(al cinema) Recensione: IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO, un film di Yorgos Lanthimos. Il capolavoro di questa estate. Da non perdere

15ba03f678fbc518f4fa6354e33a2ce73f53cd6fbf67c590e9f978a701221774Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of A Sacred Deer), un film di Yorgos Lanthimos. Con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Alicia Silverstone.
411b212e841ee6c13adcc54a35345f73Uno di quei film che dividono, anzi spaccano (non nel senso giovanilista-rappettaro del termine). La famiglia perfetta di un cardiochirurgo di massimo successo verrà sconvolta dall’irruziome di un adolescente torvo e minaccioso. Chi è Martin? E cosa vuole davvero? Lanthimos riscrive la tragedia greca e la importa nella nostra contemporaneità, e lo fa con la glacialità di sempre. Niente è cambiato da Euripide, semplicemente abbiamo rimosso l’abisso. Capolavoro, checché ne pensino i molti che l’hanno detestato fino dalla sua presentazione a Cannes 2017. Voto 9
f1efad196392f3d93b2a8143c9f51627La mia personale palma d’oro di Cannes 2017, assegnata invece dalla giuria a The Square. Il film più potente e arrischiato, anche il più controverso, il più divisivo, il più spiazzante di quel concorso. Il meno convenzionale nello scegliere l’oggetto del proprio racconto e nel come lo racconta. Peraltro, in assoluta continuità con i precedenti del suo regista, Yorgos Lanthimos (e del suo sceneggiatore di sempre Efthimis Filippou), greco ormai operante sul mercato inglese dopo il successo inatteso di The Lobster. Lanthimos realizza un film di star e di molti mezzi, rispetto ai low budget e poverismi (che diventavano impronta estetica) di Dogtooth e Alpis, ma non smarrisce se stesso. E pure questo è il segno di un autore che c’è ed è forte: l’opulenza dei mezzi non è impedimento alla libertà espressiva ma si fa anzi potenziamento, chance di andare più in là, di esplorare. C’è da chiedersi come un regista di tale statura sia tanto detestato dalla critica italiana, istituzionale e giovane, di carta e di web, e perché siano soprattutto gli anglofoni a cogliere stranamente la profondità e le sottigliezze di un cinema così figlio dell’Europa. Probabilmente è la crudeltà mentale del Lanthimos autore, la sua assenza di ogni approccio caldo e accomodante a risultare intollerabile. A Cannes un critico non italiano  – e scusate se non ricordo quale – lo accostò a Haneke definendo l’uno e l’altro (cito a memoria) ‘i nostri sadici preferiti’. Ecco, è quella glaciale oggettività scevra da ogni illusione, quella Neue Sachligkeit approdata nell’Ellade e depurata di ogni empatia per un mondo e per umani sprofondati nella disumanità, a provocare il rigetto in un paese come il nostro che per cultura antica e per tratto antropologico non sopporta il disincanto, lo sgurdo lucido sul reale. Come volete che si apprezzino Lanthimos e le sue torve escursioni nelle zone d’ombra, i suoi tenebrosi apologhi su una modernità che altro non è che il travestimento dell’antichità barbarica, in un fare giornalismo e critica che il male e il sangue li hanno relegati nel cinema di genere? Già dal titolo, che rimanda a un rito sacrificale (e non è necessario aver letto il pur fondamentale e irrinunciabile René Girard per capirlo), si intuisce il disegno di Lanthimos. Che prende corpo e vita sotto i nostri occhi in perfetta coerenza con quel, peraltro bellissimo, titolo.
