(al cinema) Recensione: FAVOLA con Filippo Timi. Giocare en travesti con i cliché anni ’50

Favola, un film di Sebastiano Mauri. Sceneggiatura di Filippo Timi e Sebastiano Mauri. Con Filippo Timi, Lucia Mascino, Piera Degli Esposti, Luca Santagostino, Sergio Abelli. Al cinema il 25.26, 27 giugno distribuito da Nexo Digital. Al sito Nexo l’elenco delle sale.
Filippo Timi en travesti è Mrs. Fairytale, casalinga matta e disperatissima dell’America anni ’50. Cavalcata queer tra i generi, quelli sessuali e quelli cinematografici, in primis il mélo alla Sirk e il noir hitchcockiano. Ci si diverte abbastanza: peccato per il finale con troppe pretese di messaggio. Impeccabile, iperprofessionale, consapevole e colta messinscena, a distinguere Favola da tanto sciatto cinema italiano di oggi (e vien da pensare nei momenti più riusciti agli splendori formali di un Bolognini, di un Patroni Griffi). Voto 6 e mezzo

Nato come spettacolo al Teatro Franco Parenti di Milano, portato poi in tournée in tutta Italia con gran favore di pubblico per tre anni, Favola è adesso un film (al cinema da oggi fino a mercoledì). Mattatore Filippo Timi, e anche mattatrice, visto che la sua è una performance en travesti sulla scia di infiniti quanto luminosi precedenti cinematografici e assai in sintonia con l’attuale sensibilità gender per gli oltrepassamenti e rimescolamenti dei tradizionali (obsoleti?) ruoli sessuali maschio-femmina. Tant’è che il Mix, l’annuale festival milanese di cinema LGBTQI – un applauso a chi sa dire cosa significhino esattamente le lettere del complicato acronimo -, ha aperto qualche giorno fa la sua nuova edizione con Favola e la presenza, oltre che della superstar Timi, del regista Sebastiano Mauri e dalla co-protagonista Lucia Mascino.
Quando l’avevo visto a suo tempo al Teatro Parenti non ne ero rimasto granché impressionato, lo ammetto. Non ricordo granché, qualche brandello di scenografia e soprattutto un Timi strabordante in sontuosi e stracolorati abiti femminili anni Cinquanta. Devo dire che la trasposizione su schermo ha giovato a Favola, che mi è sembrato nella sua forma filmica se non più incisivo, più compatto drammaturgicamente. Almeno nella sua parte prima e in quella di mezzo, perché poi alla fine, quando va sull’inno alla famiglia arcobaleno, il film si ingessa nella predica e nella denuncia, peraltro con scarsa coerenza narrativa rispetto a quanto ci ha mostrato fino a quel momento (e sarò anche poco sveglio, ma io nel doppio finale non ho mica ravvisato tutti quei significati di critica alla società maschio-patriarcale e omofobica cui ha accennato Sebastiano Mauri nella conf. stampa condotta da La Pina dopoil press screening di Milano). Favola va preso più per come si mostra nella sua superficie, nella sua confezione sgargiante, chiassosa e ultracampy che per i messaggi seriosi che intende veicolare. E allora seguiamo il Timi scatenato che en travesti sta benissimo, stretto in quegli abiti e dentro quel décor così estremisticamente anni Cinquanta-suburbia americani: in una storia e storiaccia improbabile nei suoi surrealismi e ondeggiamenti tra reale e no, da apprezzare se mai come macchina generatrice di godibili qui pro quo, follie e isterie e bizzarrie. Infiniti gli hommage al cinema americano anni Cinquanta, ma anche al cinema che devotamente e ironicamente quegli anni li ha poi rifatti, riprodotti, riproposti. Tutto è finzione, tutto è grottesco, tutto in Favola è smaccatamente artificiale e esibito e denunciato apertamente in quanto tale: un recita carnascialesca di maschi e femmine che si scambiano i vestiti, un halloween svoltato in parata queer, un pride compresso in un interno.
