Il film imperdibile stasera in tv: POTICHE di François Ozon (dom. 24 giugno 2018, tv in chiaro)

Potiche – La bella statuina, Rai 5, ore 23,01. Domenica 24 giugno 2018. Anche su RaiPlay.
Potiche – la bella statuina
, un film di François Ozon. Con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard, Judith Godrèche, Jérémie Rénier. Francia 2010.

François Ozon ripete l’exploit di Otto donne e ci fa ridere per due ore con una (sulla carta impossibile) storia anni Settanta con una signora che da donna-ninnolo diventa sagace manager, un marito-padrone carogna e traditore, una fabbrica occupata da operai incavolati neri. Anche un gran godimento camp con pettinature laccate, abiti stampati, jeans a zampa d’elefante, eskimo, nimipull e zeppe. Imperdibile. Anche perché c’è una Deneuve che più grande non si può. E si vergogni Tarantino, che a Venezia non le ha dato il premio come miglior attrice. Voto 8+

La foto-manifesto

La notizia è che si ride. Potiche è una macchina di divertimento e leggerezza che funziona quasi alla perfezione (il quasi si riferisce alla parte finale, come si spiegherà più avanti). Quando si seppe qualche mese fa che il fassbinderiano François Ozon stava girando un film da Potiche, pièce anni Settanta di Barillet e Grédy, il duo autore di quella commedia da museo delle cere che è Fiore di cactus, si rimase abbastanza allibiti. Dico, Barillet e Grédy, roba da spettacolo con Valeria Valeri e Paolo Ferrari al teatro San Babila di Milano, non so se mi spiego, pièce boulevardier polverosissima per sciure imparrucchierate zona San Babila appunto, quelle che si fanno ancora i colpi di sole stile Seventies e magari pure la laccatura e sono in sempre in ballo tra Courma(yeur) e Santa (Margherita). A leggerla, la storia di Potiche secondo la coppia BG confermava i pegggiori sospetti. Sentite qui: nell’anno 1977, nell’ancora bollente Francia post-maggio sessantottino dunque barricadiera e rivoluzionaria, gli operai di una fabbrica di ombrelli (una fabbrica di ombrelli? si poteva trovare una cosa più inattuale e più irrealistica di una fabbrica di ombrelli? vi pare che il potere del capitale potesse essere rappresentato da una fabbrica di ombrelli?) mettono in scacco il padrone Robert Pujol, una carogna come solo quegli anni ideologizzati potevano dipingere. Il fetente Robert è la summa di tutti i peggiori cliché. È retrivo, tirchio, non dà un franco di aumento agli operai, non paga gli straordinari, non cambia neanche i cessi alla turca della fabbrica per più confortevoli e decenti wc. In casa è anche peggio. Da bieco maschilista e fallocrate tratta la moglie Suzanne come una deficiente, più che donna oggetto un oggettino, una bella statuina appunto (questo vuol dire potiche, piccolo vaso, ninnolo, oggettino fragile e grazioso e un po’ inutile). Con un tipo del genere ovvio che i lavoratori dell’usine Pujol si ribellino, scioperino, finché una sera lo prendono in ostaggio per costringerlo a quelle concessioni che si ostina a negare.
La povera Suzanne chiama in aiuto il sindacalista comunista Babin, ora sindaco della cittadina nonchè sua vecchia fiamma (tradimento di classe! mésalliance!) che convince gli operai dell’usine a rilasciare Robert. Il quale dopo tanto stress ha un mezzo infarto ed è costretto ad assentarsi per una lunga convalescenza. Trono vacante in fabbrica, chi sostituirà adesso il padrone? I figli Noëlle e Laurent si chiamano fuori. Non resta che lei, Suzanne: la bella statuina, il ninnolo che non ha mai messo piede fuori dalla magione e ha sempre vissuto per i figli e all’ombra del marito. Invece la sciura, sempre spalleggiata da Babin ancora innamorato di lei, incanta e soggioga anche i più riottosi, prende in mano benissimo la situazione, convince gli operai a smetterla con gli scioperi e le occupazioni e a rimettersi al lavoro, la produttività aumenta, il fatturato pure, tutti felici e contenti. Finché non arriva il marito carogna dalle vacanze e vuol riprendere il posto suo. Ci saranno un po’ di problemi, compresa la gelosia di Robert nei confronti del sindacalista comunista. Ma ci saranno sviluppi imprevedibili.
