(al cinema) Recensione: L’ATELIER, un film di Laurent Cantet. In classe, tra intolleranza e desiderio

L’atelier, un film diretto da Laurent Cantet. Scritto da Laurent Cantet e Robin Campillo. Con Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean- Presentato al festival di Cannes 2017 nella sezione Un Certain Regard. Al cinema da giovedì 7 giugno 2018.
ba98a2f556fd2706e903c35ff595e1d3Finalmente in Italia (grazie a Teodora) uno dei migliori film di Cannes 2017, presentato a Un certain regard e uscitone purtroppo senza premi. Alla regia il Laurent Cantet che fu Palma d’oro con La classe, alla sceneggiatura il Robin Campillo di 120 battiti al minuto. Ne esce un gran film che, attraverso il microcosmo di un corso estivo di scrittura nel Sud della Francia, compone il ritratto di un paese diviso da tensioni e rancori. Con una seconda parte che si concentra sull’insegnante e uno degli allievi, in una miscela esplosiva di desideri e repulsioni. Voto 8

« L’Atelier » de Laurent Cantet

Il penultimo Cannes – parlo dell’edizione 2017 – è stato davvero il festival di Robin Campillo, regista di quel 120 battiti al minuto che si è poi portato via il Grand Prix, il secondo nel ranking del palmarès ed è diventato uno dei successi francesi dell’anno, anche sommerso da una bella pioggia di César. Ma Campillo stava allora a Cannes, in posizione meno esposta, anche come sceneggiatore di questo bellissimo e sottovalutato L’atelier che, diretto da Laurent Cantet (sì, vincitore di palma d’oro una decina di anni prima con La classe), venne inopinatamente confinato a Un certain regard finendo col passare abbastanza inosservato. E invece, che gran film (io l’ho inserito nella mia lista dei 10 migliori di tutto Cannes 2017), e meno male che, pur con un anno di ritardo, esce adesso nelle sale italiane grazie alla distribuzione di Teodora. Robin Campillo, val la pena ricordarlo perché non è cosa tanto nota nemmeno ai cinefili, è storico collaboratore e sceneggiatore di Cantet, per cui ha scritto non solo La classe ma anche il parecchio inquietante e disturbante Verso il Sud (tre donne mature in cerca di giovani uomini a Haiti). E per L’atelier il consolidato duo riprende parecchio dei propri film precedenti – la scuola come riflesso del mondo e delle sue complicazioni e stratificazioni, l’attrazione anche pericolosa tra generazioni diverse, vedi Verso il Sud ma anche il film del solo Campillo Eastern Boys – cavandone un oggetto cinematografico discontinuo, disomogeneo, in cui la prima parte sembra non combinarsi con la seconda, ma teso, acuto nel dipanare tensioni e grovigli dell’oggi attraverso un reticolo di storie individuali.
A La Ciotat, città del Sud francese che ebbe anni di gloria per la sua cantieristica d’élite e oggi in parziale decadenza e dismissione (e non dimentichiamo nemmeno uno dei primi corti dei fratelli Lumière, L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat), arriva un’autrice parigina – è Marina Foïs – incaricata di tenere un workshop estivo di scrittura. Gli studenti partecipanti, tutti sui diciotto anni, rappresentano facce diverse e relativi umori e malumori della Francia attuale, dai figli o nipoti di immigrati ai francesi di molte e molte generazioni. Il tema su cui devono lavorare è La Ciotat, e dalle ricerche sul campo e dai loro umori verrà fuori di tutto: racconti operai dell’epopea cantieristica, noir ambientati sugli yacht di lusso, e via sperimentando e inventando scrittura e modi narrativi. Lo spettacolo di L’atelier sta in un cinema quasi-verità perlopiù di parola che, attraverso le opinioni e gli scontri e i confronti anche aspri tra ragazzi tutti francesi ma di differente origine, e tra i ragazzi e l’isegnante, compone un ritratto della Francia oggi, tra aperture e chiusure identitarie (e naturalmente son divergenti i pareri su questioni scottanti come il radicalismo islamista: assolutori o minimizzanti quelli di un ragazzo di famiglia musulmana, allarmati e rancorosi quelli di alcuni francesi-francesi). Poi nella seconda parte il film cambia direzione, abbandonando il quadro d’insieme e il piccolo affresco per concentrarsi sul più duro dei ragazzi dell’atelier, Antoine, un tipo introverso,, ostile, che scopriremo essere invischiato in radicalismi di estrema destra e neonazisti. Ha talento, ma si erge sprezzante contro tutti, spacca il gruppo, aggredisce verbalmente la scrittrice-insegnante, anche se ne è attratto. E lei da lui. Ci sarà una rischiosa escalation, ma di più naturalmente non si può e non si deve dire.
Cantet-Campillo ancora una volta tracciano una mappa desiderante, una geografia dell’attrazione appena schermata da indagine sociologica e antropologica, scagliando il film in una dimensione assai più complessa e ricca, più densa di sfumature e ambiguità, di quanto non promettesse la pur interessante prima parte. Non tutto funziona, ma L’atelier resta uno dei vertici di Cannes 2017, un film differente e orgoglioso della propria alterità. Asslutamente da vedere.

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