Siamo negli Stati Uniti, nei suburbia opulenti di una città che può essere tutte le città, in una casa di massimo benessere. Chi ci abita con la famiglia  – moglie e due figli, una femmina e un maschio – è quel cardiochirurgo (nome  Steven Murphy) che nella scena d’apertura interviene sul cuore di un paziente. Con squarcio toracico e organi pulsanti e sanguinolenti in bella vista e sparati a tutto schermo, a dichiarare subito le intenzioni, e la strategia narrativa e visuale, di Lanthimos, e a far gridare di orrore le brave ragazze sedute in platea (e dovranno coprirsi gli occhi più volte in corso di proiezione). Quegli slittamenti nel surreal-patologico quotidiano che sono la cifra della ditta Lanthimos-Filippou – i riti malati della famiglia reclusa di Dogtooth, gli impersonator di defunti in Alpis – si manifestano subito anche qui, nello strano sesso coniugale di Steven con la moglie Anna, il gioco dell’anestesia lo chiamano, lei che si sdraia nuda inerte e lui che si masturba guardando quel corpo come morto. Provocazioni, turpitudini gratuite per chi non conosce Lanthimos, eppure è (anche) questo senso del sordido a fare di lui un autore unico e così riconoscibile, a farne l’esploratore dei mostri che abitano la normalità. Ma perché un adolescente di nome Martin segue il dottor Murphy? Perché se lo è fatto amico e si è insinuato nella sua vita, e in quella di sua moglie e dei suoi figli? Si spaccia per un ammiratore del chirurgo di successo, è in realtà un nemico, l’ospite ostile, il distruttore, l’angelo sterminatore.  Succede che prima il figlio piccolo, poi la ragazzina, perdano misteriosamente l’uso delle gambe. E per salvarsi dalla distruzione totale dovrà essere compiuto un sacrificio. Lanthimos dissemina il suo film di molti ed evidenti segnali, cita l’Ifigenia in Aulide di Euripide, dicendoci che quanto sta mettendo in scena altro non è che la tragedia classica, quella che affascinò Nietzsche e da lui fu vivisezionata e continua a lavorare nell’inconscio dell’Occidente, la tragedia che non è mai scomparsa dai nostri orizzonti, se mai è stata dissimulata, rimossa. The Killing of A Sacred Deer è Euripide oggi, semplicemente e intollerabilmente. Non siamo al riparo dalle pulsioni omicide, siamo a rischio costante di precipitare nel caos, e solo un sacrificio può riportare l’ordine (ancora Girard!). Tutto è inesorabile in questo film di Lanthimos, perché gli umani non possono sottrarsi al destino, e Martin non è un ragazzo disturbato, è lo strumento del fato, forse un inviato degli dei perché si ripristini l’equilibrio dopo una colpa commessa.
A stupire se mai è la sontuosità registica di cui dà prova Lanthimos, se solo si pensa ai suoi primi, poveristici film. Qui la macchina da presa si muove vertiginosamente tra canyon urbani, lunghi corridoi, ampi spazi aperti (sarà per questo che tutti, anche molti stranieri, citano a mio parere a sproposito Stanley Kubrick? Ma che c’entra Kubrick con Lanthimos?), e la perizia della messinscena è sbalorditiva. Si pensi alla scena del malore del figlio ripresa dall’alto. Aggiungete un uso della musica come pieno elemento drammaturgico, con il fracasso di un treno che diventa il leitmotiv delle scene più allarmanti. Come tutti quelli che molto osano, anche Lanthimos sfiora il ridicolo e l’imbarazzante. Ma importa il risultato, che è di una potenza inaudita e squassante per il pallido cinema di oggi, e per il mondo anestetizzato in cui viviamo. Lanthimos osa dirci che non siamo al sicuro, non dalle minacce esterne, ma da quello che sta in noi, e che ogni colpa, o peccato, va pagata. Come volete che possa piacere uno così, un film così, nel tempo del narcisismo di massa e della prevalenza dell’Io e della sofferenza narcotizzata?

