(al cinema) Recensione: THELMA, un film di Joachim Trier. Un horror elegante, anche troppo

Thelma, un film di Joachim Trier. Con Eili Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen. Distribuito da Teodora.
Il norvegese Joachim Trier affronta l’horror raccontando a modo suo (che è anche il modo di tanto rigoroso cinema scandinavo del passato) di una ragazza segnata da una misteriosa quanto pericolosa diversità. Film di allusioni, di sottili minacce, girato con finezza e senso dello stile, ma anche di un’autorialità affettata e fastidiosa. E troppo educato per coinvolgerci davvero. Voto 6 e mezzo

Non so chi abbia inventato la formula Bergman meets Carrie, presto diventata il claim di lancio di questo film, ma bisogna ammettere che, pur enfatizzando, ci ha abbastanza azzeccato (l’abbastanza lo spiego più avanti). In Thelma sono evidenti le analogie, a rasentare quasi il plagio o l’hommage citazionista (una cosa non esclude l’altra), con L’incendiaria di Stephen King e il memorabile film che Brian De Palma ne trasse, di quei film della cui importanza ti rendi conto solo dopo anni di sedimentazione nell’inconscio collettivo. Anche qui, in questo Thelma firmato Joachim Trier (qualche anno fa in concorso a Cannes con il deludente Louder than Bombs/Segreti di famiglia, quest’anno ancora a Cannes come presidente di giuria della Semaine de la critique) la scoperta della sessualità, o meglio la sua eruzione non più arginabile, trasforma una adolescente assai repressa, anche per via dell’occhiuta famiglia, in veicolo, in medium di oscure forze distruttrici. Quanto a Ingmar Bergman, c’è che il quarantenne Joachim Trier è norvegese e si sa, quando un autore nasce a Nord di Copenaghen viene arruolato di default dai critici pigri tra i figli, figliastri e nipoti più o meno legittimi del gran maestro del cinema scandinavo (e però come la mettiamo con Refn o Ruben Östlund che è difficile dire bergmaniani?). Che poi Trier ci mette del suo facendo davvero poco per liberarsi dallo scomodo confronto e andando di profondissimi silenzi, inqadrature meditative, personaggi intimamente dilaniati e sofferenti, e intorno scabri paesaggi urbani e naturali e, sopra, cieli plumbei che sembrano schiacciare corpi e anime. Il bergmanismo come dato antropologico del cinema di lassù? Ma se rigore e austerità erano in Bergman necessità interiore che si faceva stile e cinema, in Trier sono una maniera, una convenzione formale abilmente manipolata, ma sempre convenzione. Soprattutto, in questo Thelma, per raccontare una storiaccia horror che rischia continuamente il B-movie e anche più giù e prenderne le distanze, per non sporcarsi troppo le mani. Joachim Trier in questo pur dignitosissimo film se ne sta sempre in sicura modalità autoriale rischiando poco o niente, e se riesce a mantenere il suo prodotto fuori dalla corrività, finisce anche con il depotenziarlo per troppa cautela e educazione. No, almeno in questo non c’è paragone possibile con il letteralmente fiammeggiante e esplosivo Carrie di Brian De Palma.
La prima sequenza, con quel padre che punta il fucile sulla figlia bambina, ci turba ma ci risulta incomprensibile. Eppure contiene la chiave del film, ed una dichiarazione di come Trier intende condurre la narrazione: attraverso allusioni e non detti, disseminando indizi criptati, non diversamente da un Haneke o un Lanthimos. Ci sembrerà ancora più indecifrabile, quella scena, quando rivedremo di lì a poco quel padre mostrarsi premuroso e amorevole verso la figlia ormai adolescente e in partenza per il college. Lontano da casa, Thelma cadrà vittima di crisi epilettiche e soprattutto di un’attrazione che è il caso di dire fatale per una sua compagna di corso. Trier ci ha ormai apparecchiato gli elementi del suo racconto di formazione: una ragazza sessualmente repressa, una forza che che da lei erompe dopo la scoperta del desiderio, una famiglia soccorrevole ma opprimente e giudicante, compagni di studi che anziché aiutare Thelma accentuano il suo isolamento. Trier ci accompagna nell’identificazione del suo personaggio e allo scoperchiamento dei misteri che la avvolgono dosando le rivelazioni, i frammenti di verità celata, i segreti di famiglia. Concedendosi perfino, quasi a dichiarare la propria discontinuità più che la continuità con il rigorismo e il puritanesimo del cinema dei maestri del Nord, qualche incursione nell’onirico e nel fantastico. Ma, anche qui, sempre con una prudenza e una misura che sono il vero limite di un film che non appena si avvicina al punto di deflagrazione se ne allontana rapidamente. Joachim Trier riesce a costruire una storia (abbastanza) coinvolgente muovendosi con finezza nel reticolo delle relazioni di Thelma, nel labirinto familiare, negli antichi e nuovi pregiudizi collettivi. E se voleva dimostrare di cavarsela con il cinema di genere senza compromettere la propria identità alto-autorale passa la prova, ma non riesce a farci amare davvero questo film così controllato e programmatico. Programmatico perché qui, attraverso Thelma-la-diversa, si adombra la condizione esistenziale e sociale di altre diversità, da quelle di genere a quelle etno-religiose, che è tema da qualche anno centrale nel cinema norvegese e svedese. E si pensa alla ragazzina di Sami Blood discriminata dalla maggioranza svedese in quanto lappone, e anche al film che il mese scorso ha vinto a Cannes Un Certain Regard, Gränse (Border), opera dell’émigré iraniano a Stoccolma Ali Abbasi che in forma di cinema horror racconta una minoranza per quanto fantastica come i troll. Come se i paesi scandinavi avessero oggi il bisogno, perfino la pulsione, a rovistare dentro le proprie paure dell’altro da sé, e di esorcizzarle attraverso la rappresentazione, la messinscena. E che il film di Joachim Trier sia una parabola esemplarissima sulla differenza lo dimostra la centralità che ha nella storia l’innamoramento lesbico. Non si sfugge all’altro, al differente, che si erigano barriere dentro di sé o fuori dalla propria casa, dalla propria città, perché l’altro, secondo la legge del ritorno del rimosso, inesorabilmente ci possiederà. Se è questo l’avvertimento lanciato da Thelma, allora vale la pena andarlo a vedere. Elli Harboe, somigliante a Léa Seydoux, è una bella scoperta.

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