(al cinema) Recensione: L’AFFIDO, un film di Xavier Legrand. Il più sopravvalutato dell’anno?

38148-Jusqu_a_la_garde_3___KG_ProductionsL’affido (Jusqu’à la garde) di Xavier Legrand. Con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux. Presentato a Venezia 2017, dove ha vinto il Leone d’argento per la migliore regia e il Premio Opera prima ‘Luigi De Laurentiis’. Al cinema da giovedì 21 giugno distribuito da Nomad Film Distribution, P.F.A. Films.
38144-Jusqu_a_la_garde_2___KG_ProductionsSi è preso allo scorso festival di Venezia due premi, e non ne meritava neanche mezzo. Il francese L’affido sfrutta un tema sensibile e di presa immediata come quello delle mogli stalkizzate dagli ex violenti e ci imbastisce sopra un film efficace ma rozzo, senza la minima sfumatura. Pencolante tra lo psicologismo da tribunale dei minori e il racconto horror. Voto 5 e mezzo
A038_C008_0715P8Nel 2014 il francese Xavier Legrand arrivava nella cinquina finale dell’Oscar per il miglior cortometraggio di fiction con il suo buonissimo Avant que de tout perdre (Prima di perdere tutto): mezz’ora tesissima intorno a una donna che cerca di scappare con i due figli dal marito intenzionato ad ammazzarla. L’Oscar non lo ha vinto, ma quel corto gli ha aperto molte porte permettendogli di realizzare questo suo primo lungometraggio, Jusqu’à la garde, letteralmente ‘Fino all’affido’, presentato lo scorso settembre a Venezia l’ultimo giorno del concorso. Film che riprende astutamente il nucleo di quella storia e gli stessi due attori protagonisti, Denis Ménochet e Léa Drucker. E strapiaciuto al pubblico, per come va a trattare il tema sensibilissimo e assai dibattuto tra talk show, inchieste, cronache, delle separazioni sanguinose con affidamento complicato e sempre rimesso in discussione – da una parte e dall’altra – dei figli.
Miriam se n’è andata, è tornata dai genitori con i due rampolli, Joséphine ormai quasi maggiorenne e Julien, undici anni soltanto. Il giudice minorile, che è poi una giudice, dovendo deciderne l’affido ascolta le ragioni dell’una (la madre) e dell’altro (il padre) e le accuse che reciprocamente si buttano addosso. Miriam parla di minacce da parte di Antoine, lui ribatte che la moglie gli nega il diritto fondamentale di vedere i suoi figli. Chi ha ragione? O, meglio, chi ci sta più vicino? Solita decisione salomonica della giudice: Julien resterà con la madre, ma un weekend su due lo passerà con il padre.
L’affido parte come un’indagine, non nuovissima, su quanto sia difficile in questi casi stabilire torti e ragioni, e sui costi psicologici procurati ai figli. Ci si aspetta che si esplorino adeguatamente tutti i lati e gli angoli del problema, che ci si addentri in un terreno tanto delicato utilizzando un pensiero complesso e non univoco. Macché. Dopo una prima parte se non promettente almeno aperta e con qualche (qualche) sfumatura, poi si passa alla piattezza di un racconto a una sola dimensione. Con il marito che diventa un mostro pericolosissimo, la moglie vittima inerme e perseguitata, mentre il film scivola sempre di più verso l’horror. Che è esattamente quanto aveva fatto Legrand nel suo precedente cortometraggio, genere Jack Nicholson con l’ascia in Shining di Kubrick. Allora Legrand aveva decisamente virato sulla tensione, sulla paura, raccontando con un’ottima intuizione un family drama, e il dramma della separazione, nei modi dell’action horror. E l’operazione funzionava benissimo. Stavolta, sulla lunga misura, non sa invece che strada imboccare almeno fino a metà film, pencolando tra lo psicologismo da tribunale dei minori e il cinema spudorato di paura e di minaccia dell’ultima parte. Un film riuscito a metà, e anche meno. E non si capisce come la giuria di Venezia abbia potuto dargli un premio importante come il Leone d’argento per la migliore regia. Jusqu’à la garde ha la didascalicità e la dimostratività di un volantino da casa delle donne maltrattate (con tutto il rispetto, intendiamoci), mentre il cinema, almeno il cinema che ci piace, è un’altra cosa. Ed è un film intimamente corrivo per come intercetta il tema forte delle mogli stalkizzate per vellicare, compiacere e confermare nelle sue certezze il pubblico. Difatti la platea di Venezia ha molto apprezzato, e il film avrà di sicuro un grande successo. Però dargli due premi importanti (dopo il primo per la migliore regia, il secondo come migliore opera prima) è un reato, anzi doppio.

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