Ecco, la storia di Barillet e Grédy era, è questa. Brillante, accattivante, di grandissimo mestiere, ma vetusta come una raccolta di barzellette di Gino Bramieri. Perfetta per il pubblico medio borghese e piccolissimo borghese di allora traumatizzato da anni di rivoluzione e di fantasmi marxisti e felice di farsi rassicurare da Barillet e Grédy che abilmente quei fantasmi li depotenziavano e neutralizzavano buttandoli in risata. Sì, ma oggi che senso ha riproporre Potiche? Eppure nella mani di Ozon questa materia zombizzata e sepolcrale riprende miracolosamente vita e riesce a divertire un pubblico molto diverso e più smagato di quello di allora.Potiche-film è un congegno ad alta precisione che funziona senza il minimo intoppo, messo a punto dal regista con la maniacalità perfezionistica di un orologiaio svizzero pre-Swatch. Ozon, autore che sa attraversare i generi con il passo leggero di chi li conosce e li ama e li sa decostruire-ricostruire (il musical, il noir, il melodramma spudorato, il melodramma raffreddato alla Fassbinder, ecc. ecc.), stavolta alle prese con la commedia borghese d’epoca, arrischia la sfida più difficile della sua carriera e realizza forse il suo capolavoro. Alle prese con un testo in partenza impossibile, ne trae un film che ha già l’aura della classicità, un’opera perfettamente conclusa e armonica in cui ogni elemento ha il suo posto e il suo senso. Vergogna Tarantino, che da presidente della giuria a Venezia, dove Potiche è stato presentato in concorso, non gli hai dato nemmeno un premiucolo, privilegiando, oltre a Somewhere della tua ex fidanzata Sofia Coppola, perfino l’orrido Alex de la Iglesia di Balada triste de trompeta e l’ex anarcoide Jerzy Skolimowski di Essential Killing. Doppia vergogna Tarantino, che il premio come miglior attrice l’hai dato a una ragazzetta molto bellina ma sconosciuta che di nome fa qualcosa tipo Ariana Lebed, magari brava e promettente ma che poteve anche aspettare il prossimo turno, e invece hai ignorato Catherine Deneuve che in Potiche è una formidabile Suzanne. Che anzi è Potiche. Deneuve è, letteralmente, il film. Lo occupa e lo abita imperiosamente. La sua performance è sensazionale, oltre ogni aspettativa, la migliore della sua seconda parte di carriera. Azzardiamo a dire che è la migliore della sua carriera in assoluto insieme a Belle de jour. Cosa che quando esci dal cinema non te la levi dalla testa e ti verrebbe voglia di andare a caccia di Tarantino, pur con tutto il bene che gli si vuole, e dargli qualche cazzotto per quel che ha fatto, anzi non ha fatto, nei confronti di Catherine. Diciamo che, se il film avrà il successo che merita (esce in Francia oggi 10 novembre, l’Italia è il primo paese ad averlo visto), se andrà bene soprattutto sull’ostico mercato americano, ecco, questa Deneuve si potrebbe anche portare via l’Oscar, e sarebbe ora.
Arrotondata, matronale, qua e là dai movimenti allentati, ma sempre charmante, sempre Deneuve, con un potere fascinatorio da sirena o da medusa, Catherine/Suzanne ci conquista e incanta, ci trascina tutti dalla sua parte. Così irresistibile che tifiamo subito per lei contro l’orrido marito fedifrago, che naturalmente la tradisce anche con la segretaria (una Karin Viard comédienne dai tempi perfetti, attrice da tener d’occhio), anzi tifiamo per lei in ogni momento a prescindere. Non c’è niente di suo in Suzanne, niente della biografia di Deneuve intendo. Catherine non è mai stata un potiche, un ninnolo. Nel corso della sua storia di donna ha sempre osato e sperimentato fuori dai recinti delle convenzioni borghesi, ha anche amato perigliosamente e coraggiosamente, da Vadim a David Bailey (sì, furono sposati) a Marcello Mastroianni, e da attrice si è messa in gioco con Truffaut, Démy, Buñuel, Marco Ferreri (una che ha girato film come Niente di grave, suo marito è incinto e La cagna vi sembra un ninnolo?). Tutto questo la pone agli antipodi del suo personaggio, della Suzanne moglie borghese che ancora nel 1977 se ne sta a casa con i suoi fili di perle e gli abiti da cocktail. Nel 1977 Deneuve aveva alle spalle ben altre esperienze. Vale la pena ricordarlo, perché è di una tale naturalezza la sua interpretazione, la sua adesione al personaggio che vien da pensare che Suzanne e Catherine coincidano, invece la distanza è abissale. Chapeau alla signora Deneuve, che ci fa credere che la finzione sia la vita, e viceversa. Che domina la scena con la forza della matriarca e sottomette anche gli altri pur bravissimi che la circondano: Fabrice Luchini, che è il marito Robert. Soprattutto, Gérard Depardieu nella parte del sindacalista Babin. Persino Depardieu, il sempre debordante, straripante in ogni senso Depardieu, qui si mette a fare il valletto di madame e le fa da magnifica spalla, o se preferito da porteur dell’étoile.
