(al cinema) Recensione: LA STANZA DELLE MERAVIGLIE, un film di Todd Haynes. Un esercizio manierista

La stanza delle meraviglie (Wonderstruck) di Todd Haynes. Con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Michelle Williams, Cory Michael Smith, Tom Noonan. Al cinema da giovedì 14 giugno 2018.
cc7dd37f7ed21446713a05f277be8c9fTodd Haynes mette in cinema una doppia storia di bambini varimente soli e abbandonati, la prima negli anni Venti, la seconda nei Settanta. Naturalmente le due piste narrative finiranno con l’intersecarsi. Orfanelli e disgrazie e agnizioni come in un fogliettone ottocentesco, un materiale che Haynes cerca di riscattare con una messinscena assai inventiva e piena di squisitezza. E però inesorabilmente manierista. Presentato in concorso a Cannes 2017. Voto 5ee3bf713f8fb9b0614212abcf1bd569a

Todd Haynes, il signor autore di Lontano dal paradiso, conferma con questo La stanza delle meraviglie dopo il mediocre e troppo osannato Carol di non essere nella fase più smagliante della sua carriera. Ormai avviato sulla strada della consacrazione a venerato maestro, Haynes si concede di ogni e di più in questo assai kitsch e melenso Wonderstruck (tale il titolo originale), cercando con invenzioni visive mirabolanti, e però minate dal peccato mortale del manierismo, di riscattare un  feuilleton di impronta ottocentesca con orfanelli soli nel turbinio del mondo. Perché abbia scelto un simile intreccio (scritto dall’autore di Hugo Cabret Brian Selznick: però Martin Scorsese se l’era cavata con meno smancerie) si fa fatica a capirlo, perché tra il melodramma alto da lui sempre prediletto e il fogliettone tipo Senza famiglia ce ne corre. O forse è una sfida, dimostrare che se si è bravi e cool e in possesso di squisito senso estetico tutto si può, anche transustanziare una piccola storia in ottimo cinema.
Dunque: Wonderstruck si muove su due piani temporali, il primo negli anni Venti americani del Novecento, il secondo nei primi Settanta, il primo naturalmente girato in bianco e nero, il secondo a colori (e già questo è abuso di cliché, benché perpetrato col massimo della consapevolezza estetica). Nella prima traccia vediamo una bimbetta sordomuta di ricca famiglia scappare di casa per raggiungere New York e una diva di teatro e cinema che poi scopriremo essere la sua mamma. Mamma che ovviamente di lei non si occupa dovendo pensare, narcisa com’è, alla carriera (siamo nel solco Mammina cara ecc.). La seconda pista narrativa – quella Seventies, e potete immaginarvi le barbe, i capelli afro, il muscolo Black Panther esibito e i pantalonacci black bottom – vede invece il bambinello Ben, abitante in una contrada se ho capito bene del MidWest, precipitare nella triste condizione di orfanello dopo che la cara mamma gli è stata portata via da un incidente (è Michelle Williams in una comparsata di una manciata di secondi). Rendendosi probabilmente conto della pochezza della materia, il regista inventa e deborda onirizzando, sovraccaricando, baroccheggiando, elevando a simbolo pregnante ogni pur minimo dettaglio. Incubi con lupi, grandi vedute di musei di scienze naturali con animali spaventosissimi esposti, diorami incantati quanto inquietanti, e la maquette di tutta New York ma proprio tutta realizzata in occasione dell’Expo 64. Tutto tenuto e girato ad altezza di bambino, convenzione correttista cui Todd Haynes si attiene scrupolosamenteo. Ma l’eccesso zuccherino non viene mai coperto dalle molte pur belle invenzioni registiche, come il finto silent movie assai mélo – titolo Una figlia nella tempesta – che la bimba si va a vedersi in un cinema anni Venti (e naturalmente interpretato da una madre disperata, è una Julianna Moore che si sarà divertita parecchio a rifare posture, gestualità e occhiatacce da divina del muto). E la trovata finale, con lo snocciolare delle agnizioni e delle parentele risolto brillantemente con un gioco di marionette strappa sì l’applauso, ma non riesce a fare di questo La stanza delle meraviglie qualcosa di importante. Todd Haynes si conferma squisitissimo ricostruttore d’epoche, ma la sua, come già ampiamente visibile in Carol, è ormai pura maniera, forma al servizio della forma, senza nemmeno quella capacità di scatenare una fiera immaginafica grandiosa che fu ad esempio di un Fellini. Perde anche l’occasione di un film seriamente riflessivo e pudicamente profondo sull’essere sordi e muti, di immaginare come possa essere il mondo percepito senza il supporto di quei due sensi, impresa (riuscita) che invece fu il biglietto d’ingresso nel mondo dello spettacolo molti decenni fa di Bob Wilson con Lo sguardo del sordo. Julianne Moore in doppio ruolo, ma certo non protagonista. Produzione Amazon, a rimarcare come davvero la geografia del cinema stia cambiando. Millicent Simmonds, la volitiva bambina protagonista della tranche anni Venti, l’abbiamo appena vista nell’horror grandi incassi A Quiet Place.

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