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11 risposte a (al cinema) Recensione: IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO, un film di Yorgos Lanthimos. Il capolavoro di questa estate. Da non perdere

  1. Ugo Malasoma scrive:

    Ha vinto il premio per la sceneggiatura….certamente “nuova” e piena di fantasia ma di un perverso che non immaginavo. Borghesia ritratta come robot, una asetticità di sentimenti e di azioni con deviazioni qua e là inconcepibili ( la madre, nonché vedova, del ragazzo-destino-dio vendicatore che si vorrebbe intruppare il chirurgo che le ha ucciso il marito qualche mese prima (?)…). Il finale ” a mosca cieca” è disturbante. Ho capito che se l’Autore riesce nell’intento di sconvolgerci ha colpito nel segno ma un conto è la mitologia un conto è la metafora di una società in cui la “famiglia” è disturbata….ma tanto e tanto. Quindi? Cosa ci voleva dire? Che fa tutto schifo? Che la “regolina” del dente per dente è la soluzione “pacificante”….Mdp da autore che però rimane come un bel esercizio di estetica, elegante ma che accompagnandosi ad una storia così respingente lascia perplessi me, in primis, e anche tanti altri critici. I quali non in maniera superficiale l’hanno ” bocciato”.
    Vogliamo descriverli?:
    cinematografo, Mereghetti, Sentieriselvaggi, cineforumweb, Quinlan, Longtake, Coming soon, Mymovies, screen daily, badtaste….
    I favorevoli sono; stanze di cinema e Locatelli, checchenedica…..
    Anche chissenefrega ma….capolavoro, suvvia NO e poi NO!!!
    Un saluto
    con stima
    Ugo

    • Luigi Locatelli scrive:

      Ah, Malasoma, lei si deve divertire moltissimo a maltrattarmi e a distruggere le mie recensioni. Ma faccia pure, per carità. Anzi,la ringrazio per la costanza con cui mi segue. E però delle volte mi chiedo perché continui a leggermi, mah. So benissimo che quasi tutti, almeno in Italia, hanno malmenato il film di Lanthimos: io resto del mio modesto parere. E francamente non mi sconvolge che Mereghetti e sentieri selvaggi e quinlan la pensino altrimenti

    • alberinda balzo scrive:

      Signor Ugo ho appena visto il film è giuro che mi ha lasciata male e oserei dire senza speranze di un futuro migliore.il finale poi…vince l’angelo redentore e del male?bah….è vero però che bisogna avere più cura quando si opera qualcuno e che la vita dei poveri mortali come me è nelle mani dei chirurghi….Ma qualcuno non avrà nemmeno sensi di colpa nello sbagliare un operazione,oggi,ce da avere paura in tutto,ti fan rimorire ancora di parto!!!!mi ha lasciata un po’ confusa,è come se si affidare il tutto al male e non e un buon messaggio.grazie

  2. ugo malasoma scrive:

    La importuno ancora per rassicurarla: la leggo perché la stimo e perché mi piace il suo modo di descrivere e la passione con cui vuole trasmettere le “sue” emozioni. Detto questo, mi piace il contraddittorio, se non la disturba. Molte volte sono in piena sintonia altre no. E mi picco di raccontarle i miei dubbi non per romperle le scatole e nemmeno ( ci mancherebbe) per farle cambiare idea. Le mie recensioni operistiche sono ben circostanziate e studiate e se qualcuno mi dice di non essere d’accordo, lo leggo ma non cambio idea. Il gusto è soggettivo anche se penso che qualche volta l’oggettività sia altrettanto palese. Nello specifico ho trovato il finale di Lanthimos assolutamente provocatorio al fine di stupire per stupire. Ma è normale ammazzare il figlio in quel modo, far arrivare la famigliola residuale nel bar per farsi vedere dal “mostro” che finisce per “appianare” il ” dente per dente, occhio per occhio…”?. il Senso di colpa? La coscienza? La legge con le conseguenze? Lui che dice che un chirurgo non ammazza mai ( boh? magari, da medico glielo dico: non è per nulla vero). Lei che “morto il figlio se ne fa un altro, visto che siamo giovani…” é una famiglia distopica? A me sembra distopico l’Autore, un po’ tanto perverso! E se voleva solo farci capire quanto sia instabile la famiglia mostruosamente asettica a furor di metafora….beh, ma che caspita me ne frega!
    Scopro solo che sa usare la mdp con creatività al soldo di un soggetto discutibile, assai.

