(al cinema) Recensione: TITO E GLI ALIENI, un film di Paola Randi. C’è qualcuno nel cosmo. E qualcosa di nuovo nel nostro cinema

Tito e gli alieni, un film di Paola Randi. Con valerio Mastandrea, Clémence Poésy, Luca Esposito, Chiara Stella Riccio. Distribuito da Lucky Red.
Uno di quei piccoli film italiani indipendenti che stanno ridisegnando  il panorama del nostro cinema. Uno scienziato italiano deragliato che nel deserto del Nevada cerca di mettersi in contatto con gli alieni. I due nipoti appena arrivati da napoli con dentro i segni di un lutto recente. Un film gentile e assai inventivo che si muove tra cinema fantastico e cronaca familiare, due generi apparentemente inconciliabili che qui trovano un loro equilibio. Con un Mastandrea al suo massimo. Voto 7
Piccola grande scoperta dello scorso Torino Film Festival. Uno di quei film a basso budget e di buone idee e tempra registica che stanno facendo rinascere – e ‘dal basso’ – il cinema italiano al di là dei soliti generi dominanti della commedia e dei romanzi criminali di vario titpo. E se la generazione dimezzo dei maestri Sorrentino e Garrone sembra avvitarsi nell’autocompiacimento manierista, c’è al di là un cespuglio rigoglioso, anzi un bosco ormai, di autori esordienti o quasi, magari con alle spalle militanze nel documentario più intransigente, che hanno cose da dire e le fanno, che realizzano cinema con i mezzi che possono, magari anche sbagliando – la carenza di solide sceneggiature resta la lacuna più evidente -, ma vivaddio provandoci. E crdendo ancora nel cinema come mezzo se non per cambiare al mondo almeno per immetterci qualcosa di decente. Ecco, in questa vitalità ritrovata si iscrive Tito e gli alieni, di una regista di cui poco so che si chiama Paola Randi, la quale dimostra di saper maneggiare molto bene le forme e i linguaggi di certo cinema di genere inventandosi un film assai personale che è malinconica, pudica e mai troppo lacrimevole cronaca familiare e insieme un’escursione nel fantastico, nell’onirico. In uno sci-fi domestico, a misura umana, che si fa estensione delle disperazioni e speranze dei personaggi. Davvero, non mi vengono in mente troppi precedenti da citare, il che è positivo e confortante.
Paola Randi gira il suo film americano – siamo in una terra di nessuno in un qualche profondissimo deserto, probabilmente del Nevada – e, mescolando italiano, napoletano, inglese, riesce in un’impresa che i più illustri Sorrentino (con This Must Be the Place) e Virzì (Ella & John) avevano fallito. Mastandrea, perfetto nel suo distacco, nel suo deambulare sul crinale tra cosiddetta normalità e follia, nella sua svagatezza da quasi-alieno, è un astrofisico italiano che si è arenato in quella parte di America ostinandosi nel suo progetto di stabilire un contatto con gli alieni (quelli veri, non lui), in una sorta di Arrival ma più sgarruppato. Tutti lo hanno abbandonato, solo lui ci crede ancora, più somigliante ormai a un mad doctor che a uno scienziato raziocinante. In quella minuscoila comunità nel niente c’è una giovane donna sua alleata, capitata lì a svolgere lo strano mestiere di wedding planner per chi voglia sposarsi in quello scombinato set di cerca-alieni. Ma a rompere la routine arrivano da Napoli i due nipoti del Professore, appena rimasti orfani e spediti lì dal defunto genitore con tanto di video-testamento. Sono un ragazzino e la sorella di poco più grande che allo zio professore chiedono di essere sanati, consolati delle ferite che i lutti familiari hanno loro inferto. E saranno le apparentemente scombinate ricerche cosmiche dello zio, quell’auscultare ossessivamente l’universo in attesa di segnali, a dare una qualche risposta. C’è, a sostenere il film, un’idea narrativa semplice e efficace. Ne esce un racconto gentile, terso, felicemente pazzoide e deragliato, di un surrealismo quieto e quotidiano. Dove Valerio Nastandrea domina con la sua solita non-recitazione puntiforme, con i suoi silenzi, le esitazioni, le pause.

 

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