Il film da non perdere stasera in tv: ADDIO, MIA REGINA di Benoît Jacquot (lun. 11 giugno 2018, tv in chiaro)

Addio, mia regina (Les adieux à la reine) di Benoît Jacquot, Cielo, ore 21,15. Lunedì 11 giugno 2018. Mai uscito nelle sale italiane.
Ripubblico la recensione scritta dopo la presentazione del film alla Berlinale 2012.

Les Adieux à la Reine, di Benoît Jacquot, con Diane Kruger, Léa Seydoux, Virginie Ledoyen, Xavier Beauvois.

Modesti applausi alla proiezione del film inaugurale del Concorso, qualche applauso di cortesia in più alla conferenza stampa che ha visto schierati il regista Benoît Jacquot, le tre attrici e Xavier Beauvois, qui interprete di Luigi XVI ma più famoso come autore del premiatissimo film sui monaci morti in Algeria Des hommes et des Dieux. Dunque, gli ultimi giorni a Versailles, mentre là fuori il popolo incazzato dà il via alla Révolution e il 14 luglio incendia e rade al suolo la Bastiglia, ma lì dentro, a Corte, in quell’universo separato, tutto sembra procedere secondo i soliti rituali. Padroni e servi e cortigiani, molecole di quell’organismo vivente e complesso seppure già visibilmente malato che è la società di corte di Versailles, procedono come sempre e secernono le sostanze atte a tenere in vita quella macchina umana, quell’alveare. Le notizie da fuori vengono filtrate, arrivano ovattate, ammorbidite, una contessa pugnalata in carrozza, palazzi messi a ferro e fuoco, l’obiettivo è sopire, non inquietare e non allarmare. Si va verso il baratro, ma conservando la grazia, i vizi, i vezzi e le squisite convenzioni. La regina (ottima Diane Kruger, che dopo la cura Tarantino-Inglorious Basterds è diventata un’attrice di gran forza) vuole farsi ricamare una dalia, soprattutto è lesbicamente innamorata della contessa di Polignac e a lei dedica ogni sforzo e pensiero e intanto la Francia va in fiamme: innamorata di una Polignac oltretutto odiosa e ambigua, non si capisce se opportunista o sinceramente devota (Virginie Ledoyen, sempre bellissima, va detto). Ha facile accesso al cuore e alle stanze della regina venuta dall’Austria e mai davvero integrata a corte anche la sua servetta, pardon, la sua lettrice Sidonie (“sono la prima lettrice della Regina della sua biblioteca personale”, per dire il grado estremo di specializzazione di quella società di corte), che finirà con l’avere poi un ruolo importante nelle goffe strategie di fuga e di sopravvivenza di quell’aristocrazia, mentre intorno i forconi e le torce sanculotte avanzano minacciosamente (Sidonie è una incantevole Léa Seydoyx, definitivamente la nuova attrice del cinema fransese, ormai dapoertutto, in Midnight in Paris, in Mission: Impossible 4, adesso qui). Passa di mano in mano a Versaillers la lista delle 286 teste aristocratiche che dovranno rotolare stilata dai ribelli, e più sei in alto e più il tuo rango conta (c’è un narcisismo anche nel farsi ghigliottinare prima degli altri). Jacquot racconta questi ultimi giorni, che assomigliano a ogni caduta di regime vista e letta mille volte, Hitler nel bunker, Mussolini a Dongo, lo Zar a Ekaterinenburg, attenendosi a questo paradigma narrativo conclamato e fortemente codificato. Jacquot ne segue le regole ma introduce un nervoso modo di girare che è molto contemporaneo, ricorre spesso alla macchina a mano (o in spalla) come in tanti indie movies, non si lascia affascinare dai grandi cerimoniali e dalle messinscene rituali del potere, che allestisce e mostra distrattamente. Grazie a Dio non esagera in inchini, crinoline, balli et similia, solo lo stretto necessario a uso della narrazione. La sua è Storia vista se non dal basso, certo lateralmente, con un occhio di riguardo alla gente secondo la lezione degli Annales. Gli importa di più incrociare le persone e le storie di quel micro e macrocosmo intrappolato, e ha uno sguardo particolare per le relazioni servi-padroni. Tema che quest’anno al cinema sembra andare forte, vedi The Help e l’imminente in Italia Intouchables, dove anche lì in fondo si mette in scena una relazione servo-padrone per quanto speciale come quella tra un aristo tetraplegico e il suo badante africano. Molto settecentesca, e anche molto hegeliana e marxiana, questa massiccia riscoperta della dialettica servo-padrone al cinema vorrà pur dire qualcosa. La Reine, i cortigiani e i servi che accorrono alla convocazione del re ripresi tutti di spalle mentre concitatamente si affastellano l’uno accanto all’altro, l’uno sopra l’altro, sono la scena più bella del film, quella che non si dimentica, e quella che meglio lo riassume e lo rappresenta. Un film al di sopra dei tanti period-movies su Versailles, Marie Antoinette e Louis XIV e XVI, ma che nonostante lo sguardo fresco di Jacquot e una buona drammaturgia non va, non ha il coraggio di andare poi molto oltre la convenzione del genere. E se c’è qualcosa di La presa del potere di Luigi XIV di Rossellini, e c’è, è una citazione e un riferimento mantenuto sottotraccia e mai esplicitato. Però, a conti fatti, un discreto inizio di Berlinale.

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