    • Luigi Locatelli scrive:

      Ma no, giuardi che mica me la prendo, anzi non mi soiace che lei sia sempre così pungente. Il finale assurdo? Sì, come è assurdo che Abramo stia per uccidere Isacco. Insomma, quel che voglio dire è che in Lanthimos siamo visibilmente dalla parte dei grandi archetipi della nostra cultura, tragedia greca, Bibbia ecc. Se c’è un limite in questo per me immenso film sta forse nella sua rigidità programmatica, nel suo essere così scopertamente dimostrativo. Non sapevo che lei scrivesse di opera lirica: dove? su che sito?

  3. Ugo Malasoma scrive:

    Oh, se mi legge mi farebbe piacere.
    Scrivo dal 2003 su operaclick.com. Sono un critico musicale iscritto all’Associazione Nazionale è ho l’accredito stampa presso la Scala.
    Le ultime recensioni sono del 5 giugno e del 18 giugno ( Fierrabras di Schubert e Fidelio).
    Ah, sono d’accordo con lei sugli archetipi e su Abramo…ma lì l’angelo del Signore, verificata la fedeltà a Dio, ha scongiurato la morte assurda del figlio. Qui si ammazza a “mosca cieca” e non pare che ci sia poi tanto rammarico. L’ho presa come una provocazione parecchio di cattivo gusto. Ma transeat non ho la convinzione di aver ragione.
    Comunque siccome amo le sue “classifiche” gliene sottopongo una mia…eh.eh.. della stagione: I voti mi interessano meno…
    Dunkirk
    Una donna fantastica
    Loveless
    Corpo ed anima
    Tre manifesti a Ebbing
    La forma dell’acqua ( una storia d’amore che mi ha davvero intenerito)
    il filo nascosto
    Il regno d’inverno ( che mi ero perso quando è uscito al cinema)
    1945
    Dogman
    Wajib
    A quiet passion
    Delude Kechiche invece con Mektoube, dopo che avevo amato e non poco “Vita di Adèle”.
    Mi è piaciuta la fotografia ( quei controluce al tramonto molto naturali e il parto degli agnellini) poi però 20′ x 2 di feste danzanti e discorsi vari del “cappero” mi hanno annoiato. Da giovane qualche volta facevo discorsi più intelligenti e quindi non mi ci sono “specchiato”…poi tutto quel “buonismo” tra francesi d’importazione e “bianchi” ….ma a me “puzza” di accomodato. Dal vero ogni etnia si fa enclavi per conto proprio…e va bene, anche qui non ho la pretesa di pensarla giusta….eh.eh
    Un cordialissimo saluto
    In attesa di Venezia.
    La leggerò sempre con tanto piacere…poi magari la maltratto…eh,eh

  4. Antonio De Zanche scrive:

    Dopo il capolavoro “Dogtooth” Lanthimos colpisce ancora e colpisce al cuore. Film maledetto e magnifico, di rara potenza. L’ho visto ieri sera e non riesco proprio a togliermelo di dosso. Meritava certamente la palma d’oro. Lanthimos sadico e perverso? Beh, allora anche Euripide lo è: che facciamo, gettiamo a mare la tragedia greca?

  5. ugo malasoma scrive:

    Prima accertiamoci che sappia nuotare, però!

  6. Chiara scrive:

    Finalmente una critica positiva a un film e a un regista davvero spettacolare! Leggendo la tua recensione critica non mi sento sola. Credo che l’Italia non sia pronta dal punto di vista critico a concepire la dirompente attualità dei film di Lanthimos.

  7. Daniele rossi scrive:

    Ciaro Locatelli intanto anche noi le facciamo i complimenti per la passione che mette nel suo recensioni. tuttavis la riteniamo responsabile di averci fatto vedere anzi subire un film che chiamerei con bontà pieno di buchi narrativi. Non discuteremo qui il pro e il contro dei film, ho apprezzato di questa recensione più di ogni altra cosa la possibilità di leggere il bel commento di Ugo Malasoma Cordialmenteinfoiinf

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