(al cinema) Recensione: LA TRUFFA DEI LOGAN, un film di Steven Soderbergh. Rapina proletaria all’autodromo

La truffa dei Logan (Logan Lucky), un film di Steven Soderbergh. Con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Riley Keough, Katie Holmes, Hilary Swank, Seth MacFarlane. Katherine Waterston.

Stati Uniti profondo Sud. Due fratelli (con la sorella parrucchiera e driver) organizzano un colpo colossale al caveau di un impianto sportivo. Continui twist e rovesciamenti, come nei migliori heist movie. Ma in questo ritorno al cinema di Steven Soderbergh (anni fa aveva annunciato che si sarebbe dedicato solo alla tv: grazie a Dio si è pentito) c’è molto di più, c’è il ritratto assai empatico di certa America profonda blue collar e proletaria. Due ore senza un attimo di noia di puro cinema. Non perdetevelo. Voto 8
Non è per fare i precisi (a Milano un tempo si diceva: sofistichi) a tutti i costi, ma perché il titolo italiano è La truffa dei Logan?, quando più che una truffa quella che il film racconta è una rapina organizzata alla grandissima, con intelligenza sopraffina e meticolosa attenzione ai dettagli. Insomma un heist movie (o caper movie) importante perché ha segnato il benedetto ritorno al cinema-cinema di Steven Soderbergh dopo che qualche anno fa aveva annunciato di volersi dedicare solo a serie tv. E invece per sua e nostra fortuna si è rimesso a macinare film, prima con questo bellissimo Logan Lucky (titolo originale), poi col perfino più bello psycho-thriller Unsane visto alla Berlinale qualche mese fa e tutto girato con l’iPhone. Soderbergh, ovvero il cinema americano orgogliosamente indie e autoprodotto – la sua è una factory che funziona da decenni tra successi clamorosi e qualche flop -, che si fa ora mainstream ora audace sperimentalismo, che fagocita tutti i possibili generi e tutti li attraversa e rielabora e tritura fino a diventare un qualcosa che è solo, inequivocabilmente Soderbergh. Un autore vero e curioso che si maschera dietro alla serialità, all’apparente anonimato dei generi e all’iperproduzione, con il solo torto di non tirarsela. Che se lo facesse, se lo avesse fatto, chissà quanti Oscar avrebbe già in bacheca e invece solo uno, come migliore regista (per Traffic). Ma va bene così, finché lui con la sua factory di amici e complici continuerà a sfornare cose come questo tesissimo e assai godibile – puro cinema – La truffa dei Logan. Dove il bello non sta tanto e non solo nella macchina narrativa, peraltro di smagliante perfezione, quanto nel fiondarsi con sguardo lucido e insieme partecipe nell’universo umano oggi negletto dell’America bianca e proletaria e profondissima, quella dei redneck, dei blue collar, quella che i salotti bon ton accusano di aver fatto vincere Donald Trump. Gente ai margini del grande discorso pubblico e politico, provata dalla crisi dell’economia americana, dalla deindustrializzazione che ha chiuso le fabbriche e le ha portate in Messico o anche più lontano. Sapete, quei tipi pochissimo fini (buzzurri, secondo gli chic di Manhattan che guardano con sussiego a questa parte d’America) che si nutrono di hot dogs e pessime e caloriche salse, che crede nei valori americani, agita le bandiere, adora la country music e gli spettacoli popolari, chiassosi e volgari, le macchine rombanti e smargiasse, che si arruola nell’esercito andando a combattere in guerre incomprensibili e letali in Iraq o in Afghanistan. Con il rischio di lasciare sul campo i propri figli fratelli mariti fidanzati. La truffa dei Logan è un omaggio, massì affettuoso, a questa America negletta, e a volte pure derelitta, ai suoi uomini e alle sue donne che non saranno dei modelli di stile e buongusto, ma che sono nel bene e talvolta anche nel male – razzismi, suprematismi – l’anima del paese.
West Virginia, Sud benché non profondissimo. I fatelli Logan si dice siano perseguitati dalla sfortuna, The Logan Curse la chiamano. Jimmy, per esempio, era il più promettente campione di football dello stato, fino a quando non gli hanno spezzato una gamba. Carriera finita, e il trascinarsi letteralmente vista la gamba malfunzionante da un lavoro all’altro, mentre il suo matrimonio se n’è andato in pezzi (e l’adorata figlia affidata alla ex moglie). Il fratello Clyde gestisce un bar pessimamente frequentato da tipacci rissosi e sempre urbiachi dopo aver lasciato un pezzo di braccio in Iraq in una missione di guerra. Poi c’è Mellie, la sorella parrucchiera e appassionata di motori, e grazie a Dio almeno lei mai toccata