(al cinema) Recensione: LA TERRA DELL’ABBASTANZA, un film dei fratelli D’Innocenzo. C’è del nuovo (e del buono) nel nostro cinema

La terra dell’abbastanza dei fratelli Damiano & Fabio D’Innocenzo. Con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Giordano De Plano, Luca Zingaretti. Distribuzione Adler Entertainment.
Esordio assai promettente di Damiano e Fabio  D’Innocenzo (un’altra coppia di fratelli, a continuare una gloriosa tradizione del nostro cinema, dai Taviani fino ai Manetti passando dai Vanzina). Storia di due ragazzi romani cui un incidente apre di colpo le porte di una potente cosca. E sarà carriera criminale. In apparenza l’ennesimo derivato del genere suburra-romanzo criminale. Da cui invece La terra dell’abbastanza si discosta per il suo senso dell’ineluttabile, del tragico e uno stile non convenzionale. Presentato lo scorso febbraio alla Berlinale (sezione Panorama), adesso al cinema. Voto tra il 6 e il 7

I fratelli (gemelli) Damiano e Fabio D’Innocenzo, registi di ‘La terra dell’abbastanza’

Esordio assai promettente – folgorante no, non me la sento di dirlo – di due gemelli romani, Damiano e Fabio D’Innocenzo, neanche trentenni, con zero scuole di cinema alle spalle ma parecchia passione cinefila dentro, e moltissimi film visti e rielaborati e ruminati come curriculum, passione e cultura cinematografica che trapelano in La terra dell’abbastanza, opera prima solo all’apparenza selvaggia e immediatista e che invece svela a uno sguardo più attento un progetto molto consapevole e la scelta di una forma cinema non così allineata. Presentato lo scorso febbraio alla Berlinale – una delle pochissime presenze italiane del festival – nella sezione Panorama, la seconda in ordine di importanza, e visto da me a una proiezione mista stampa-pubblico con presenti moltissimi italiani-a-Berlino assai bendisposti, e difatti caldi applausi sia prima, all’introduzione dei due D’Innocenzo (che han giocato parecchio sulla loro veracità romano-romanesca trascinando dalla propria parte la platea) che alla fine. Ed è interessante che nei titoli di testa la coppia registica si annunci con la formula ‘fratelli D’Innocenzo’: come un marchio, un brand, un’aziendina di famiglia, non diversamente peraltro dagli altrettanto romani ma più noti Manetti Bros. Devo ammettere che a Berlino il tifo in platea mi aveva maldisposto. E invece in corso di visione mi sono dovuto ricredere: La terra dell’abbastanza, pur con i limiti che dirò, è tra le cose migliori e più sorprendenti servite dal nostro cinema negli ultimi mesi.
Eppure l’inizio è puro déjà-vu: ci troviamo nel perimetro del cinema neoromano e neoromanesco, coatti, pischelli, bande criminali, roma criminale, romanzi criminali, suburre e gomorre sul tevere e l’aniene. Più che un genere, un universo cinematografico parallelo e autoreferenziale che si è autoalimentato ed è cresciuto mostruosamente su se stesso. Rischiando di fagocitare il resto del nostro cinema, anche perché è l’unico che riusciamo a esportare, e dunque via con la monocoltura. Solo che dopo Jeeg Robot e surrogati e derivati si comincia a non poterne più (cfr. l’orrendo Brutti e cattivi visto a Venezialo scorso settembre). E però a essere precisi in La terra dell’abbastanza siamo, più che nel genere Suburra-Romanzo criminale, alla sua intersezione con quello più esistenzialista-neopasoliniano e più autorialmente ambizioso alla Claudio Caligari o alla Fiore e Alì ha gli occhi azzuri di Claudio Giovannesi, ragazzetti e ragazzacci alla deriva in periferie di inaudito squallore e, ebbene sì, degrado morale. Ma siamo anche in un cinema più complesso stilisticamente, più azzardato, come ci avverte subito quello spettrale campetto di borgata estrema ripreso in un campo lungo sospeso, quasi metafisico.