Allora: la casalinga Mrs. Fairytale (Filippo Timi) passa i giorni prigioniera della sua casa luccicante di elettromestici, in totale e pazza solitudine, in attesa che il marito-padrone torni dal lavoro per servirlo a tavola e a letto. A tenerle compagnia gli infiniti oggetti e ninnoli di cui la casa rigurgita e la sua barboncina impagliata ma tutt’altro che assente dall’azione, anzi presenza costante e dispettosa. A farle visita (a Fairytale) ecco l’amica Emerald, che man mano diventerà più di un’amica. Già, perché laggiù, nel basso del corpo sontuosamente abbigliato di Mrs. Fairytale, qualcosa succede, una mutazione. Si corre sul filo del paradosso e del grottesco in questa extravaganza che incrocia i melodrammi hollywoodiani con il noir e con lo sci-fi dei posseduti da chissà quali forze extraterrestri e soggetti a raccapriccianti cambiamenti corporali (da qualche parte intanto sbarcano gli alieni, e quegli eperimenti nucleari nei deserti del Nevada di sicuro non fanno tanto bene alla salute). Non c’è molto altro, al di là della voglia evidente di Timi, del regista, degli attori tutti di divertirsi e divertire. Il gioco funziona, le scenografie sono eccessive e ridondanti come han da essere, i riferimenti ai mélo in technicolor di Douglas Sirk – da Secondo amore a Lo specchio della vita – espliciti e riusciti. L’altro cineasta di riferimento è Alfred Hitchcock, con una Lucia Masino/Emerald davvero somigliantissima alla Doris Day di L’uomo che sapeva troppo e alla Kim Novak di La donna che visse due volte, e un che pure di Tippi Hedren. Mentre Timi voluttuosamente indossa vestiti a motivi perlopiù floreali svasati come voleva la linea A messa a punto qualche anno prima da Christian Dior. A Luca Santagostino, interprete di tre gemelli dai mestieri e dal grado di virilità diversi, tocca invece modellarsi su certi film di Elvis Presley e di teen idol alla Tab Hunter. Un tripudio queer dove, oltre ai diretti riferimenti al cinema anni Cinquanta, si intravedono anche quelli ai molti film sui Fifties recapitatici successivamente da Hollywood, da American Graffiti a Grease ai John Waters con Divine a Lontano dal paradiso di Todd Haynes (esplicitamente citato con la storia gay del marito). Timi è una Julianne Moore con analoghi abiti drappeggiati però molto, molto più scatenato/a, con l’ombra evidentissima della barba volutamente non occultata dal makeup onde – immagino – potenziare il senso di artificio dell’operazione. Certo, quando Favola pretende di farsi riflessione sulla fallacia e volatilità dei generi sessuali, e a farsi critica della condizione femminile anni Cinquanta (“quando le donne furono ricacciate in casa”, ha detto Timi in conf. stampa), viene da sbuffare, e allora meglio divertirsi. Qualche cambiamento rispetto al testo teatrale d’origine. Sfrondati alcuni monologhi, aggiunti i personaggi di Mother (Piera Degli Esposti) e del marito-padrone, a teatro solo evocato. E cambiato completamente l finale. Impeccabile, iperprofessionale, consapevole e colta messinscena, a distinguere Favola da tanto sciatto cinema italiano di oggi (e vien da pensare nei momenti meglioriusciti agli splendori formali di un Bolognini, di un Patroni Griffi, anche se l’universo stilistico è tutt’altro). Direttore della fotografia è il glorioso Renato Berta, totem della cinematografia svizzera che ha lavorato con Goretta, De Oliveira, Godard, Resnais, Straub. ll regista e co-sceneggiatore Sebastiano Mauri è, stando alle cronache rintracciabili sul web, il marito di Fiippo Timi: si sono sposati a New York nel 2015.

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