(al cinema) Recensione: IPPOCRATE, un film di Thomas Litli. Ottimo medical drama alla francese

Ippocrate, un film di Thomas Litli. Con Vincent Lacoste, Reda Kateb, Jacques Gamblin, Mariane Denicourt. Distribuito da Movies Inspired.
Un altro film in camice bianco dal regista di Il medico di famiglia (però questo Ippocrate l’aveva girato prima). Un giovane dottorino messo alla prova in un ospedale complicato e un suo collega algerino troppo bravo per piacere a tutti. Intorno la folla dei colleghi, dei pazienti, dei parenti dei pazienti. Due casi complicati faranno esplodere parecchie contraddizioni fino a quel momento occultate. Ottimo, avvincente, tesissimo. Peccato per la troppo accomodante parte finale. Ma Ippocrate è da vedere. Voto 7
C’è un nouveau réalisme nel cinema francese. che guarda alla lezione dei Dardenne, ma che accentua rispetto al cinema rigoroso e di massima purezza dei due fratelli belgi la narratività e predilige immergersi, più che tra gli ultimi e le loro miserie e i loro affanni, in ambienti piccolo- o piccolissimo-borghesi di una classe media sempre più a rischio proletarizzazione o riproletarizzazione. In una Francia di un qualche benessere, ma ferita dall’arrembante übercapitalismo e sempre più smarrita. Anche, questo nouveau réalisme, meno rigido e intransigente, interessato sì al racconto di gente qualunque e all’attualità, a intercettare lo spirito del tempo, e però non dogmatico, aperto a ibridazioni e incontri con i generi, il mélo, il fantastico, l’action, la commedia e con i codici visivi del web. Se il capofila indiscusso – lo si può ormai dire maestro dopo il suo ultimo, bello e importante En Guerre visto a Cannes – è Stéphane Brizé, in questa vague possiamo inserire, pur nella diversità di risultati dei loro lavori, registi giovani e quasi-giovani come Thomas Cailley (Les Combattents), Hubert Charuel (Petit Paysan), Xavier Legrand (L’affido) e il Thomas Litli di Ippocrate. Film non freschissimo del 2014 ripescato adesso dai distributori di Movies Inspired sull’onda del discreto esito al box office italiano del film successivo di Litli Il medico di campagna. Tra i due sono molte le affinità: sia Ippocrate che Il medico di campagna appartengono al genere illustrissimo, prima nel cinema poi nelle serie televisive, del medical drama, camici bianchi alle prese con casi clinici complicati, pazienti dal carattere difficile e bizzoso, colleghi serpenti e superiori inetti e incompetenti. E mentre vediamo all’opera di giorno e di notte in un ospedale parigino lo staff medico e paramedico di Ippocrate, in stanze e spazi comuni baluginano le immagini del Dottor House, seguitissimo da personale e pazienti, come se Litli volesse rimarcare con questo clin-d’oeil da un lato la differenza tra la finzione della serie e la dura realtà che il suo film vuole testimoniare (a proposito di nouveau réalisme), dall’altro la comune appartenenza allo stesso repertorio-immaginario narrativo.
Il giovane neomedico Benjamin arriva in ospedale per il suo stage, ospedale non qualsiasi visto che a dirigerlo è suo padre, un dato che influenzerà inevitabilmente gli accadimenti cui assisteremo in seguito. Lui non ci sta a passare per raccomandato, sicché si butta con ardore e abnegazione nell’adempimento del dovere suo, non negandosi a nessun turno notturno né a corvée dure in corsia. Intorno, la folla dei colleghi – quelli che non si risparmiano e non si tirano indietro, ma anche i paraculi e i bulli – e degli infermieri, con qualche frizione tra le due categorie. Gli avvenimenti, e forse una segreta affinità personale, avvicineranno il giovane e non ancora cinico Benjamin a Abdel, medico algerino approdato a Parigi che dal suo internato in ospedale spera un deciso consolidamento di carriera. Abdel – benissimo interpretato da quell’attore capace di sfumature e finezze che è Reda Kateb (meraviglioso nel Wenders di Les Beax Jours d’Aranjuez) – è il personaggio di contrasto del film, quello che fa affiorare le pulsioni nascoste e meno nobili dei suoi colleghi, quello che mette a nudo con il suo agire impeccabile e il suo talento le contraddizioni, le faglie, le imperfezioni dell’istituzione in cui lavora. Troppo bravo, Abdel, e troppo consapevole di essere il meglio, per non attirare su di sé le rabbie, le invidie, i rancori e i livori di certi suoi mediocri e pavidi pari grado, e anche di certi superiori cui non piace la sua indipendenza di giudizio scambiata per indisciplina e ribellismo.
Thomas Litli è assai abile nell’orchestrare il coro di medici, paramedici, amministratori, pazienti, parenti dei pazienti, mettendo in primo piano ora Benjamin ora Abdel, ora entrambi, a volte alleati altre schierati su fronti opposti. Due casi, quello di un alcolista deceduto durante il turno di notte e quello di una quasi novantenne stremata dal cancro e dall’accanimento terapeutico, li scaglieranno in una bufera che avrà pesantissime conseguenze sull’uno e l’altro. Ippocrate riesce a essere appassionante senza cadere nel déjà-vu, e l’evitare il già visto e il già detto nel medical drama è davvero un bel risultato, aprendo anche finestre e squarci su parecchie questioni, il taglio dei budget nella sanità, le ottuse riorganizzazioni del lavoro da parte di manager venuti da altri settori, le differenze di casta tra medici e paramedici, le tensioni e frizioni interetniche, le questioni bioetiche poste dal fine vita. Uno spicchio di Francia a rischio deriva se non naufragio che si affida a pochi, isolati singoli per sopravvivere, eroi taciturni e senza esibizionismi al cui giusto operare è appeso il destino comune. Eppure non c’è mai retorica, c’è invece un’epica sommessa del quotidiano, una celebrazione di uomini e donne qualunquemente straordinari che rendono Ippocrate teso e avvincente come un action. Peccato che Thomas Litli non resista nella parte finale a sistemare troppe cose e rimettere insieme troppi cocci, in un happy end certo apprezzato dal pubblico ma francamente inverosimile. Senza simili sbandamenti sarebbe stato un gran film, così è solo, ma non è poco, un un buonissimo film. Vincent Lacoste (appena visto a Cannes in Plaire, aimer et courir vite di Christophe Honoré) fa già capire in questo film del 2014 di essere destinato a brillantissima carriera.

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