I due pischelli Mirko e Manolo, diciott’anni appena fatti, che dovrebbero essere studenti ma a scuola manco si sognano di andare, una sera investono sciaguratamente un tizio con la macchina. E via con disperazioni e improperi e insulti reciproci in un romanesco da iniziati, tutto un mumble mumble del tevere con cadenze da rap borgataro. Ovvio che i due incoscienti non si fermino: si fiondano invece a frignare dal papà di Manolo che consiglia loro di starsene zitti. Poi il colpo di scena. Quello che hanno ammazzato era un pentito, un infame che, dopo aver denunciato la temibile banda dei Pantano era costretto a vivere in clandestinità. Sicché ecco l’idea del padre di Manolo: approfittare del regalo del caso, andare dal boss, dirgli ” ti abbiamo fatto fuori l’infame e adesso tu te prenni mio fijo a lavorare con te”. Così sarà difatti. Manolo viene arruolato, più tardi pure Mirko. Sono ragazzi, ma gli viene commissionato come prova iniziatica qualcosa di molto tosto. La carriera criminale non sarà però quella attesa da Mirko e Manolo, parcheggiati sul fronte delle prostitute rumene gestite dal clan. I due ex psichelli fremono, vorrebbero fare un salto all’insù nella scala gerarchica. Mi fermo qui, altrimenti sono spoiler. Diciamo che la storia a un certo punto sembra guardare in direzione Scarface di De Palma, film adorato da tutti i milieu criminali del mondo, tant’è che ogni tanto in certe irruzioni di polizia in una qualche camorra o triade salta fuori il poster con Al Pacino. Ma poi curva da un’altra parte.
La sceneggiatura presenta qualche vistosa crepa (ma vi pare sensato che il boss, sentendosi dire “vi abbiamo fatto fuori l’infame, adesso ricompensateci,” risponda sì, va bene, accomodatevi, domani si comincia”, e non invece un “ma chi ve vole voi? ma tornatevene a casa vostra”), gli eventi si succedono meccanicamente, come obbedendo, adeguandosi, a uno schema drammaturgico rigido e predefinito. Eppure accanto a questi limiti c’è parecchio di buono in La terra dell’abbastanza (non ho capito cosa voglia dire, ma è un bel titolo; quello internazionale è Boys Cry). I fratelli D’Innocenzo ce la fanno a scostarsi rispetto ai codici del cinema neocoatto romano-criminale. La loro attenzione non è sullo spettacolo del crimine, sullo show del massacro, ma sui due protagonisti sciagurati, la loro inossidabile amicizia, le loro storie di famiglia, il vuoto anzi il niente in cui si sbattono. E i due registi sono bravissimi a farli parlare in quel mumble-mumble romanesco che ha per antenato remoto la lingua dei ragazzi di vita di PPP. Con l’insulto più bruciante che resta sempre il solito, pur riammodernato al multietnicismo: bocchinaro! A frocio! A frocio negro!, a conferma che tutti i pride del mondo nulla possono contro l’eterno, inestirpabile machismo delle periferie. Ma a rendere davvero notevole La terra dell’abastanza è il senso del tragico di cui è intriso. Questo film avrà qulche difetto di costruzione ma anche l’enorme merito di non essere mai piacione e paraculo, un film che sa essere all’altezza o alla bassezza dei suoi due protagonisti sospesi tra innocenza e ferocia, e del loro destino di sconfitti. La carriera criminale di Mirko e Manolo è una discesa all’inferno, questo ci raccontano i due D’Innocenzo. Siamo più dalle parti di Accattone (cui la scena in sottofinale davanti alla stazione di polizia a mio parere rimanda) e Mamma Roma che dei Jeeg Robot, anche se la barbarie è infinitamente maggiore rispetto ai tempi di Pasolini. La Roma periferica e slabbrata l’abbiamo vista tante volte, ma così livida e disperata no. Sono nati due autori? Sì, potrebbe essere. Onore anche a Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, formidabili e credibilissimi quali ragazzi perduti. Adesso aspettiamo l’opera seconda dei D’Innocenzo, annunciata ma non ancora iniziata: “Sarà un western al femminile che ha come titolo provvisorio Ex vedove, un film girato nell’Italia di fine Ottocento con attori dai vari dialetti”, hanno detto qualche giorno fa. Spiazzando tutti. Perché la distanza dal filone gomorrico-suburrico non potrebbe essere maggiore.

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