dalla maledizione. Il film tra le molte cose è anche la storia di una tentata rivincita, di un lento e complicato risalire, è la voglia del clan dei Logan di cambiare la propria storia e la propria cattiva leggenda. Di diventare eroi popolari. Succede che Jimmy, licenziato da un cantiere quando scoprono la sua imperfezione alla gamba, decide di progettare una rapina che dovrebbe tirar fuori lui e i suoi fratelli dai guai. Si tratta di penetrare durante una gara automobilistica del circuito Nascar nel caveau sprofondato nel sottosuolo dell’aurodromo e prendersi l’incasso. Naturalmente coinvolge il fratello barista e la sorella (come driver). Più lo specialista in esplosivi Joe Bang, cui spetterà il compito di far saltare le pareti del caveau. Solo che Joe è in carcere, sicché a Jimmy, il mastermind dell’impresa, tocca anche pensare a come farlo uscire il giorno della grande rapina. Non sto a dire di più, se non che il Soderbergh dei vari Ocean’s non ha perso la mano nel mettere in scena come si deve un colpo colossale, con tutte le astuzie, le trovate, i colpi di scena del caso, in una macchina narrativa che funziona con ingegneristica precisione fino all’ultima scena (e che abilità nell’editing e nell’evitare le zone morte del racconto e velocizzare). Ma la qualità di Logan Lucky sta nell’armonizzare mirabilmente la descrizione di un mondo e di un’antropologia profondo-americane con i linguaggi e i modi del cinema di genere, senza che il genere si faccia meccanico e fagociti, sovrasti i personaggi e li pieghi a sé. C’è una naturalezza e un senso di verità che è difficile rintracciare in altri heist movies, come se la straordinarietà della rapina fosse un’estensione della quotidianità e qualunquità dei suoi personaggi. Sono due ore, ma non ci si annoia un attimo, anche perché Soderbergh non spreca un’inquadratura, non si dilunga in quisquilie ininteressanti, non trascura nessuna delle sue figure, principali o collaterali che siano, riempie il racconto di dettagli rivelatori (il concorso di bellezza per bambine cui partecipa la figlia, la passione di Jimmy per la musica country, per non dire della protesi di Clyde che si fa elemento narrativo a sé stante innescando un pulviscolo di microstorie). Cast magnifico come sempre in Soderbergh, che cura il lavoro degli attori come pochi, con partecipazioni specialissime di amici famosi in ruoli minori e cameos. Channing Tatum (è Jimmy, il mastermind), ormai attore feticcio del regista, qui anche coproduttore, che dimostra a tutti – già l’aveva fatto, ma ribadire non può che far bene – come una carrozzeria muscolare come la sua non escluda finezze e sfumature di ottimo interprete. Adam Driver, il fratello barista, è semplicemente meraviglioso in una performance stralunata e impassibile di quelle che gli americani definisconono deadpan. E Riley Keough, attrice giovane in vertiginosa ascesa (a Cannes l’abbiamo vista sia in Under the Silver Lake di David Roger Mitchelle che in The House That Jack Built di Lars von Trier), che è la sorella del clan dei Logan (val la pena sottolineare come Riley sia la nipote di Elvis Presley in quanto figlia di Lisa Marie: non nata però dal matrinonio della madre con Michael Jackson). E ci sono pure Katie Holmes, Hilary Swank, Katherine Waterston, tutti a dare un mano all’amico Soderbergh. Sceneggiatura impeccabile e lavoratissima di Rebecca Blunt, pseudonimo misterioso dietro cui, secondo alcuni, si nasconderebbe la moglie del regista. Ma potrebbe essere un falsa pista, come quelle che Steven Soderbergh dissemina lungo il film. Qualche garbuglio e lambiccamento di troppo nella parte finale quando bisogna tirare i fili e fare quadrare i conti narrativi, ma è un limite comune a molti heist movie dall’intreccio complicato e ambizioso. A conti fatti: bellissimo, eppure al box office americano è stato un disastro. Ma perché? Speriamo in un piccolo riscatto italiano, se lo merita.

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3 risposte a (al cinema) Recensione: LA TRUFFA DEI LOGAN, un film di Steven Soderbergh. Rapina proletaria all’autodromo

  1. Ismaele scrive:

    del tutto d’accordo, un film da non perdere.

  2. Claudio Persichella scrive:

    Un Oscar come miglior regista per Traffic, nel lontano 2001, Soderberg lo ha vinto.
    Se non sbaglio detiene il record come unico regista candidato due volte come miglior regista nello stesso anno( quell’anno era candidato anche per Erin Brockovich)

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