Ozon la Deneuve l’aveva già diretta in Otto donne, che è forse il suo film che più assomiglia a questo per l’esibita, voluta artificiosità teatrale. Anche in Potiche i personaggi sono estremizzati e semplificati a maschera, i dialoghi sono scritti – semplici e diretti – perché non se ne perda una battuta e arrivino anche alle ultime file, si alternano monologhi e siparietti e quadri d’insieme, e perfino numeri musicali più da operetta o café-chantant o varietà televisivo che da musical. La scenografia è perfetta ma visibilmente finta. Manca il sipario, ma è come se ci fosse. Come Otto donne, Potiche è un vortice di citazioni e rifacimenti e ammiccamenti e clins d’oeil. Ogni elemento ne evoca un altro già visto, è incorniciato e messo tra virgolette, con tanto di asterisco e nota a margine per chi è capace di cogliere il riferimento. Gli operai che aprono di colpi gli ombrelli colorati e li fanno vorticare ricordano l’inizio di Les parapluies de Cherbourg, uno dei più bei film della prima Deneuve. Tutte le sequenze diciamo così militanti, l’occupazione, le discussioni sindacali, gli striscioni sono ricalcati sull’iconografia operaista di quegli anni e non manca nemmeno un riferimento sotterraneo a quel Tout va bien di Godard, o meglio cofirmato da Godard con Jean-Pierre Gorin, uscito in Italia con l’incredibile titolo Crepa padrone, tutto va bene. Film del 1972 con Jane Fonda (Fonda e Godard insieme: pazzesco) sull’occcupazione di una fabbrica, che probabilmente Ozon avrà visto e rivisto prima di girare Potiche. Anche perché, a dare oggi un’occhiata a Tout va bien, ci si rende conto di come il macchiettistico padrone interpretato da Vittorio Caprioli (Caprioli e Godard: ancora più pazzesco) assomigli parecchio al Robert di Fabrice Luchini.
Una simile operazione citazionista e iperconsapevole la si è vista mille volte, ma Ozon la sa condurre qui con maestria assoluta, soprattutto con convinzione e sincera adesione al racconto e ai personaggi. Confeziona il tutto con l’estetica camp, che è quella speciale branca del kitsch declinata seconda la sensibilità gay, che privilegia le icone e gli stili della cultura pop e li usa con derisione e insieme affetto e devozione. È il manierismo camp che consente a Ozon di realizzare il suo obiettivo, che è quello di trarre qualcosa di vivo e contemporaneo da un testo sepolcrale, decontestualizzandolo e ricontestualizzandolo. Tutto è camp. Le pettinature alla Charlie’s Angels, i tailleur stampati da boutique (parola molto Seventies), le collane di perle, le tappezzerie a rombi. Ma anche la fabbrica, gli operai scioperanti e occupanti, sono camp con le loro zazzere selvagge, i jeans bell-bottom, i minipull aderenti, le camiciole sciancrate, gli eskimo. Quello che ha attirato Ozon di questa storia non è, in tutta evidenza, la sua presunta valenza politica, ma il magnifico repertorio pop e kitsch che quel mondo e quella politica hanno prodotto nella visualità e negli stili. Vien da sorridere a leggere certe rencensioni di Potiche in cui si plaude al percorso di maturazione politica di Suzanne, che da inconsapevole donna-oggetto, da bella statuina prende in mano il proprio destino, fino ad affrancarsi dal marito-padrone e inoltrarsi sulla strada dell’affermazione di sè nel mondo. Prendere sul serio questa parte esteriormente engagée di Potiche è un’ingenuità. A Ozon non interessa (e neanche allo spettatore di oggi, credo) il cosiddetto discorso politico, ma solo l’enorme quantità di immaginario camp che quella politica ha prodotto. La fabbrica occupata, i confronti tra Suzanne e i suoi operai, le parole del sindacalista-comunista che inneggia alla rivoluzione, sono solo oggetti, elementi, dettagli della grande messinscena del regista, esattamente come le pettinature laccate di Suzanne e della figlia Noëlle (Judith Godrèche). O come le giacchine del figlio Laurent in odore di gaytudine (Jérémie Renier, incredibilmente somigliante – ma forse è stato Ozon ad accentuarlo, in un’ennesimo ammiccamento citazionista – a uno degli attori più anni Settanta che ci siano stati, Michael York). Please, non prendiamo sul serio il tardivo messaggio gauchiste-rivoluzionario-femminista di Potiche, è solo teatro e gioco di maschere con il make-up. Pensare che in Francia e non solo c’è chi ha visto riferimenti anche all’attuale e recente politica francese, da Sarkozy a Ségolène Royale. La Suzanne che scende in campo nell’ultimo capitolo del film sarebbe una specie di Ségolène.
