(al cinema) Recensione: TUO, SIMON, un film di Greg Berlanti. Il cinema gay diventa mainstream

Tuo, Simon, un film di Greg Berlanti. Con Nick Robinson, Josh Duhamel, Jennifer Garner, Katherine Langford, Talitha Eliana Bateman.

Come confezionare a uso delle masse giovanil-popolari i temi lgbt. Tuo, Simon si inoltra nella strada già aperta da Chiamami col tuo nome raccontando nei modi dello young adult-movie tremiti, fremiti, amori e qualche piccolo dolore di un giovane gay. Tutto è depotenziato, sdrammatizzato, edulcorato in un’estetica media e carina. Eppure non si può non ammirare la diabolica abilità del cinema hollywoodiano di riadattare in prodotti di consumo anche le questioni più complicate. Voto 6
Il cinema lgbt (i più corretti e informati perferiscono lgbtqi) esce dal ghetto della militanza e dei prodotti indie di nicchia per farsi mainstream, cinema medio, cinema per tutti, cinema che dai margini si posiziona all centro del gusto e della sensibilità collettiva. Niente di male, ci mancherebbe, anche se i puristi storceranno il naso. Operazione condotta come solo gli studios hollywoodiani sanno e possono, con quella diabolica capacitò di smussare ogni asperità, di vincere ogni pregiudizio, di depotenziare ogni senso del tragico, di rendere insomma accessibile, accettabile, consumabile anche quello che a lungo è stato indigesto. E se Indovina chi viene a cena? aveva a suo tempo disinnescato, almeno su grande schermo, la questione razziale americana, questo Tuo, Simon rischia di passare alla piccola storia dei film come l’astuto prodotto che ha servito l’omosessualità e l’ha resa commestibile alla classe popolar-globale frequentatrice di sale (e, successivamente, di piattaforme digitali). Perché, davvero, Tuo, Simon è pura medietà, puro consumo, con nessun’altra ambizione se non quella di piacere il più possibile e incassare il più possibile, diversamente dai più autoriali e selettivi Brokeback Mountain e Chiamami col tuo nome. Un film che non vale (e nemmeno va giudicato) per le sue intrinseche qualità cinematografiche, ma come sintomo – e, insieme, causa e effetto – di quella ormai diffusa in Occidente inclusione dell’omosessualità nella sfera dei diritti e negli orizzonti psico-mentali di massa (anche se resta da capire cosa permanga ancora di non detto, di sottaciuto, di oscuramente resistente, al di sotto e oltre questa tolleranza apparente). Bene, se Tuo, Simon conta soprattutto come dato sociologico e antropologico, allora andiamo a verificare gli incassi americani per capirne l’incidenza e l’impatto: 40.826.341 dollari, a fronte di un budget di 17 milioni. Non granché. Non abbastanza per dirlo un successo, non così poco per dirlo un flop. Diciamo che l’operazione sdoganamento della gaytudine nel cinema mainstream è riuscita, o non riuscita, a metà, senza aver fornito chiare indicazioni agli studios sull’opportunità o meno di investire in futuro in progetti simili e sullo stesso mercato.
Con Tuo, Simon siamo dalle parti degli young adults movies, di un classico racconto di formazione, di un coming-of-age però piegato alla narrativa omosessuale più accomodante e inoffenisva. Da studiare, Love, Simon (tale il titolo originale), per come adatta temi fino a non molti anni fa confinati nel cinema indie a un pubblico non di nicchia. La necessaria edulcorazione avviene innanzi tutto attraverso l’adozione di un’estetica rassicurante: lì entro son tutti carucci e bellini e mediamente simpaatici, e l’adolescente gay protagonista spicca per la sua assoluta qualunquità, non presentando niente di certe connotazioni tradizionali del gay da film, niente leziosaggini e effemminatezze, nessuna mossetta o mollezza. Un teenager che potrebbe essere altrettanto naturalmente e cerdibilmente etero, spogliato di ogni presunto segno eteriore in grado di rivelarne l’attrazione per i ragazzi, nel quale l’omosessualità è solo una scelta, una predilezione tra le altre. E molti dei drammi che accompagnano da sempore le narrazioni di esistenze gay sono assenti. Il conflitto feroce con la famiglia, per esempio. Qui il padre (Josh Duhamel) ex campione di football – o baseball, non ricordo bene – crede per un po’ che Simon sia una sfracellacuori eterosessuale, ma quando si trova do fronte alla rivelazione non resta scosso più di tanto, e lo stesso la madre, già la bellissima della scuola e adesso perfetta e amorevole moglie e genitrice (è Jennifer Garner, difatti). Coerentemente ai suoi codici di young adult movie, Tuo, Simon sposta la sua peraltro mai esplosiva e dirompemte carica drammatica – una quantità appena percettibile, quel tanto che basta a intessere una storia minimamente interessante – tutta all’interno deel gruppo dei pari. È tra i compagni di scuola che Simon troverà, oltre che molti supporti e amicizie, anche qualche bullismo e stronzaggine. Ma niente di tragico, suvvia. Questo resta un film ottimista e programmaticamente positivo, che vuole raccontarci l’esemplare parabola di un omosessuale giovane carino simpatico intelligente che, dopo qualche inciampo, trova il suo posto nel mondo, e naturalmente l’amore. Racconto esemplare e dimostrativo, perfino edificante. Che non può essere preso troppo sul serio se appena si tiene acceso un qualche barlume critico dentro la propria testa, ma al quale è piacevole credere, o far finta di credere. Tuo, Simon falsifica un bel po’ il reale, eppure non si può non ammirarne la levigatezza, l’efficacia costruttiva, la capacità di intrattenere. Tutto è gradevole e innocuo, anche le baruffe e i bisticci e le incomprensioni e le ripicche tra Simon e i auoi amici e le sue amiche, mentre a scuola si prova un musical – Glee non è passato invano -, nientemeno che la messinscena di fine anno di Cabaret di Bob Fosse. Gli sceneggiatori, rendendosi probabilmente conto di come non bastasse il messaggio a tenere in piedi il film, imbastiscono una trama di lettere virtuali tra Simon e un altro misterioso ragazzo. Siamo dalle parti di Ti scrivo fermo posta di Lubitsch o di C’è pot@ per te di Nora Ephron, solo in versione teen-gay e con i dovuti aggiornamenti all’era dei social. Un ragazzo della scuola ha aperto un blog dichiarandosi gay, ma senza rivelare la propria identità, raccontando la sua vita di diverso (ma non troppo) dagli altri. Simon comincia  a scrivergli, ed è attraverso questo carteggio virtuale che impara a percepirsi come omosessuale. Il resto ricorda ricalca sempre più i Lubitsch e Nora Ephron di cui sopra e di più, ovvio, non si può dire. Se non che il focus drammaturgico anche in questo film resta l’eterna questione del coming out, del dirlo, del confessare e rivelarsi, che oggi per un gay non si configura più come un’opzione, ma se mai come prescrizione, dovere etico, norma costrittiva e regolante. Quasi un rito pubblico di passaggio obbligatorio (un autodafè?), in una tirannia della trasparenza a ogni costo che dietro ai suoi modi falsamente liberatori nasconde nuove intolleranze.

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