolatorio, ma poi è stato costretto a cambiarlo e smussarlo da forze produttive superiori. Occasione buttata via, anche se Denzel vale sempre il costo del biglietto e si conferma quel grande che è, tant’è che anche da un film così sballato è riuscito a cavar fuori l’ennesima sua nomination all’Oscar come migliore protagonista (uno lo vinse parecchi anni fa con Training Day). E però sconfortanti notizie dal box office americano:  Roman J. Israel, Esq. è stato uno dei suoi peggiori incassi di sempre, neanche 12 milioni di dollari. Quanto all’Italia, stiamo a vedere.

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