Ma vi pare? Chiaro come il sole, anche se in Potiche non lo si dice esplicitamente, che Suzanne entra in politica con un partito di centro-destra, visto che il suo avversario alle elezioni è uno di sinistra. Semmai è una populista, che con la socialista Royale non c’entra proprio niente.
La parte finale, appunto. La meno convincente. Fino a un certo punto, diciamo fino al ritorno di Robert a casa e in fabbrica, la macchina narrativa  e testuale funziona senza il minimo sbandamento. Poi si ingorga, si blocca, i dialoghi si allungano e si fanno faticosi, inutili spieghe si aggiungono ai fatti, e l’ultima metamorfosi di Catherine, che pare non ci fosse in Barillet-Grédy e sia stata aggiunta da Ozon per attualizzare la storia, è troppo dimostrativa e didascalica, e non ha la magnifica leggerezza e frivolezza della prima parte. Errore che quei marpioni di Barillet-Grédy avrebbero evitato. Ma sono piccoli difetti che si perdonano, in un film che colpisce i suoi bersagli, innanzitutto quello di piacere agli spettatori e di farli divertire. Impossibile cancellare dalla mente Catherine Deneuve e Gérard Depardieu che ballano al night in stile Travolta-Febbre del sabato sera, e sono meravigliosi mentre si muovono in sincrono e si guardano, e intanto il dj spara Parlez-vous français delle Baccara, pezzo dell’Eurofestival 1978, che non vinse ma diventò un hit in tutta Europa. L’Eurofestival, culto camp assoluto, è citato da Ozon anche in un’altra scena, quando la segretaria conta i volti al consiglio d’amministrazione e usa con tanto di riconoscibilissimo birignao la rituale formula “Ten points to… five points go to…” che caratterizza da sempre le votazioni finali di ogni Eurofestival (come ben sanno i cultori della manifestazione). Del resto, Ozon ama, e non se ne vergogna, la musica pop, come già aveva mostrato in Otto donne. Qui riempie il film di numeri musicali, fino alla scena di chiusura con la Deneuve in un pezzo anni Settanta che lei canta senza farsi doppiare (così ci assicurano i crediti, ma sarà proprio vero?) e riarrangiato dal musicista più cool e figo degli ultimi anni francesi, quel Benjamin Biolay che è stato il marito della figlia di Catherine Chiara Mastroianni, dunque suo ex genero. Tout se tient. Tutto in famiglia. Però si sbaglierebbe a ridurre Potiche alla sua calcolata messinscena camp. Se il film ha quella vitalità che ci contagia è perché attinge a qualcosa in grado di produrre senso, e che va oltre ogni manierismo. Sfrondato di ogni suo orpello, Potiche è una rituale sacra rappresentazione che mette al centro della scena la Grande Madre, il mito (ma è solo mito?) senza tempo del matriarcato, la potenza del femminile che feconda, dà la vita ma anche che tutto domina e soggioga. La rappresentazione del mondo com’era prima del dominio maschile e la premonizione di come forse il mondo ridiventerà. Il film è discesa al fondo dell’umano, scavo antropologico. Quando Deneuve entra, tutto e tutti si pietrificano intorno a lei, il marito, i figli, gli operai della fabbrica, lo stesso Depardieu altrove così padrone della scena. Questa mater dominatrix è anche castrante e assoluta. Il percorso di Suzanne non è di banale emancipazione (da donna ninnolo a artefice del proprio destino) come vorrebbe la vulgata vetero e neo femminista, è semmai il disvelamento progressivo della potenza del femminile, all’inizio celato per non allarmare. È rappresentazione del mito. L’operazione riesce anche perché c’è un’attrice come la Deneuve che è lei stessa mito, e fa capire a tutti che alla sua età over 60 non ha nessuna intenzione di abbandonare lo scranno di Première Dame del cinema francese. Ce ne vorrà, prima di scalzarla. (Poi dove la trovi una che riesce a rendere non volgare perfino la scena in cui Suzanne, di fronte al camionista che la punta, non solo non si tira indietro ma sembra stare la gioco? Sono pochi attimi, ma bastano a Catherine per tirar fuori tutta l’ambiguità erotica di Belle de jour. Lui è, a sorpresa, Sergi Lopez, che compare solo pochi secondi ma lascia il segno, e ricambia il favore all’amico Ozon che con Ricky gli aveva due anni fa dato uno dei ruoli migliori della sua carriera).

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