Cannes 2018. Recensione: PAPA FRANCESCO, UN UOMO DI PAROLA, un docufilm di Wim Wenders. Il cielo sopra San Pietro

Pope Francis: A Man of His Word (Papa Francesco: un uomo di parola), un docufilm di Wim Wenders. Con Papa Francesco. Special Screening.

Papa Francesco con Wim Wenders

  • Documentario corretto e assai professionale, ma inevitabilmente genuflesso, di Wim Wenders sull’attuale pontefice. Papa Francesco rilascia un’intervista, mentre scorrono le immagini del suo pontificato e risentiamo i suoi interventi sui grandi temi sociali. Ma dentro al film ce n’è un altro più personale: episodi della vita di San Francesco girati in b/n da Wenders con la macchina da presa usata da Dreyer per La passione di Giovanna d’Arco. Ed è il motivo vero (l’unico?) per vedersi questo Pope Francis. Voto 5
    E chi se l’aspettava che l’un tempo cineasta avanguardistico Wim Wenders andasse a girare un documentario dignitoso, ma inesorabilmente genuflesso e agiografico, su papa Francesco, o se preferite (io preferisco) papa Bergoglio. Pare gliel’abbia chiesto il Vaticano, e il regista di Il cielo sopra Berlino e Paris, Texas ha detto sì. Pensare che due anni fa aveva portato in concorso a Venezia un film meraviglioso e audace benché maltrattato dalla stampa come Les beaux jours d’Aranjuez, che ci mostrava un Wenders non arreso e segnava il suo ritorno alla collaborazione con Peter Handke, storica alleanza che aveva prodotto tanto bel cinema nei Settanta (La paura del portiere prima del calcio di rigore, Falso movimento). E invece eccolo fare una delle sue inversioni a U, e una delle sue incursioni nel cinema più accademico con un qualche sospetto di pompierismo, andando a realizzare con Papa Francesco un’opera ufficialissima, di palazzo, istituzionale, inesorabilmente mainstream e a pesante rischio retorica (come aveva già fatto qualche anno fa con il pessimo e predicatorio Il sale della terra). Come se WW sentisse ogni tanto l’irresistibile richiamo delle grandi e sentimentalistiche narrazioni popolari. Il cuore di questo Papa Francesco, un uomo di parola, e anche l’asse su cui si struttura e si regge, è una lunga intervista a Bergoglio, il quale dimostra – ma non se ne poteva dubitare – di saper occupare con somma abilità lo spazio schermico confermandosi il comunicatore che sappiamo, padrone di un linguaggio limpido anche se mai semplificato, in grado di tradurre a uso dei popoli le più complesse questioni nei loro dati essenziali. Da restare ammirati, altroché, che si sia laici o uomini di fede o atei della specie mangiapreti (la peggiore). Un lungo discorrere e ragionare che si svolge intorno a plurime questioni, dalla povertà alla inutile pompa e sfarzo della Chiesa ai disastri climatici all’infelicità degli ultimi della terra (con particolare riguardo ai carcerati, a chi è privato della libertà) ai migranti, tema crucialissimo di cui Francesco ha voluto farsi testimone a Lampedusa. Intervista spezzata e interpolata da Wenders con altri materiali e linee narrative. In primis, i documenti visivi su Bergoglio papa, l’elezione, i viaggi, in particolare in Africa e America Latina che sono il futuro della Chiesa, le prolusioni all’Onu e al Congresso americano. Niente momenti privati, con la sola eccezione dell’incontro con una  suora che gli fu accanto nell’apostolato in Argentina. Difficile cogliere il pensiero del regista, al di là del defererente omaggio a uno dei pontefici più popolari dell’ultimo secolo (ma lo spostamento della figura papale all’interno dello sistema divistico era già avvenuto con Wojtyla, Bergoglio lo ha solo accentuato). Wenders si allinea alla narrazione consolidata senza mai discostarsene: il papa dei poveri e delle cause sociali, il papa dalla parte di chi soffre e contro i potenti. Il Bergoglio secondo Wenders discute delle grandi questioni umane, meno di quelle strettamente religiose o morali. O meglio, fa della lotta alle diseguaglianze (e contro la ricchezza) una questione morale, la centrale del suo pontificato. Ora, io da laico sono tra quelli che rimpiangono i papi che più direttamente si sono interrogati sul sacro, il divino, il religioso nella modernità, e non mi pare che l’attuale vescovo di Roma sia tra di loro. Devo però ammettere che il regista raggiunge l’obiettivo che i suoi committenti gli avevano indicato, quello di veicolare il senso del pontificato di Francesco, niente a che vedere insomma con le sorrentinate alla Young Pope. Anche abilmente configurando il film come un romanzo popolare dove i sentimenti, la commozione, gli slanci del cuore hanno un peso determinante (alla proiezione stampa ho visto piangere moltissimi giornalisti, categoria notoriamente di scorza dura). Poi, certo, l’impressione è di un film troppo appiattito e prudente, che rinuncia a ogni pur blando approccio critico. Restano le parole di Francesco, resta il suo discorso a mio parere più alto, quello pronunciato a Gerusalemme allo Yad Vashem dove condanna la hybris, la tracotanza dell’uomo che ha voluto farsi Dio e disporre da padrone degli altri uomini. Un discorso di tale potenza da far quasi scoppiare la bolla retorica che avvolge il film. In Pope Francis di squisitamente wendersiano c’è il filo narrativo principale, quello che connette papa Francesco al santo da cui ha preso il nome. Frammenti della vita e delle opere di san Francesco messi a confronto e cortocircuitati con parole e opere del pontefice attuale, a sottolinearne l’omogeneità, l’affinità di un’ispirazione, di una scelta spirituale. Mentre Wenders ricostruisce – e per i cinefili è forse il solo motivo per vedere questo film – episodi della vita del santo di Assisi in bianco e nero, componendo un silent movie di austera bellezza che affiora lungo Papa Francesco, un uomo di parola come un’opera più intima e personale contrapposta a quella celebrativa: il San Francesco secondo Wenders, da aggiungere a quelli già messi in cinema da Roberto Rossellini e Liliana Cavani. Un film nel film per il quale Wim Wenders ha recuperato una macchina da presa usata da Carl Theodor Dreyer per La passione di Giovanna d’Arco, riuscendo a restituirci un qualcosa del senso del sacro di quel lontano capolavoro. Sicché, paradossalmente, Papa Francesco trova i suoi momenti migliori quando racconta il Francesco primo e originale più che l’attuale.
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